JAGSHEMASH! SEGUITO DI RECENSIONI FLASH

La nebbia agl’irti colli piovigginando sale, e senza le sue sale urla e biancheggia il cinefilo quarantenato. Abbiamo voluto provarci, ci siano seduti distanti ma niente, nonostante TENET ci hanno chiuso i cinema comunque, ed ecco quindi per ottobre una infornata di titoli visti rigorosamente a casa, con la mascherina, che non si dica che non rispettiamo i DPCM.

LUPIN III – THE FIRST (Takashi Yamazaki, 2019)

Vi volevo dire questo, magari l’avete già visto, magari ce l’avete lì in lista e non osate guardarlo. Allora vi tolgo dall’imbarazzo: Lupin III – The First, il film di Takashi Yamazaki tratto dal celeberrimo manga di Monkey Punch è una cagata pazzesca. Io non mi capacito assolutamente di come una cinematografia abituata da decenni a una produzione animata più che consistente sia così problematica sul piano dell’animazione 3D. Ma non dal punto di vista tecnico, proprio dal punto di vista concettuale. Cercherò di spiegarmi meglio. Sgombriamo intanto il campo dalla trama: Lupin III – The First è una piacevole avventura nel solco di quelle meno cupe e più divertenti del ladro gentiluomo, è ambientato in non meglio definiti anni ’60, una decina (abbondante) di anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. Nell’antefatto, infatti, un artefatto fabbricato da un archeologo di fama mondiale viente fatto sparire per non farlo prendere dai nazisti cattivi. Si tratta di un diario che Lupin e soci vogliono, ma hanno una rivale: Laetitia, la nipote di un vecchio nazi lo vuole per il nonno. Anche Lupin, in un certo senso, lo vuole per il nonno Arsène, che non era riuscito a rubarlo. Vabbè, tanta azione, tanti inseguimenti, tante faccette, Fujiko che fa il doppio gioco, Jigen con la cicca in bocca, Goemon ossessionato dalla sua spada, Zenigata che si lancia in folli cacce all’uomo (e per un attimo si allea con lo storico rivale). Sulla carta un film abbastanza godibile (per quanto scivola via come un’avventura di Indiana Jones fuori tempo massimo). Ma il problema è l’animazione. Yamazaki aveva fatto miracoli in Doraemon Stand By Me, ma il trucco qui non riesce. Il mondo di Doraemon è antinaturalistico e stilizzato, e il 3D lo rendeva… antinaturalistico e stilizzato ma in 3D. Il mondo immaginato da Monkey Punch è estremamente realistico ma al tempo stesso caricaturale e iperespressivo. Ci troviamo perciò di fronte ai pori della pelle di Lupin, ai riflessi della sua giacca di pelle, al movimento dei suoi capelli e dei suoi basettoni in una impressione di forte realismo ma… con le bocche e gli occhi che sfidano le leggi dell’anatomia deformandosi in smorfie, risate e rotazioni che se nella serie anime originale erano simpatici, qui risultano creepy come un Jonathan Galindo qualsiasi. Per di più, i personaggi che non fanno parte della banda di Lupin (Letitia e i nazi, per dire) stonano. Nel senso che sembrano usciti da UN ALTRO film. Tendenzialmente da quei filmati di pausa tra un livello e un altro di un videogame del 2005. Provate a vederlo, vediamo se l’impressione è la stessa. Io ho dovuto sforzarmi un po’. E non è bello da dire, per un film di Lupin. #recensioniflash

LA TEMPESTA NEL CRANIO (Carlo Campogalliani, 1921)

Oggi vi voglio fare una delle mie #recensioniflash su un film che probabilmente – se non siete accreditati alle Giornate del Cinema Muto – non riuscirete a recuperare tanto facilmente, ma la voglia vorrei farvela venire comunque. Si tratta di La tempesta in un cranio, di Carlo Campogalliani, del 1921. Già un film che si intitola “La tempesta in un cranio” secondo me va visto a prescindere, e comunque Campogalliani in quel periodo usciva con titoli fantastici come “La droga di Satana” che non sfigurerebbero nella filmografia di Rob Zombie. Comunque sia, un po’ di contesto, via. Campogalliani, se non lo sapete, è un regista/attore che ai tempi del muto ha realizzato diversi film della fortunatissima serie di Maciste e ha il merito di aver sposato una delle rare dive del muto torinesi DOC, Letizia Quaranta (coprotagonista anche di questo film, anzi di questa film). Annotatevi anche che secondo Campogalliani “Una film che non voglia dimostrare qualcosa, non ha valore. Il Cinematografo deve essere un messo di propaganda: del bene, della bontà, dell’onestà dei più nobili sentimenti umani e sociali. Deve, insomma, divertendo istruire”. La tempesta in un cranio è infatti un film avventuroso, surreale, comico, modernissimo: non so esattamente cosa insegni, ma lo fa certamente divertendoci un mondo. Renato De Ortis (Campogalliani stesso) è l’ultimo rampollo di una nobile famiglia di pazzi squinternati. Ha paura di impazzire egli stesso e si avvelena la vita nonostante abbia soldi, fortune e l’amore della sua fidanzata Liana (Letizia Quaranta). I suoi amici gli dicono “ma no che non diventi pazzo” ma lui ha le sue ossessioni notturne, i suoi incubi e ad un certo punto BUM! arriva la tempesta nel cranio e lui si risveglia barbone, assume in pratica una nuova identità, non è più il nobile Renato ma un delinquente di mezza tacca, viene messo in prigione però è fortissimo e acrobaticissimo e riesce a fuggire, poi finisce ospite di uno straccivendolo, si innamora di Ada, una popolana guarda caso identica alla sua fidanzata. Il padre di lei è un inventore che sta sperimentando il fototelefonofotografo, in pratica uno smartphone, poi arrivano dei banditi, poi Renato e Ada vengono catturati e legati, si liberano in modi rocamboleschi, tipo anche facendosi aiutare da un simpatico topo di fogna e alla fine… naturalmente era tutto un sogno durato 7 giorni in cui lui ha sempre dormito. Tutti i personaggi che lui ha incontrato nel sogno erano in realtà scienziati e psichiatri a sua disposizione per fargli una specie di shock treatment e guarirlo dalle sue nevrosi. L’amico romanziere, intanto, ha scritto (in 7 giorni) un libro che documenta tutte le folli avventure di Renato.
In tutto ciò Campogalliani lancia continui e ammiccanti sguardi in macchina rompendo la quarta parete che nemmeno Fleabag cento anni dopo, anche se io mi sarei aspettato che oltre alla quarta parete rompesse anche le ossa ai sedicenti amici che non solo gli fanno passare le pene dell’inferno ma per di più ci scrivono su un romanzo e si arricchiscono. Invece finisce tutto a tarallucci e vino. Eppure è una film meravigliosa!

VAMPIRES VS. THE BRONX (Osmany Rodriguez, 2020)

Parliamo di Vampires vs. The Bronx, su Netflix. Se avete in casa un ragazzino tra gli 11 e i 13 anni (dopo no, che si passa direttamente a Carpenter) cui un po’ piace essere moderatamente spaventato, il film è quello giusto. Intendiamoci subito, è una piacevole cazzatina tipicamente Netflix, coi ragazzini in bicicletta che combattono i vampiri nel Bronx (il titolo è estremamente autoesplicativo, un po’ come Snakes on a Plane, per dire). Andiamo subito a spulciare i riferimenti diretti: un po’ Stranger Things, un po’ Ammazzavampiri di Tom Holland, un po’ Ragazzi Perduti di Schumacher, un po’ Blade (direttamente citato con spezzoni nel film), un po’ Buffy, ma ovviamente una spanna sotto tutti. La società di copertura dei vampiri si chiama Murnau Real Estate (perché la “sottile metafora” è che la gentrificazione del Bronx è una piaga paragonabile al vampirismo), il servo umano dei vampiri si chiama Polidori, insomma tante strizzatine d’occhio assolutamente inutili. Prevedibilissimo (ma in un certo senso confortante), praticamente con zero sangue, zero sesso e pochissime parolacce, si salva per l’interpretazione dei giovani protagonisti (che mi hanno ricordato un altro ensemble cast adolescente, quello di On My Block) e ovviamente per l’ambientazione inedita. La scena migliore secondo me è quella della raccolta delle armi pre-combattimento dove i protagonisti costretti dalle nonne a una messa serale irrompono nella sacrestia rubando l’acquasanta con le bottiglie vuote di Sprite. Insomma, ora anche il Bronx ha i suoi succhiasangue, dopo la Brooklyn di Eddie Murphy / Wes Craven e la serie di What We Do in the Shadows a Staten Island. #recensioniflash

CATS (Tom Hooper, 2019)

In questo momento sto un po’ in para, tra il covid e vari cazzi privati, allora per distrarmi vi voglio dire due cose su Cats, una #recensioneflash atipica su quello che è considerato il (o uno dei, via) film più brutti del mondo.
Nulla in contrario al musical di Lloyd Webber, di cui non sono appassionato ma che pratico e conosco da quando son piccino, e insomma ho avuto anche io la mia buona dose di canzoni tra un Memories, un Rum Tum Tugger e un Old Gumbie Cat.
Il film però è veramente un inno alla noia e all’imbarazzo. Noia e imbarazzo si bilanciano così bene che quando stai per addormentarti dalla noia arriva l’imbarazzo a risvegliarti e quando sei profondamente a disagio per quello che si vede sullo schermo la noia ti porta in salvo (ad esempio tutto il pezzo di Taylor Swift me lo sono fumato così, sonnecchiando).
Andiamo avanti con impressioni sparse:
– tutto il trucco e parrucco del film sembra una trasposizione felina dell’effetto speciale alla base del famoso meme di YouTube “Annoying Orange”
– il film è chiaramente un’ode alla sessualità Furry, ci si aspetta sempre che da un momento all’altro i gatti comincino a inchiavardarsi tra loro (“Furry” esiste, non ho controllato prima di scrivere ma sono piuttosto certo che ci sia anche la categoria su Pornhub)
– le proporzioni all’interno delle inquadrature sembrano realizzate da un geometra reso pazzo dalla visione di Cthulhu e dei Grandi Antichi
– L’idea che gli attori siano nudi (pelosi ma nudi) è alla base di grandi momenti di imbarazzo, per esempio quando allargano le gambe a favore di camera o fanno mostra di leccarsi lì: forse era meglio evitare di spingere troppo sul realismo felino.
Poi boh, la scelta di Jennifer Hudson e Jason Derulo per i ruoli di Grizabella e Rum Tum Tugger mi è sembrata anche felice, ma tanto è difficilissimo riconoscerli.
In definitiva, un film che potrebbe popolare i vostri incubi.

OVER THE MOON (Glen Keane, 2020)

Cominciamo col dire che Glen Keane è praticamente Dio. Tra i viventi, il più grande animatore del mondo. Se non lo avete mai sentito nominare, Keane comincia con Bianca e Bernie, attraversa Red e Toby, Taron e la pentola magica, Basil l’Investigatopo e Oliver & Company. Poi diventa responsabile unico del rinascimento Disney concependo La Sirenetta, La Bella e la Bestia, Aladdin, Pocahontas, Tarzan. Poi si prende una lunga pausa. Nel frattempo lavora con Lasseter prima che la Pixar diventi la Pixar e concepisce il primo incrocio tra CG e animazione tradizionale animando una scena di Where The Wild Things Are di Maurice Sendak (cosa, COSA sarebbe stato fargli fare quel film… ma non c’erano soldi, e Keane si sfoga poi con la scena del ballo nel castello della Bestia). Poi torna trionfalmente nel 2010 con Rapunzel e a seguire chiude con la Disney per divergenze creative. Poi vince un Oscar nel 2017 per il corto animato su Kobe Bryant. E nel 2020 anima, co-produce e dirige Over The Moon su Netflix.
Certo, cosa credevate, era tutta una lunga intro per la #recensioneflash di oggi.
Ora, se Keane è il Dio dell’animazione, Over The Moon dovrebbe essere un capolavoro. Eh. Diciamo che si lascia guardare. Tutto in Over The Moon è perfettamente studiato per essere… uhm… splendidamente perfetto. Si copia dai migliori, si frulla tutto e voilà. Over The Moon è un concentrato ipercinetico di animazione disneyana di primo livello, manga, illustrazione popolare cinese, videogame, pop art, suggestioni Pixar e Ghibli, un’occhio allo stile del multiverso di Spider-Man (produce Sony), un orecchio (e anche qualcosa in più) a Frozen, una colonna sonora che frulla K-Pop e musical hip hop alla Hamilton (la dea della luna Chang’e è Phillipa Soo), buffe creature caramellose, luci, psichedelia. La storia è quella di Fei Fei, bambina orfana di madre che non sopporta di vedere che il padre sta per risposarsi. La mamma le raccontava sempre la storia della dea della luna Chang’e e lei decide di andare sulla luna in un disperato e infantile tentativo di trovare Chang’e e convincere il padre che l’amore è eterno e tutto deve sempre restare uguale. Nel viaggio la accompagna il futuro fratellastro infilatosi a sgamo nel razzo costruito da Fei Fei. (Dimenticavo: tutto si svolge in Cina, la produzione è dello studio Pearl, lo stesso di Abominable). OK, dunque abbiamo il classico viaggio dell’eroe declinato pari pari. Tutta la prima parte del film è visivamente bellissima e l’animazione – manco a dirlo – è stupefacente. Poi i bambini arrivano sulla luna, vengono trasportati da leoni alati nella città di Lunaria e… beh. Proprio dove la fantasia dovrebbe regnare sovrana, ci troviamo in un mondo alla Candy Crush, con richiami a Angry Birds, Ralph Spaccatutto, Frozen (nel senso che c’è un personaggio che praticamente è Olaf e Chang’e ha degli assoli molto Elsa), Up… e con dei momenti invece degni dell’animazione Disney vecchio stampo (tutte le scene con i coniglietti, guarda un po’). I diversi elementi e i diversi stili visivi del film cozzano un po’ tra di loro creando purtroppo l’effetto di un film irrisolto (e poteva invece essere molto di più, poteva arrivare volendo ai livelli di Coco o Inside Out). Over The Moon è più sperimentale in un certo senso, e questa cosa la paga in termini di minor coinvolgimento. Solo verso la fine le cose si calmano un po’, la “lezione” viene imparata, l’eroe torna con l’elisir nel mondo conosciuto e i giochi si chiudono. Ai bambini piacerà moltissimo (e del resto meglio un Over The Moon che mille Angry Birds o Ugly Dolls), ai grandi sembrerà un collage di mille film già visti. Ma animato da Dio.

BORAT SUBSEQUENT MOVIEFILM (Sacha Baron Coen, 2020)

Borat Subsequent Moviefilm: Delivery of Prodigious Bribe to American Regime for Make Benefit Once Glorious Nation of Kazakhstan (di seguito per brevità “Borat 2”) è un film da vedere? Sì. Magari è un po’ fuori tempo massimo? Sì, anche. Per chi già conosce Borat, nulla di nuovo e – sinceramente – nulla di particolarmente sconvolgente. Rifare Borat 14 anni dopo il primo azzeccatissimo film semplicemente non è possibile. Baron Coen mette in scena fin da quasi subito questa impossibilità: la gente lo riconosce per strada e gli grida “Borat, fammi un autografo”. Evidentemente, quindi, il film che si pone come un sequel e che si comporta come un remake/reboot deve essere gestito in modo diverso. Borat diventa un trasformista alla Fregoli, si traveste da professore, da cantante country, usa parrucche e travestimenti improbabili per non farsi riconoscere e lascia spesso e volentieri la scena alla figlia Tutar (Maria Bakalova) in un passaggio di testimone del cringe che è anche un passaggio da una condizione femminile satiricamente subumana a un empowerment sui generis. Ci sono come nel primo film le scene memorabili in cui emergono cose “incredibili” (lo metto tra virgolette perché il 2020 non è il 2006 e ormai diamo per scontato e naturale che la gente sia orgogliosa della propria meschinità, della propria ignoranza, del proprio razzismo e sessismo). La scena del finto aborto, quella della danza della fertilità, quella del discorso sulla masturbazione al convegno delle donne repubblicane sono pezzi di bravura di Maria Bakalova che sfrutta tutti gli assist che le offre Sasha Baron Coen. Anche la sequenza “incriminata” di Rudy Giuliani ci disgusta senza però risultare inaspettata: conosciamo fin troppo bene quel tipo di uomo. Resta il fatto che – appunto – è difficile che Borat 2 riesca a stupire, a indignare, a scioccare. C’è anche una polemica sulla partecipazione di Judith Dim Evans (cui il film è dedicato, dato che è deceduta nel frattempo) che è una sopravvissuta all’Olocausto, una figura un po’ come da noi Liliana Segre, ma è una polemica inutile: è ovvio che Baron Coen non presenta realmente un punto di vista antisemita, anche se qualcuno sembra ancora non capirlo. Tutto sommato l’impressione è stata quella di un film stancamente fuori tempo massimo, con punte di situazionismo e nausea altissimi e un invito finale ad andare a votare che per chi ama Borat immagino sia un’esortazione inutile, ma tant’è. #recensioniflash

PENINSULA (Yeon Sang-Ho, 2020)

È il momento di parlare di Peninsula. Venduto anche come “Train to Busan presents: Peninsula”, il film non è precisamente un seguito del fortunato e geniale film di zombie del 2016. Diciamo che è un action horror che si muove nello stesso universo narrativo. I due film sono molto diversi tra loro. Dove Train to Busan mescolava zombie splatter e melodramma familiare con una inedita attenzione all’approfondimento psicologico dei personaggi, Peninsula sceglie una strada più “sicura” in termini commerciali e ricalca un po’ l’action hollywoodiano. Che non è un male di per sé, intendiamoci, basta saperlo. Yeon Sang-Ho deve aver pensato che non sarebbe riuscito a dare al suo precedente film un seguito “vero” (meglio in questo senso il lungometraggio animato Seoul Station) e ha deciso di fare una virata notevole. Peninsula guarda a Carpenter e a Miller, più che a Romero, ed è un divertimento trovare tutti i riferimenti più o meno espliciti a Fuga da New York, Fuga da Los Angeles, e un po’ a tutta la saga di Mad Max. Vero, in Peninsula la storia conta poco. C’è una missione da compiere in una corea postapocalittica, ci sono orde di zombie coreani (contraddistinti come ormai sappiamo dagli occhi bianchi e dalle articolazioni innaturalmente snodate), ci sono le milizie dei sopravvissuti ancora più pericolose degli zombie. Gang Dong-Won è un ex soldato che deve recuperare un camion pieno di dollari, Lee Jung-Hyun una sopravvissuta tostissima con due figlie assi del volante (le scene di inseguimenti sono tra le più adrenaliniche mai viste). Ovviamente le strade dei due si incroceranno, innescando casini sempre più grossi. Parlato un po’ in inglese, un po’ in coreano, un po’ in mandarino, Peninsula a tratti non sembra nemmeno un film orientale. Sang-Ho si ricorda delle sue origini in certe sequenze di dramma e tensione tirate volutamente per le lunghe (il quasi sacrificio di Lee Jung-Hyun nel prefinale), nella recitazione sopra le righe di quasi tutti i villain, in alcune scene di menare, su tutte la prima discesa nell’arena dei “gladiatori”. Per il resto, oh, avercene di film come Peninsula. #recensioniflash

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