E ANCHE STO HALLOWEEN…

Ebbene, cari lettori, questo mese di ottobre non è che abbia visto poi molti film. Sono stanco, a vedere Dune (o Drive My Car, se è per questo) avevo tanta paura di addormentarmi, le avversità della vita mi spingono a rifugiarmi nel comfort watch (che nel mio caso di solito è un rewatch, per esempio in sti mesi di Seinfeld) e quindi esco poco dal recinto. Esco quando mi pare che valga la pena, oppure quando esce un horror particolarmente in tema, o ancora quando voglio spegnere il cervello guardando una cosa molto trash. A voi capire cosa è cosa nelle recensioniflash che seguono.

OLD (M. Night Shyamalan, 2021)

Stringetevi forte, amici, perché ho visto Old di Sciaiamalan, Sciamalaian, coso insomma. Non volevo, lo giuro. Eppure ogni volta mi fotte così. Perché poi The Visit e Split un po’ mi erano piaciuti, erano cattivi e tutto sommato poco Sciamaialan. Invece Old è parecchio suo. Ma parecchio. Intendiamoci, a chi non è piaciuto Il sesto senso. Il sesto senso è fighissimo. Da lì in poi me ne fosse piaciuto uno (a parte The Visit e Split, che secondo me non erano male checché ne dica un mio carissimo amico che dal 2016 ancora mi odia per averlo portato a vedere il thrillerone pazzo con James McAvoy). Vabbè, comunque, Old. Famiglie clienti di un lussuosissimo resort che vengono portate in una spiaggia esclusivissima, talmente esclusiva che ogni ora che ci passi invecchi di due anni e chiaramente se già sei adulto dopo nemmeno un giorno muori male. I bambini invece crescono e diventano adulti. Lo ammetto, una premessa intrigante, che però va bene per un episodio di Ai confini della realtà o per uno spinoff di Lost. Sciamalama invece allunga il brodo all’inverosimile facendo il gioco della suspence di non inquadrare mai le facce finché badabooom le zampe di gallina della supermodel o i peli sulle braccia del bimbo di sei anni. Un ottimo, ottimo lavoro dei reparti trucco e parrucco, ma come sempre nei film del nostro ineffabile, tutti o quasi (anche quelli bravi, come Thomasin McKenzie o Alex Wolff) recitano da cani maledetti con dei dialoghi che sembrano scritti da Lory Del Santo per The Lady. Il meccanismo della “pistola di Cechov” è spiattellato in faccia quelle sei o sette volte, ogni cosa è superprevedibile, il 90% dei personaggi è imbarazzante ma ci sono dei momenti gustosi, tipo un paio di scene splatterone e soprattutto la gag dei bambini di sei anni che nel giro di cinque ore si sviluppano come sedicenni ed escono da un nascondiglio che lei è incinta e lui dice “Ma no dai mamma, stavamo solo giocando” e dopo mezz’ora lei partorisce. OK, ma a parte questo, lo Sciaiamalian twist c’è? Cerrrrrrto che c’è, è solo praticamente telefonatissimo dal minuto 20 del film. Comunque non vi dico nulla, se non che anche stavolta Sciamacoso ha un ruolo nel film e che è abbastanza importante anche se non sembra. Vabbè. Comunque lo so che si chiama Shyamalan, ma mi fa sempre troppo ridere dire Shama Lama Fa Fa Fa. #recensioniflash

THE VELVET UNDERGROUND (Todd Haynes, 2021)

Il documentario di Todd Haynes sui Velvet lo attendevo da circa 4 anni, da quando cioè era venuto fuori che ci stava lavorando. E ve lo dico subito, è una bomba assoluta. A parte il fatto che è un documentario sulla band che forse è la mia preferita in assoluto di sempre (se la giocano coi Kraftwerk, va bene, ma comunque), è un lavorone immenso, che per tutta la prima ora, per dire, non nomina nemmeno i Velvet, perché si parla dell’infanzia di Lou Reed e John Cale, dei loro percorsi prima di incontrarsi a New York, prima di incappare in Andy Warhol. Poi nella seconda ora di film tutto quello che sappiamo si avvicenda tra Nico e Maureen Tucker, l’Exploding Plastic Inevitable, tra Cale che se ne va e Doug Yule che arriva, tra Sterling Morrison che molla e il Max’s Kansas City e Lou Reed che saluta tutti e avvia la sua carriera solista. Tutti i pezzi che vi immaginate sono lì a vibrare mentre Todd Haynes tira fuori il meglio dal materiale d’archivio a sua disposizione e – forse è inutile dirlo – almeno 45 minuti di film sono spezzoni di film di Andy Warhol, o di Jonas Mekas (intervistato qui poche settimane prima della sua morte, il film è dedicato a lui). C’è molta arte, di Warhol ma anche di Rauschenberg, Rothko, Johns. C’è molta musica sperimentale, John Cage, LaMonte Young, c’è un tenero Jonathan Richman che quindicenne bazzicava i Velvet prima di formare i suoi Modern Lovers, ci sono tutte le superstar della Factory, Gerard Malanga, Mary Woronov, Candy Darling, Mario Montez, Edie Sedgwick. Un documentario densissimo, quasi tutto in split screen, con le voci che parlano sopra filmati d’epoca inediti, immagini mai viste, testimonianze visive di una New York tra il ’66 e il ’70 che è assolutamente emozionante. Soprattutto, non è tanto un film per dire “quanto erano fighi i Velvet Underground” (se lo guardi è perché lo sai già), ma è un film per testimoniare il clima artistico e culturale che ha potuto far emergere i Velvet come fenomeno prima avant-garde, poi di puro marketing warholiano, poi come rock’n’roll band “tradizionale” ma sempre fuori dagli schemi. Spettacolare, insomma, ma non mi aspettavo di meno da Todd Haynes. Verso la fine c’è una foto meravigliosa di qualche anno fa di Lou Reed e Laurie Anderson abbracciati su una panchina a Coney Island (credo). Mi ha colpito molto. #recensioniflash

HALLOWEEN KILLS (David Gordon Green, 2021)

Visti per voi (non è vero, li ho visti per me e poi mi diverto a stressarvi con le mie #recensioniflash): Halloween e Halloween Kills. Tutti e due così d’un fiato, che tanto sono l’uno il seguito diretto dell’altro. Anche se uno è del 2018 e l’altro di adesso. E boh. Io faccio parte del team Rob Zombie, per me esiste il primo Halloween del 1978 e poi gli Halloween di Rob Zombie, sporchi, crudeli, eccessivi come tutto il suo cinema. Questa “nuova interpretazione” di David Gordon Green targata Blumhouse è… corretta, efficace, nel solco della tradizione, ma mi sembra che emozioni poco. Michael Myers è sempre gigantesco, l’attacco del primo film con i malcapitati autori di podcast è azzeccato. Ma il vantaggio di questi Halloween (il fatto di essere “benedetti” da sua maestà Carpenter in persona) è anche il loro limite. Tutto (soprattutto nel nuovo Halloween Kills) è messo in scena per strizzare l’occhio e dare di gomito allo spettatore che ha visto i primi due capitoli (1978 e 1981), ci sono scene che addirittura mirano a riempire buchi di trama dei film originali, la solita retcon sparsa a piene mani, flashback che non si capisce se siano spezzoni dei film originali o meno (questo è un aspetto affascinante a dire il vero). Poi c’è l’aspetto “critica sociale” ultra didascalico della serie “i veri mostri siamo noi” che ho trovato veramente molto cringe. Il tutto è bilanciato da una spinta splatter che normalmente Halloween non ha, con molto più sangue e omicidi più violenti, elaborati e fantasiosi (ma come sempre totalmente casuali, perché a Michael fondamentalmente non gliene frega un cazzo). E infine trovo che questo voler dare una dimensione mistica e uno scopo preciso alle azioni di Michael sia un po’ forzato, comunque vedremo cosa succede con Halloween Ends. Bonus: Jamie Lee Curtis nel suo ruolo iconico di nonna Laurie sembra Patti Smith.

TITANE (Julie Ducournau, 2021)

Ciao, premetto che ho il raffreddore forte e una scarsa capacità di concentrazione e di eloquio, comunque ieri sono riuscito a vedere Titane, che era uno dei film del momento che più mi interessava. Dicono che sia un film fluido. Vediamo perché. Intanto è “fluido” nel senso che ci sono un sacco di fluidi corporali. Sangue, saliva, vomito, perdite intime, olio motore, perdite intime di olio motore, pus, e boh, forse dimentico qualcosa. Da questo punto di vista Titane è un film abbastanza repellente, poi oh, dipende dalla vostra soglia di tolleranza, c’è chi già al cannibalismo di Raw (della stessa regista) si schifava, qui ci sono robe peggio. Poi è “fluido” perché rappresenta percorsi di identità fluide, tra generi (la protagonista oscilla gaiamente tra iperfemminilizzazione e ipermascolinizzazione, in una performance attoriale direi unica nel suo genere e molto impressionante), ma anche tra umano e post-umano, rendendo ambigue e appunto fluide anche le potenziali relazioni familiari padre/figli*. Infine, e qui sta quello che più mi interessa, è “fluido” perché è una maionese impazzita di generi e di improvvise sterzate narrative alla brutto dio, gestite dalla Ducournau così, de botto, senza un perché. Con grandissima nonchalance e con la voglia matta di andare in culo a tutte le possibili aspettative degli spettatori. Prima è un musical postmoderno, poi è un thriller splatter con vena comica (e Caterina Caselli incorporata), poi è un dramma familiare gelido e ambiguo (e non dimentichiamo il grandissimo Vincent Lindon che come controparte della protagonista è altrettanto impressionante), infine si “scalda” e diventa incandescente sul finale assurdo ancorché prevedibile. A ogni cambio scena la reazione è “ma cosa cazzo ho appena visto”, eppure il film riesce miracolosamente a non deragliare. Boh, a me è piaciuto, anche se preferivo Raw, meno volutamente sgangherato. Della trama non vi dico un cazzo perché certo, possiamo dire “è quel film dove la tipa fa sesso con una Cadillac e rimane incinta dell’autovettura”, ma, come dire… quella è solo la parte più normale del film. #recensioniflash

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