DISCESE AGLI INFERI E SLITTAMENTI DI GENERE

Luglio col bene che gli voglio non sono riuscito a vedere molti film, son stato una settimana al mare, mi sono intrippato con Dark che è un casino senza senso e devo star dietro a un sito per capire le relazioni tra i personaggi e le linee temporali, ma tre chicche me le sono viste. Ve le appoggio qui in attesa di tempi migliori. Enjoy.

FAVOLACCE (Damiano e Fabio D’Innocenzo, 2020)

Ve lo devo dire, nel caso non ci abbiate ancora fatto caso. Favolacce dei fratelli D’Innocenzo è un capolavoro totalmente fuori dagli schemi e lo trovate al momento anche su Prime (doveva uscire in sala ad Aprile, ma vabbè, comunque in molte sale lo trovate adesso). Mi aspettavo un film grottesco che calcasse la mano sulle meschinità della piccola borghesia romana. Ci ho trovato questo, certo, ma molto altro. Favolacce parte da un presupposto narrativo (il ritrovamento di un diario scritto da una bambina) che mette una doppia, tripla distanza tra lo spettatore e la materia narrata. E meno male, perché si tratta di roba incandescente. Ci sono quattro famiglie che stanno chi nelle villettine a schiera chi in baracche prefabbricate, c’è l’estate, la scuola (vanno a scuola d’estate? Non è chiaro). I tempi narrativi saltano qua e là, a un certo punto sembra sia messo in scena il classico ultimo giorno di scuola con gavettoni, poi no, ci sono altre scene in classe. Ci sono adulti gretti, meschini, mediocri, prevaricatori, violenti, incapaci di ascoltare. Ci sono bambini afasici, patologicamente timidi, inadatti, inadeguati, rassegnati, ma puri e poco concilianti. Inevitabile che i due mondi (quello squallido degli adulti e quello sur-reale dei bambini) si scontrino facendo delle vittime. Elio Germano che qui fa il padre di una delle famiglie in questione, ha due scene francamente terribili, in cui viene voglia di girarsi dall’altra parte, che contribuiscono a definirlo come il più grande attore italiano in giro oggi. Ileana D’Ambra, che non conoscevo, è un’altra grande sorpresa nel ruolo di sogno erotico di uno dei bambini protagonisti, vista attraverso gli occhi del suo desiderio e infine vista per quello che è veramente in una sequenza devastante e ulteriormente messa a distanza, raccontata attraverso un servizio di cronaca del telegiornale (ma è la stessa notizia dell’inizio del film? Il tempo è circolare). Tutto è girato con una inquietante insistenza sui primissimi piani, su dettagli apparentemente non-significanti, su ombre, carrelli a precedere. L’uso del fuori campo è magistrale (specialmente nella succitata scena di Germano), si ha sempre la sensazione che stia per esplodere la tragedia, e quando esplode si è ormai quasi sfiancati da questo continuo richiamo a Pasolini e Antonioni (i primi nomi italiani che mi sono venuti in mente) ma anche – per le atmosfere – a Yorgos Lanthimos. Folgorante la scelta di usare per le musiche un LP del ’72 di Egisto Macchi, “Città Notte” (era un membro del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, come Morricone): la musica concreta ed elettronica, mixata con gli effetti sonori del film rende la realtà di Favolacce ancora più sospesa. Quando sui titoli di coda risuona una assurda filastrocca che ripete in continuazione “non si può guarire, bisogna morire”, resti lì inebetito e capisci che hai visto un film, per dirla con Stanis La Rochelle, “molto poco italiano”. Non è per tutti, eh. Soprattutto astenersi quelli che non vogliono vedere brutte cose che capitano a bambini, io ve l’ho detto. Comunque uno dei film migliori dell’anno, so far. #recensioniflash

MATTHIAS AND MAXINE (Xavier Dolan, 2019)

Quanto ci piace Xavier Dolan da queste parti, non potete capire. Ho perso giusto il suo apparentemente terribile film americano ma per il resto li ho amati tutti moltissimo, con una predilezione speciale per Laurence Anyways e Tom à la Ferme. Del resto come si può non amare uno che a 19 anni scrive dirige monta e recita da dio tutto insieme? Uno che ha il senso innato dell’inquadratura e di come distillare da questa emozioni mai dette, ma solo suggerite visivamente? Uno che per finanziarsi i film accetta parti piccole ma incisive in film come It (parte 2)? Uno che – ho scoperto da pochissimo – nel natio Quebec ha doppiato Ron Weasley, Peeta Mellark e Jacob Black (LOL)… E quindi, spinto da una serie di post a tema direi prossemico di Dario Tomasi, ho visto anche questo Matthias e Maxime, e devo dire che siamo sempre a livelli molto alti. I due ragazzi del titolo fanno parte di una compagnia di amici di Montréal, dove si parla un mix orribile di francese poco comprensibile e inglese con accento terribile… esilarante. Anche il senso dell’umorismo dei ragazzi quebecois è qualcosa di interessante, con battute epiche come “Your mom is so fat her Patronus is a Burger King”. Comunque. A un certo punto per scommessa i due devono partecipare al corto amatoriale della sorella minore di un amico e devono baciarsi davanti alla telecamera. Il bacio non si vede, Dolan stacca prima. Ma è un bacio che mette in discussione tutto. Non lo definirei tanto un film gay, Dolan stesso lo ha definito semplicemente un film d’amore. I due amici etero scoprono da quel bacio che evidentemente li lega un sentimento più forte. Ma è un problema. Rende imbarazzanti le uscite in gruppo, si percepisce che c’è un non detto, ci sono dei giochi di sguardi misti a stacchi e – appunto – costruzioni delle inquadrature veramente magistrali. E comunque la passione a un certo punto esplode in maniera concitata e quasi dolorosa (su Tumblr ovviamente è strapieno di GIF che ripropongono l’unica scena di pomiciamentus interruptus del film) e poi la chiusura (“This is not us, we have to talk”). Ma Matthias e Maxime finisce che non parlano mai, Maxime deve partire per l’Australia, l’evidente sentimento che c’è è destinato a morire male… o forse no. Finale ambiguo e apertissimo come sempre, grandissima prova d’attore di Dolan che è bravo anche a sanguinare. E che ovviamente ha una mamma psicolabile e affetta da dipendenze che è la stessa di J’ai tuè ma mère. #recensioniflash

ANTRUM (David Amito / Michael Laicini, 2020)

Io ho finito luglio guardando ANTRUM, e così penso che voi dovreste iniziare agosto assaporando questo horror un po’ fuori dagli schemi, fuori di testa, fuori dalla norma, insomma… fuori. ANTRUM ha come sottotitolo “The deadliest film ever made”. Tipo The Ring, ma lì era un corto che lo vedevi e poi morivi. Tipo La fin absolue du monde (il film maledetto di Cigarette Burns di Carpenter), ma lì manco lo vedevi. ANTRUM invece è l’operazione di marketing horror più felice dai tempi del primo Blair Witch Project (ma fortunatamente senza la menata della camera a mano). ANTRUM parte come un documentario su ANTRUM, film del 1979 che tutti quelli che hanno avuto il (dis)piacere di vederlo o di selezionarlo per un festival cinematografico sono morti male. Tipo che uno si è tuffato in mare dopo aver visto ANTRUM ed è atterrato su un temibilissimo e velenosissimo PESCE PIETRA ed è morto tra atroci dolori. Ma sai che c’è, alla fine hanno ritrovato una copia di ANTRUM e te la fanno vedere, tutta, sì, proprio così, con un disclaimer a tempo che dice “Oh, vedi tu, se lo vuoi guardare Amazon Prime declina ogni responsabilità per gli effetti collaterali tipo diarrea, vomito, MORIRE MALE. Hai 30 secondi per spegnere il televisore o uscire dalla sala. 29, 28, 27…”. Poi inizia ANTRUM, il presunto film del ’79, e devo dire che visto a tarda notte qualche inquietudine la mette. Cioè intendiamoci, è una cazzata immane, c’è un bimbo triste perché hanno fatto l’iniezione letale al suo cane, lui chiede “ma è andato in paradiso vero?” e la mamma stronza senza limiti gli fa “no, è andato all’inferno perché era un cane cattivo” e allora il bimbo e la sorella maggiore decidono così sui due piedi che vanno nel bosco dove si dice che ci sia la porta dell’inferno a scavare di brutto finché non raggiungeranno l’inferno, proprio. Tipo per salvare l’anima del cane, ma in realtà non è importante. In realtà per tutto il film, sgranato, graffiato ed efficacemente girato “come se” fosse una roba underground bulgara anni ’70, appaiono cose, la pellicola è graffiata con simboli satanici, c’è una musica binaurale angosciante e fastidiosissima, fruscii, figure nere, inserti con gente che viene torturata male, cadaveri che affiorano, uno che si scopa un cervo morto, un giapponese che sembra che voglia fare la cacca nel bosco poi invece voleva fare harakiri ma quando si vede scoperto dai due bambini chiede scusa e scappa via, ma soprattutto LO SCOIATTOLO DEL DIMONIO (favorisco foto, per me è l’apparizione più bella del film). In questa discesa agli inferi sempre più psichedelica non si capisce bene se succedono cose o se in realtà è tutto nella testa dei due protagonisti. Si capisce che all’inizio lui è disturbato e la sorella è più a posto mentre verso la fine si invertono i ruoli e la sorella va fuori di testa. Ad ogni modo, non è che ci sia un vero e proprio finale. Ogni tanto, specialmente verso la fine, appare Astaroth che mormora cose incomprensibili e guarda male lo spettatore, io poi a un certo punto ho anche dormicchiato, tanto nei punti salienti c’è la stecca di sonoro che ti fa capire che succede qualcosa. Non so nemmeno dirvi se mi è piaciuto o no. Però ci sto ancora pensando. E, per la cronaca, non sono ancora morto. #recensioniflash

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