A BRONX TALE

Avere la bronchite non è poi così male.

La dottoressa dice che è una bronchite acuta, che devo stare ben al chiuso e che devo fare tre aerosol al giorno, più due sciroppate e due tachipirine. Per buona misura io ci aggiungo anche il brodo di pollo, che non si sa mai.  Però non mi sento la febbre. Cioè, a parte la tosse cavernosissima da fumatore settantenne non mi sembra di essere malato. E quindi, con un po’ di attenzione, si può vivere la vita anche così.

Per esempio, il telelavoro. Dio sa se questa era una settimana incasinata in ufficio, di quelle in cui si pensa “qualsiasi cosa accada non devo assentarmi in quei giorni”. E invece. Ma, grazie alla potenza della webmail aziendale e del mio incredibile spirito di abnegazione, riesco a lavorare anche da qui. Non solo, ma tra un problema di lavoro e un altro, faccio lavatrici, stendo, pulisco il cesso. La giornata è scandita dai medicinali, ogni tanto guardo una puntata di qualche serie televisiva. A me sembra OK. Uscire di casa non mi manca. Ci pensa Stefi, che con il suo raffreddore sta tutto sommato peggio di me (e non ha preso mutua).

La bronchite non l’avevo da quattordici anni. Ricordo perfettamente la mia ultima bronchite, quella del 1996. Si stava tutti insieme in quella specie di comune che era la Bamboo House, a studiare poco, mangiare ancora meno e vivere tanto. A volte penso che il mio guadagno esponenziale di peso, dal 1999 in poi, sia dovuto anche alla reazione a quasi 10 anni di fame atavica. Arrivato il benessere economico, la tavola poteva essere sempre imbandita. Ma tornando a quella bronchite del 1996, non so. Poteva essere la prima volta, credo, che un virus minava il mio organismo in modo più subdolo di una classica influenza.

Dovetti tornare a casa dai miei genitori e curarmi lì. Gli unici contatti con i compagni della Bamboo erano le e-mail, la killer application del momento. Nella Bamboo c’era un M24 collegato via telnet ai server dell’Università mentre io utilizzavo la connessione di mio padre con uno dei primi, timidi provider locali. E così ci scrivevamo a lungo, ed era come essere lì a parlare, creando e cancellando storie a spron battuto, come abbiamo sempre fatto e continuiamo a fare ogni volta che ci riusciamo. Erano i tempi di Framework, di Eloise (un esasperante software che simulava un’intelligenza artificiale e ci manipolava il cervello), delle audiocassette registrate con musica sperimentale inframmezzata da storie surreali raccontate dal nonno Bitto. In fondo era anche la prima volta che capivamo veramente tutti la potenza di Internet.

In seguito raccolsi quelle mail in un fascicolo intitolato “The Bronx Files” (con il simpatico e idiota gioco di parole tra la malattia e il borough newyorchese che contraddistingue anche il titolo del post).

Chissà dove è finito adesso.

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5 risposte a “A BRONX TALE”

  1. la mia ultima bronchite risale al 1995. dopo un anno ininterrotto di tosse, febbri recidivanti e scatarramenti da tisica scopro di avere delle allergie: alla polvere e ai gatti. quando il medico mi impone come cura di passare l'aspirapolvere ogni giorno, mettere sotto vetro i libri e liberarmi dei felini, magicamente il bronco si ripulisce. correva l'anno 1996, a questo punto eletto anno ufficiale delle bronchiti perniciose & miracolose.

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