HAMILTON, TRACCIA PER TRACCIA

Qualche giorno fa è uscito il film di Hamilton su Disney+, ed è un evento epocale. Cioè: Hamilton il musical è stato un evento epocale nel 2015, poi il film segue a ruota, va da sé. Io sono un super fan della prima ora, da quando un’amica americana mi ha portato in regalo il doppio CD con la certezza che “l’avrei apprezzato moltissimo”. E infatti, negli anni seguenti ho consumato i CD, i mixtape e – purtroppo – non ho potuto far altro che guardare da lontano l’impatto culturale che questo musical pluripremiato e amatissimo da pubblico e critica ha avuto in patria. Hamilton non è il primo musical hip hop / r’n’b (l’autore Lin-Manuel Miranda ne aveva già tirato fuori uno ottimo, In the Heights), ma è certamente il più influente e interessante. La storia è quella di Alexander Hamilton, un founding father che da immigrato è diventato braccio destro di Washington, poi ministro del tesoro, e come in tutte le buone narrazioni la storia personale si mescola con la Storia della nazione. Hamilton consta di 46 canzoni per due ore e quaranta di musical; il film su Disney+ è un’eccezionale ripresa fatta nel 2016 con il cast originale al top (avrebbe dovuto uscire in sala nel 2021, ma poi Covid e quindi streaming) ma è pur sempre un musical con testo da seguire bene ed è proposto esclusivamente con sottotitoli inglesi. Questo non deve spaventarvi, vorrei che la maggior parte di voi lo guardasse e lo apprezzasse. Per questo ho raccolto qui 46 simpatici paragrafetti (con titoli che linkano opportunamente a lyrics video su YouTube) per analizzare insieme le canzoni di Hamilton. Se riuscite a sopravvivere a questo post-monstre sarete pronti per Hamilton. Enjoy!

ALEXANDER HAMILTON

Andiamo a incominciare. La track #1 del musical è “Alexander Hamilton” che imposta i temi e il tono di tutto il musical. In questo numero di apertura Miranda astutamente fa presentare il personaggio principale dal punto di vista di tutti i coprotagonisti, rendendolo naturalmente sfaccettato e interessante. È Aaron Burr, il rivale di una vita, a raccontare la sfigatissima storia del giovane Hamilton. Il padre lo abbandona, la madre muore, lui si trasferisce dal cugino ma questo si impicca, lui riesce a lavorare e nel frattempo si dà a uno studio matto e disperatissimo finché a 19 anni riesce a ottenere un passaggio dai Caraibi (di cui è originario) fino a New York. La intro di Burr (uno dei migliori personaggi, interpretato da Leslie Odom Jr) diventa all’interno del musical il suo “tema portante”, un incedere incalzante in cui si chiede “ma questo Hamilton come fa, cosa lo spinge”? Fin dall’inizio la contrapposizione tra Hamilton e Burr è quella tra passione e opportunismo. Entrano poi in scena anche gli amici di Hamilton (Laurens, Lafayette e Mulligan) e la moglie Eliza, ognuno caratterizzato dalla sua relazione col protagonista (“me, I fought with him, me, I died for him, me, I loved him”…) e viene subito anticipato il tragico finale (“me… I’m the damn fool who shot him”). Miranda canta il bridge famosissimo (“there’s a million things I haven’t done but just you wait…”) e resta per il momento defilato. Per Miranda, che aveva presentato proprio questo pezzo nel 2009 a un poetry slam di fronte agli Obama, Hamilton è l’eroe hip hop per eccellenza, un wordsmith, un maestro di parole appassionato, immigrato, un underdog cioè un personaggio svantaggiato che però poi si rivela il più carismatico. Ascoltare questo pezzo corale vuol già dire entrare nel cuore del musical senza bisogno di introduzioni didascaliche. Pura maestria.

AARON BURR, SIR

E hop! Passiamo alla track #2 “Aaron Burr, Sir”. Un pezzo breve e di raccordo che ha però abbastanza humor, ritmo e flow da essere uno dei più memorabili del primo atto. È il 1776 e il giovane Hamilton si presenta al già laureato Aaron Burr chiedendogli come ha fatto a laurearsi in così breve tempo, obiettivo che anche lui persegue. Parte uno dei tormentoni musicali a venire (il “sir” rispettoso poi sempre più ironico) e si dispiega in una sola efficace frase la regola di vita di Burr (“Talk less, smile more, don’t let them know what you’re against or what you’re for”). Si presentano poi con un freestyle eccezionale i tre compari rivoluzionari: l’esaltato John Laurens, il francese Lafayette (Daveed Diggs, bravissimo) e l’ipersessuato Hercules Mulligan. Il contrasto tra loro e Burr è più che evidente e i tre sono curiosi: chi è questo ragazzo che lo accompagna? Sta per partire il pezzo più rappresentativo e noto di tutto il musical.

MY SHOT

Track #3 ed entriamo nel vivo della questione. “My Shot” è l’inno di Hamilton, il pezzo più rappresentativo e riconoscibile, quello più cantato e tamburellato da tutti. Alexander Hamilton si presenta in pubblico con il ritornello più memorizzabile del musical, “I am not throwing away my shot, I’m just like my country I’m young scrappy and hungry” e stabilisce subito una sorta di identificazione tra lui e gli USA di cui diventerà un padre fondatore per quanto poco ricordato (prima del 2015). Nel pezzo emerge anche l’urgenza politica e personale di Hamilton, che ha sempre saputo di poter morire giovane e che a differenza di Burr, quindi, vive bruciando entrambi i lati della candela. I suoi nuovi amici lo esaltano, ognuno portando il proprio tema in primo piano (l’aiuto francese alla rivoluzione per Lafayette, la liberazione dalla schiavitù per Laurens, l’ascesa sociale per Mulligan) e tutto l’ensemble canta in coro il ritornello dello “shot”, parola ambigua che nella canzone significa “occasione”, ma anche “bicchierino di alcol” o “proiettile”… Val la pena sottolineare anche la scenografia mobile che comincia a rivelare tutte le sue sfaccettature proprio in questo pezzo, in cui dall’osteria dove si trovano i protagonisti pare di vedere già la rivolta per le strade della città (“When are these colonies gonna rise up”). Vi sfido a non muovere il piedino o a non incistarvi.

THE STORY OF TONIGHT

Track #4, “The Story of Tonight”, un pezzo interlocutorio ricalcato sulla falsariga del musical classico di Broadway, con Alexander Hamilton e il suo nuovo gruppo di amici rivoluzionari che alla fine della loro notte di bevute alzano un bicchiere alla libertà, alla rivoluzione, al risveglio delle masse e a un futuro radioso in cui verrà raccontata “la storia di questa notte”. Una bella melodia e un bell’intreccio vocale che vanno a costituire un tema “forte” che ritornerà anche più avanti (in chiave anche più triste e disillusa) ma che fondamentalmente sopportiamo solo per arrivare alla track #5 che è un altro di quei pezzi memorabili che spaccano, sparsi a piene mani in tutto Hamilton…

THE SCHUYLER SISTERS

Track #5, “The Schuyler Sisters” (pron. SCAILER). Questo è un altro dei pezzoni che tutti amano citare e soprattutto amano cantare in improbabili sessioni di singalong sotto la doccia e non. In effetti, è una delle tante cesure nette nell’atmosfera di Hamilton, che dalla dolcezza malinconica del pezzo precedente passa ad un eclettico rap di Burr che declama quanto sono appetitose le ragazze della buona società che vanno a passeggio per Manhattan in cerca di maschioni. E per fare un esempio, prendiamo proprio le figlie di Philip Schuyler: Angelica, Eliza… e Peggy (Schuyler è un politico americano dell’epoca, ma oh, tutta gente che comunque trovate su Wikipedia). Parte il girl power con il tema di Angelica, che è in cerca di “a mind at work”, che ha letto Common Sense di Thomas Paine e che “you want a revolution, I want a revelation, so listen to my declaration”. Si tratta di un pezzo costruito su una base r’n’b molto accattivante, memore di una giovane Beyoncé, per dire, e che esprime ideali validissimi ancor oggi (“all men are created equal”) e presenta le sorelle Schuyler, le cui storie ben presto si intrecceranno con quella di Alexander Hamilton (anche se Burr preferirebbe che si intrecciassero alla sua). Particolare degno di nota, le sorelle sono appetibili in quanto “piene di soldi”, e questo è da tenere a mente per la sofferta dichiarazione che Angelica farà qualche traccia più avanti… Nel film il numero è eccezionale, con tutto l’ensemble che gira per il palco trasformato in una affollata strada di New York (nell’immaginazione, perché la scenografia di Hamilton è sempre la stessa, solo che è mobile e il cast trasporta oggetti di scena mentre balla e il tutto è incredibile da vedere).

FARMER REFUTED

Sempre grandi LOL e ammirazione per la track #6, “Farmer Refuted”. Si tratta di un intermezzo in cui Alexander Hamilton, spalleggiato dai suoi nuovi amici rivoluzionari blasta un oratore pro-Inghilterra sulla pubblica piazza. Si tratta di Samuel Seabury, un ecclesiastico lealista noto avversario di Hamilton anche nella realtà storica, cui Miranda fa fare una figura di merda assoluta, schiantando la sua pomposa oratoria barocca (anche nella musica) con la forza rivoluzionaria del freestyle hip hop. Il pezzo sembra dimenticabile ma è costruito come un canone classico in cui il tema viene ripetuto più volte, decostruito e innestato con il beat di Miranda fino a crollare sotto i colpi dell’hip hop. Questo perché se l’hip hop rappresenta l’America nel musical, la musica barocca (e – vedremo tra breve – il brit pop) rappresenta l’oppressore inglese. Alla fine del pezzo, arriva “a message from the kiiiiiing”…

YOU’LL BE BACK

La Track #7, “You’ll Be Back”, non ha bisogno di presentazioni per i fan del musical in tutto il mondo. Entra Re Giorgio (Jonathan Groff, già noto per essere stato in Glee e per aver doppiato Kristoff di Frozen LOL) e lo show cambia passo, con un pezzo che dalle suggestioni beatlesiane passa per i Kinks e arriva ai Blur o forse meglio ancora ai Pulp. Vabbè. Re Giorgio fa il suo magistrale assolo cantando una canzone d’amore nel ruolo dell’amante abbandonato, ma “when push comes to shove, I will kill your friends and family to remind you of my love”. Uno squilibrato in ermellino che sul palco sale da solo, con lo spotlight su di lui come una vera diva e sputazza in primo piano mentre declama i suoi versi passivo aggressivi. Il tema di Re Giorgio, come molti dei temi di Hamilton (la intro di Burr, il “look around” e il “that would be enough” di Eliza, la conta dei numeri, il brindisi rivoluzionario) ritorna qua e là, sempre legato alle entrate di Groff e sempre con un registro comico / minaccioso che rende simpatico e agghiacciante al tempo stesso il villain principale della storia. Inutile dire che forse è la traccia più cantabile di tutto il gruppo, grazie anche all’appiccicoso “da da dayada, da da da da dayada” del ritornello… moltissimi cuori!

RIGHT HAND MAN

Presentato il Re, non resta che presentare il Generale. Track #8, entra George Washington. Il pezzo ha una sua narrativa efficace nel descrivere la situazione di assedio al porto di New York City, rumori di cannoni, gente che scappa, casino e poi “the moment you were waiting for… here comes the general”! Arriva Washington e il rap assume una dimensione epica (“we are outgunned, outmanned, outnumbered”). Washington è costretto a fare le nozze con i fichi secchi dato che il congresso non gli concede uomini. Hamilton e i suoi intanto fanno delle azioni di disturbo, rubano i cannoni agli inglesi. Washington esprime il suo desiderio, quello di avere un braccio destro fidato. Burr si propone ma dice una parola sbagliata di troppo (“I admire how you keep firing on the british from a distance”, tipico Burr). Hamilton che invece passa per essere un giovanotto molto choosy viene convocato e cooptato in un lampo – ritorna il tema di “My Shot” a significare la grandissima occasione da non perdere. Ed ecco il primo grande avanzamento di carriera di Alexander.

A WINTER’S BALL

Interludio, Track #9 “A Winter’s Ball”. Riprende Burr con il suo tema portante (“How does a bastard, orphan son of a whore…”) ed è sempre più incattivito nei confronti di Alexander Hamilton che si è installato “alla destra del padre” (Washington) e ancora non è abbastanza contento. Siamo nel 1780, le sorelle Schuyler danno un ballo e la sfida è aperta: se riesci a sposartene una sei a posto per la vita (e Hamilton, simpaticamente sbruffone: “Is it a question of if, Burr, or which one?”). Hey, hey, hey… pronti per il secondo pezzo femminile del musical, il primo cantato quasi interamente da Eliza Schuyler, futura moglie del nostro.

HELPLESS

Ed eccoci alla Track #10, “Helpless” (e non siamo nemmeno a un quarto del musical, LOL). Questo è uno dei 4 o 5 hit galattici usciti da Hamilton, ed è il tema d’amore più catchy, quello che Eliza Schuyler (Phillipa Soo nel cast originale) canta palpitando d’amore per Alexander e i suoi begli occhi che basta guardarli e subito “the sky’s the limit”. Ancora una volta atmosfere r’n’b e diretti riferimenti a Beyoncé, Alicia Keys, Ashanti. Helpless è la storia dell’incontro e della promessa di matrimonio di Eliza e Alexander. Angelica (la sorella maggiore) accompagna Alexander a conoscere Eliza che è troppo timida ma ha messo gli occhi su di lui dall’inizio del ballo. Vedremo poi, con un interessante espediente narrativo di “rewind teatrale” che le cose sono più complicate di così. Helpless continua con la proposta di matrimonio al padre di Eliza (la scenografia mobile continua a cambiare senza sosta mentre passano i mesi) e con la dichiarazione di Alexander (non ho nulla ma ti offro questo cervello speciale, sono un orfano ma tu mi fai sentire il valore della famiglia etc). Si chiude con un bel matrimonio in scena e con la ripresa del tema “in New York you can be a new man”. Tutta questa felicità ha però anche un rovescio della medaglia, che viene fuori direttamente al ricevimento per le nozze… Forse Eliza non era la sorella giusta?

SATISFIED

La Track #11, “Satisfied”, è per me nella top 5 dei migliori pezzi del musical, per vari motivi. Si tratta di un pezzo narrativamente importante che rivisita quanto successo nel segmento immediatamente precedente, opera un “rewind” a livello scenico e musicale e innesta sull’incontro di Eliza e Alexander il punto di vista di Angelica Schuyler, la sorella maggiore, che a quanto pare aveva messo gli occhi per prima su Hamilton, ma… c’è una pletora di “ma”. Renée Elise Goldsberry che interpreta Angelica attacca con un brindisi agli sposi mentre sotto passa una scala di piano a salire e a scendere, dolce ma vagamente minacciosa (la usano anche nel trailer). Sì, brindiamo pure, ma c’è qualcosa che brucia. Il vero colpo di fulmine è avvenuto tra lei e Alexander, ma poi lei ha visto lo sguardo di Eliza (“helpless”), ha capito che lui cerca in sostanza un’ascesa sociale e realizza che lei in quanto figlia maggiore ha la responsabilità di elevare lo status della famiglia e non è certo sposando lui che potrebbe farlo. Gli spezzoni di dialogo da “Helpless” entrano in “Satisfied” naturalmente, ma assumono tutto un altro significato. Perciò addio Alexander, anche se ne è perdutamente innamorata. Nel raccontare gli eventi dal suo punto di vista, Angelica rappa veloce come una Nicki Minaj col cuore spezzato, e se il pezzo era già bellissimo in solo ascolto, vederlo ripreso è parecchio coinvolgente.

THE STORY OF TONIGHT (REPRISE)

Track #12, via, e siamo a un quarto del musical. “The Story of Tonight (Reprise)” è – come dice il titolo stesso – la ripresa di “The Story of Tonight”, il tema dell’idealismo giovanile, delle belle speranze e del “cercar la bella morte”. Qui è declinato con un beat più sostenuto e meno archi, proprio perché si tratta delle congratulazioni allo sposo da parte dei suoi virilissimi amici rapper. A un certo punto – attenzione! – entra Burr e si congratula anche lui con Alexander. Lui è colonnello e si sta bombando la moglie di un ufficiale inglese (wow, invidia). Segue consueto dialogo tra Burr e Hamilton della serie “ma perché non segui di più il tuo istinto?”… ed ecco che Burr va a rispondere con un pezzo che forse è il suo assolo migliore.

WAIT FOR IT

“Wait for it”… Track 13! Burr medita in compagnia dell’ensemble sul mistero della vita, dell’amore e della morte. Lo fa con un pezzo che è la quintessenza del pop / r’n’b degli anni ’10 (non a caso nei mixtapes il pezzo è cantato da Usher). In sostanza la vita ha portato Burr ad essere un uomo cauto, che ha la capacità di attendere il successo (“wait for it”). Non si capacita di come invece Hamilton sia una persona che non perde tempo, vive tutto quello che può vivere anche con grande fatica ma con il successo sempre dietro l’angolo. Invidia un po’ il rivale, ma in fondo “if there’se a reason I’m still alive when so many have died, then I’m willing to wait for it”. Lo scheletro del pezzo mostra chiaramente anche la progressione di accordi che accompagna più o meno nascosta tutte le canzoni di Burr (quei tre accordi che restano sempre sospesi e non “chiudono” mai, proprio come la vita di Burr stesso).

STAY ALIVE

Track #14, “Stay Alive”, che ovviamente non ha nulla a che vedere con la febbre del sabato sera… ma un qualcosa a che fare con James Bond! Torna in scena George Washington, siamo in piena guerra, Eliza augura ad Alexander di “restare vivo”, la situazione è difficile, Alexander vorrebbe combattere ma Washington lo tiene fisso come responsabile della comunicazione. Gli viene preferito Lee, un codardo incapace che per mascherare le sue sconfitte dà addosso al generale. Washington lascerebbe tranquillamente cadere la cosa ma Hamilton no. Però non può disobbedire a un ordine diretto, quindi è Laurens che si offre di lavare l’offesa di Lee nel sangue, con un duello. Qui si intrecciano il tema di Washington, già enunciato in “Right Hand Man”, il battito del cuore che dà il senso della tensione e quelle tre note ripetute che sono le stesse del tema di Bond. Siamo di fronte a un momento cruciale…

THE TEN DUEL COMMANDMENTS

Track #15, “The Ten Duel Commandments”. Si tratta di uno dei pezzi più noti del musical, forse anche perché è nota l’ispirazione (da “The Ten Crack Commandments” di Notorious B.I.G.). Ovviamente ai tempi di Hamilton il duello era parte della vita quotidiana e aveva le sue regole che non sto qui a ripetere tanto vi sentite la canzone e vi leggete il testo da soli, spero. Il punto è riconoscere che la progressione numerica ritorna in diversi altri punti dello show e in particolare ogni volta che c’è di mezzo un duello più o meno mortale. Cioè. Questo duello non è mortale, ma quelli dopo lo saranno sempre. Qui Burr e Hamilton fanno da “secondi” ai duellanti Lee e Laurens. Alla fine del pezzo, il colpo di pistola. Laurens ha ferito Lee al fianco.

MEET ME INSIDE

State ascoltando canzone dopo canzone e state leggendo tutto il testo? State ruotando le falangi? Mi auguro di sì, perché siamo alla track #16, “Meet me inside”. Lee è ferito, Laurens e Alexander sono soddisfatti ma poco dopo arriva Washington e si incazza come una iena. In buona sostanza il suo nome è stato macchiato da offese peggiori, lui non è una verginella da difendere e questa storia del duello è stata una grandissima minchiata. Segue cazziatone privato (“meet me inside”) con il contrasto altissimo (sottolineato dal solito “battito” che costituisce il tema di Washington) tra un surrogato di figura paterna e un figlio ribelle. Vince la figura paterna (“Go home Alexander, that’s an order from your commander”). Anche perché, bisogna dire, Eliza sarebbe anche incinta.

THAT WOULD BE ENOUGH

Siamo alla Track #17, “That would be enough”. Dopo “Helpless” il secondo grande assolo di Eliza, che in sostanza chiede ad Alexander (e Lin Manuel Miranda la accontenterà come vedremo) di poter essere “part of the narrative”. Eliza è incinta ed è stata lei a far richiamare il marito, perché potesse conoscere il figlio. La sua speranza è che l’amore e gli affetti familiari siano “abbastanza” per Hamilton, ma come sappiamo bene lui non è mai “satisfied”., quindi ciccia. Una bellissima e triste canzone d’amore, ci sta.

GUNS AND SHIPS

Track #18, “Guns and Ships”. Un interludio ricalcato sullo stesso tema di “Alexander Hamilton” in cui Burr introduce Lafayette allo stesso modo in cui all’inizio del musical introduceva Hamilton. Lafayette ottiene “guns and ships” dal governo francese, ma gli serve di più: gli serve il suo compagno Alexander per guidare le truppe e vincere la battaglia. Ed ecco che la lettera di richiamo viene mandata, la legge Hamilton stesso riprendendo il tema iniziale… Chapeau tra l’altro al flow di Daveed Diggs in questo pezzo, ma il suo stile evolve sempre di più passando dal primo al secondo atto…

HISTORY HAS ITS EYES ON YOU

Track #19, “History Has Its Eyes On You”, personalmente non uno dei miei pezzi favoriti, comunque sia anticipa il tema più “grandioso” del finale del musical, e parla ovviamente di morte e distruzione… C’è Washington che ammonisce Hamilton raccontandogli della prima volta in cui ha avuto il comando di un esercito (tutti morti) e gli dice occhio, che la posterità è lì che ti guarda. Paurissima!

YORKTOWN

Track #20, “Yorktown”. Si tratta di un pezzo centrale, quello della battaglia di Yorktown del 1781. Lafayette ha ottenuto Hamilton a guidare le truppe, il quartetto di amici rivoluzionari è riunito anche se ognuno ha il suo “fronte a cui pensare”: se “My Shot” era la classica canzone “I want”, “Yorktown” è la realizzazione dei desideri. Laurens è in Sud Carolina a combattere la schiavitù, Lafayette arriva a Chesapeake Bay con le navi francesi, Mulligan sta facendo il suo lavoro di controspionaggio e Hamilton è lì per vincere e tornare da Eliza e dal figlio non ancora nato. Come dice il pezzo, uno di quelli che dà la carica, “the world turned upside down”.

WHAT COMES NEXT?

La track #21, “What comes next?” è essenzialmente una ripresa del tema di Re Giorgio (“You’ll be back”). E comunque quel pezzo potrebbe riprendere anche 50 volte che va benissimo così, è bello sempre. Il Re folle qui dice “Awesome, wow”, vi siete liberati dal giogo inglese ma ora capirete quanto è dura governare. Inutile dire che ha abbastanza ragione lui.

DEAR THEODOSIA

La track #22 “Dear Theodosia” è certamente nella mia top 5 dei pezzi preferiti di Hamilton. Palco diviso in due, gioco di luci per un duetto “da lontano” tra Burr e Hamilton, ognuno impegnato a cantare la gioia di un figlio appena nato. Burr canta per Theodosia, la sua bambina, e Hamilton per Philip, che dà un senso nuovo alla sua vita. Entrambi i bambini “will come of age with our young nation”, simbolo di un’America nuova, che la generazione dei padri si impegna a rendere vivibile per i figli. Pensando a come vanno adesso le cose laggiù, un pezzo tristissimo.

NON STOP

Siamo giunti alla track #23, cioè alla fine del primo atto di Hamilton. “Non Stop” è uno del pezzi più esaltanti di Hamilton (ma dovreste ormai aver capito che sono quasi tutti pezzi esaltanti). In quanto finale del primo atto, ritornano un po’ tutti i personaggi e i temi esposti finora, Hamilton con “Alexander Hamilton” e “My Shot”, Angelica con “Satisfied”, Eliza con “Helpless” e “That would be enough”, Washington con “History has its eyes on you”, Burr con “Wait for It”. Il pezzo in sé ha un beat incalzante e un chorus che ripete “why do you write like you’re running out of time?” riferito alla inquietante grafomania di Alexander… Dopo la guerra Hamilton e Burr diventano avvocati a New York, ma Hamilton è super ambizioso, scrive pamphlet, ha una sua idea di come dovrebbe essere la forma di governo ideale e non ha paura di spiattellarla ai quattro venti (con orrore del cautissimo Burr). Chiede l’aiuto di Burr per difendere la riforma della costituzione (Burr rifiuta) e scrive 51 su 85 dei famosi Federalist Papers. Infine, viene chiamato da Washington a far parte del governo come Segretario del Tesoro (posizione da cui partirà nel secondo atto per portare avanti la sua appassionata riforma fiscale)… Lo aspettate con ansia il secondo atto sulla riforma fiscale, eh? No, ma ditelo, ditelo! Dai, provate a guardare almeno il primo atto su Disney+, vi prometto che è anche più figo di come lo descrivo io. Ci risentiamo “on the other side”.

INTERMEZZO. Prendetevi il tempo di andare a far pipì, bere un bicchier d’acqua, prendere un Moment Act per il mal di testa. Sta per cominciare il secondo atto. Ora, sembrerebbe che il secondo atto abbia canzoni meno memorabili del primo, ma fidatevi. Se il primo atto era tutto presentazione di personaggi, allegri scontri tra eserciti, amicizia, amore e matrimoni, figli e lavoro sicuro, il secondo atto ci racconta la caduta di Hamilton. Scandali sessuali, morti importanti, tragedia, lutto, amori che finiscono in merda, amicizie che… anche, finiscono in merda, duelli verbali e non, elezioni, intrighi politici… riforme fiscali! E comunque almeno un paio di outstanding tracks ci sono anche qua. La cosa più rilevante (che non si coglie appieno se si ascoltano solo i pezzi ma che è evidente guardando Hamilton il film) è che molti dei personaggi del primo atto non appaiono più, ed entrano in scena nuovi personaggi, interpretati dagli stessi attori già visti nel primo atto. Schemino facile facile: Daveed Diggs, che interpretava Lafayette, nel secondo atto è Thomas Jefferson. Okieriete Onaodowan, che interpretava Hercules Mulligan, nel secondo atto è James Madison. Jasmine Cephas Jones, che interpretava Peggy Schuyler, nel secondo atto è Maria Reynolds. Anthony Ramos, che interpretava John Laurens, nel secondo atto è Philip, il figlio di Alexander.  La cosa curiosa è che quasi tutti gli attori (a parte Ramos) “cambiano sponda”, diventando nel secondo atto antagonisti storici di Hamilton. Dai, finita la pausa!

WHAT’D I MISS

Siamo nel 1789. Il secondo atto inizia con la track #24, “What’d I Miss?” ed è l’occasione per far entrare in scena il pirotecnico Thomas Jefferson, appena rientrato dalla Francia dove ha lasciato il paese nel caos della Rivoluzione (“but I have to be back in Monticello”). Jefferson è ancora più esuberante di Lafayette (l’attore è lo stesso, Daveed Diggs) e il suo assolo è un misto di show tune classica e vaudeville – lo si vede anche da come si muove e balla sul palco con un misto di movenze da clown e da ballerino di tip tap. Il pezzo è molto narrativo e importante da seguire per capire la posta in gioco. Burr racconta a che punto sta Hamilton (segretario del Tesoro, in predicato per una riforma fiscale molto ambiziosa) e non senza compiacimento riferisce che sta arrivando Jefferson a mettergli i bastoni tra le ruote. Jefferson sembra più interessato ai suoi affari che non al governo, nondimeno Washington lo vuole come segretario di stato nel nuovo “cabinet” (una sorta di consiglio dei ministri). Arriva anche James Madison (un “sudista” come Jefferson) e gli dice che devono ad ogni costo fermare Hamilton e la sua politica economica di interventismo statale. Tutto il ritornello “What’d I Miss?” è un’ironica e spensierata cavalcata di Jefferson, della serie “ma guarda cosa mi sono perso mentre inseguivo le sottane delle dame parigine”…

CABINET BATTLE #1

Nella track #25, “Cabinet Battle #1” si svolge il cuore del dibattito politico dei neonati Stati Uniti, sotto forma di battaglia a colpi di freestyle. Siamo a New York, Washington modera e sul piatto c’è la riforma fiscale di Hamilton: ogni stato dovrà pagare le tasse al governo federale e verrà istituita una banca centrale. Jefferson non è d’accordo, le tasse degli stati del sud rimangono negli stati del sud (“in Virginia we plant seeds in the ground, we create, you just wanna move our money around”) e si permette anche una bella citazione di Grandmaster Flash and the Furious Five. Hamilton ovviamente lo blasta contraddicendo ogni obiezione avanzata, in particolare con la stoccata sulla guerra non combattuta da Jefferson e su quella ancora più pesante a tema schiavitù (“your debts are payed cuz you don’t pay for labor, keep ranting, we know who’s really doing the planting”). Poi però si lascia prendere la mano e passa agli insulti tipo siete delle merde inutili piegatevi a 90 che vi faccio vedere un posto perfetto per il mio piede. Al che Washington sospende la seduta e ordina a Hamilton di andarci cauto e di trovare un compromesso, altrimenti la riforma non verrà votata e lui sarà destituito. Bum! Avreste mai pensato di appassionarvi a un dibattito su un provvedimento economico del 1789?

TAKE A BREAK

La track 26 “Take a break” inizia con una conta (e sappiamo cosa vogliono dire le conte in Hamilton… è un presagio inquietante). Eppure è uno dei pezzi più ariosi e cantabili del gruppo, in cui Angelica ed Eliza si ritrovano per convincere Alexander a staccare un po’ dal suo cazzo di lavoro onnipresente e andare a spassarsela passando l’estate al lago con la famiglia. La conta dell’inizio è cantata (in francese) da Eliza e da Philip, il figlio di 9 anni di Alexander sempre interpretato da Anthony Ramos dato che (non ve l’ho detto prima per non farvi piangere) John Laurens è morto fuori scena. Lo comunica Eliza ad Alexander nell’unica scena parlata di tutto il musical, che non è inclusa nel CD della colonna sonora. Philip sta imparando a rappare come il padre, “Bravo”! E poi, e poi… le lettere che Alexander e Angelica si scambiano, sempre pesantemente sull’orlo del flirt esplicito, con l’analisi delle virgole manco fossimo in piena crisi adolescenziale della serie “cos’avrà voluto dire mandandomi l’emoji della bocca spalancata abbinato all’emoji delle due dita a V?”… E vabbè. È comunque un’occasione per riascoltare le voci eccezionali delle Schuyler Sisters. E in ogni caso Alexander DEVE LAVORARE.

SAY NO TO THIS

Vi avevo promesso lo scandalo sessuale ed eccolo che arriva, IL PRIMO SCANDALO SESSUALE DELLA STORIA AMERICANA (Clinton, sooca)! Intanto: vi ricordate di Peggy Schuyler, tanto caruccia. Ecco, non la vedrete più (ma non è morta, eh). Solo che l’attrice che la interpretava nel primo atto ora interpreta Maria Reynolds, una femme fatale che capita a casa di Hamilton (che è da solo visto che DOVEVA LAVORARE e non poteva andare al lago con la famiglia, mortacci sua) e chiede un aiuto legale, ha il marito che la maltratta. Lui la accompagna a casa, lei “apre le gambe” (oh, il testo dice proprio così) e paf! Hamilton continua a chiedere “how to say no to this”, ma intanto nessuno dice di no, la relazione clandestina va avanti per un mese finché si fa avanti il marito di lei e lo ricatta. Un classico. Il pezzo è molto sensuale, tanto che quasi stona un po’, ma tant’è. Tira più un pelo di Maria Reynolds che una vacanza al lago con moglie, suocero e cognata…

THE ROOM WHERE IT HAPPENS

Siamo alla track #28, “The room where it happens”, uno dei pezzi più famosi e riconoscibili del secondo atto. In pratica questa è la “I want song” di Aaron Burr. Succede che Hamilton ha capito che deve rischiare qualcosa per fare un compromesso e propone a Jefferson e Madison di spostare la capitale degli Stati Uniti da New York a Washington (più vicino alla Virginia insomma) in cambio dell’approvazione della riforma fiscale, grazie alla quale Hamilton ottiene un potere incredibile sulle sorti della nazione. E tutto questo si svolge a porte chiuse, a una cena i cui unici invitati sono Hamilton, Jefferson e Madison. Burr non ci può credere che “no one else was in the room where it happened”, e soprattutto non può credere che il suo atteggiamento cauto (“wait for it”) non paghi, a differenza dell’atteggiamento di Alexander che butta il cuore oltre l’ostacolo, rischia e ottiene esattamente ciò che vuole. È la politica baby, e Burr adesso “wants to be in the room where it happens”, più di ogni altra cosa…

SCHUYLER DEFEATED

Track #29, “Schuyler defeated”, una ripresa del tema delle Schuyler Sisters per raccontare l’affronto di Burr a Hamilton. Che lui comunque non vede assolutamente come un affronto. In pratica Burr fa il trasformista, cambia schieramento politico e si fa eleggere al Senato al posto del padre di Eliza e Angelica. Hamilton la trova una mossa disgustosa, ma Burr dice di aver semplicemente colto un opportunità per la sua ascesa sociale e non vede perché non possono continuare ad essere amici. Son cose, eh.

CABINET BATTLE #2

Nella track #30 abbiamo la “Cabinet battle #2”, sempre tra Hamilton e Jefferson. L’argomento sul tavolo è “aiutare o meno i rivoluzionari francesi mandando truppe”. Jefferson è per il sì, dobbiamo onorare il patto con la Francia. Hamilton è per il no, abbiamo firmato un trattato con un re che ormai è morto. Washington si lascia convincere (“people are rioting”), ma Jefferson la giura a Hamilton e gli ricorda: 1) che il suo amico Lafayette non sarebbe stato contento e 2) che lui non è niente senza il paparino (Washington) alle sue spalle. Oooh, snap!

WASHINGTON ON YOUR SIDE

Il discorso viene portato avanti dalla track #31, “Washington on our side”… in sostanza, come dice il ritornello “it must be nice, it must be nice to have Washington by your side” (tutta invidia). Jefferson, Madison e Burr esprimono tutto il loro disprezzo per Hamilton e il suo modo di parlare, di vestire, di essere. Vedono che il segretario del Tesoro ha sempre più potere e decidono che devono assolutamente trovare del fango da gettargli addosso, qualcosa che lo identifichi subito per quel poco di buono immigrato e arricchito che è (indovinate cosa?)… Il punto più bello è quando i tre si definiscono “Southern motherfuckin’ democratic/republicans” (i partiti allora non erano come quelli di oggi, eh).

ONE LAST TIME

E a proposito di Washington, ecco “One Last Time”, la track #32, l’assolo più soul ed emozionante di Washington. L’ultima volta del titolo è l’ultimo discorso che il presidente chiede a Hamilton di scrivergli, il discorso in cui dichiarerà il suo ritiro dalle scene, per passare gli anni della vecchiaia nella sua tenuta in Virginia. Peraltro anche Jefferson ha dato le dimissioni da segretario di stato… per candidarsi come presidente! E in questo pezzo, in cui Hamilton recita parola per parola il vero discorso di Washington alla nazione, siamo tutti lì a chiederci come cazzo ha fatto Miranda a rendere così emozionante una lettura di un testo di fine diciottesimo secolo. Potenza del soul, e della voce di Christopher Jackson. Per me, uno dei pezzi nella top ten di Hamilton.

I KNOW HIM

Torna Re Giorgio, per un intermezzo simpatico in cui riprende per la terza volta il suo tema britpop: “I know him”, la track #33. Il Re si dimostra incredulo che un leader come Washington possa permettersi di lasciare la sua carica e mandare il paese a elezioni (“I wasn’t aware that was something a person could do”, LOL). E chi arriverà al suo posto? “President John Adams? Good luck!” (segue risatina isterica di Jonathan Groff). Dura poco, ma in scena è esilarante. Da qui in poi, per un paio di pezzi, Re Giorgio si siede in un angolo della scena per ridersela ogni volta che i nostri eroi appaiono sempre più divisi e polarizzati… proprio come aveva predetto lui.

THE ADAMS ADMINISTRATION

Un breve raccordo con ripresa del tema di “Alexander Hamilton”: track #34, “The Adams administration”. Hamilton cade in disgrazia, Jefferson non ha vinto le elezioni ma è comunque vice-presidente, Adams non fa mistero di disprezzare Hamilton, lo chiama “bastardo creolo” dietro le spalle e lo destituisce. Hamilton la tocca piano come è suo solito e lo insulta (“sit down, you fat motherfucker”). Jefferson e Burr decidono che è tempo che tutti sappiano quello che loro sanno… Ma che cosa sanno?

WE KNOW

Quello che sanno emerge appunto nella track #35, “We know”. Jefferson, Madison e Burr hanno notato i passaggi di denaro che Hamilton faceva quando era al Tesoro e intendono denunciarlo per tradimento. Hamilton se la ride: “my papers are orderly”, e confessa la sua relazione extraconiugale e l’estorsione che ne è seguita, dicendo però che ha pagato solo soldi suoi, non delle casse dello stato. Ma i pettegolezzi, si sa, si gonfiano molto spesso…

HURRICANE

Track #36 e Hamilton si trova nell’occhio del ciclone. In “Hurricane” Alexander medita su come dalla sua isola natia è giunto fino a New York, e con la sola forza della scrittura è riuscito a ottenere un lavoro, a ottenere la rivoluzione, a ottenere la donna che amava (beh magari non proprio quella ma quasi), a ottenere una costituzione, una riforma fiscale, e decide di optare ancora una volta per la scrittura, la sua vera arma segreta. Scriverà con onestà tutto quello che è successo e lo renderà pubblico per prendere in contropiede la macchina del fango. In questo modo riuscirà a proteggere la sua “legacy” (il lascito, l’eredità spirituale) che è la cosa che più gli importa (poco male se nel farlo trascinerà nel fango anche la sua famiglia, eh). E quindi…

THE REYNOLDS PAMPHLET

Track #37, “The Reynolds Pamphlet”. Hamilton pubblica la sua confessione col risultato di essere sonoramente perculato da Jefferson, Madison e Burr (“he’s never goin to be president now, one less thing to worry about”) e di distruggere la vita di Eliza (“his poor wife”). Angelica arriva da Londra per aiutare la sorella (e Alexander, tapino, che pensa sia andata lì per lui), insomma, dai. Gli crolla tutto sulla testa. E intanto Eliza che fa…? Riscrive la storia.

BURN

“Burn”, la track #38 è la ballata del cuore spezzato di Eliza, in scena con un secchio dove sta bruciando le lettere di Alexander. Nel testo lei recrimina sul fatto che Alexander sia ossessionato da quello che i concittadini pensano di lui, sulle tante belle parole, sul fatto che “mia sorella me lo aveva detto” (“you have married an Icarus, he’s flown too close to the sun”). La pubblicazione delle lettere di Maria Reynolds ha distrutto la famiglia, e Eliza prende la sua decisione: “I’m erasing myself from the narrative, let future historians wonder how Eliza reacted when you broke her heart”. E insomma, “hai perso ogni diritto sul mio cuore, hai perso ogni diritto sul nostro letto, da domani fai che dormire nel tuo ufficio”. Le solite cose, ma con una voce che viene dal paradiso, quella di Phillipa Soo.

BLOW US ALL AWAY

La track #39, “Blow us all away” è una piccola gemma data a Anthony Ramos per poter spaccare sul palco ancora una volta nel ruolo di Philip, il figlio di Alexander, ora un bellissimo diciannovenne. Testa calda come il padre, Philip cerca un certo George Eacker che ha trascinato nel fango Hamilton e il suo pensiero. Ovviamente Philip vuole lavare l’onta con un bel duello. Il pezzo inizia in modo allegro (“everything is legal in New Jersey”, LOL) e scivola pian piano nell’inquietudine: Philip trova Eacker, lo sfida, Alexander consiglia al figlio di puntare la pistola in alto e sparare il colpo al cielo (nel codice d’onore starebbe a significare “sono soddisfatto così”, e l’opponente dovrebbe fare altrettanto). Al momento del duello, il solito countdown in scala discendente ma al “seven”, un colpo di pistola mette fine al pezzo.

STAY ALIVE (REPRISE)

Il battito del cuore di Philip segna il tempo di “Stay alive (reprise)”, la track #40.  Siamo al punto più tragico del musical, la morte di Philip. Portato tra le braccia di Alexander ed Eliza, il giovane esala il suo ultimo respiro interrompendo a metà una scala musicale sui numeri in francese (quella che da piccolo cantava e suonava con la madre al pianoforte). Straziante, ma non è finita qua. Arriva uno dei pezzi più belli di Hamilton.

IT’S QUIET UPTOWN

Track #41, “It’s quiet uptown”. Questa è in assoluto la canzone di Hamilton che non posso nemmeno iniziare a sentire che mi salgono le lacrime. È la canzone del lutto e del dolore terribile di due genitori che hanno perso il figlio e si trasferiscono “uptown”, a ovest di Harlem, nel quartiere oggi noto come Hamilton Heights. Uptown è tranquillo, Alexander cammina da solo coi capelli ingrigiti mentre tutti sussurrano “che pena”. Alexander e Eliza si prendono per mano, lui le parla usando i suoi temi e il suo linguaggio (riprende “Helpless” e “That would be enough”) mentre il coro fa scendere sempre più lacrime. Alla fine è Angelica a prendere in mano le redini della storia e dipinge Eliza e Alexander, soli: è il momento del perdono. Per me, a livello emotivo, è il punto più alto del musical.

THE ELECTION OF 1800

Stiamo per concludere. La track #42, “The election of 1800” porta avanti la storia di Hamilton e Burr raccontando un momento di grande tensione politica. “Can we get back to politics? Yo!” Jefferson vuole diventare presidente, ma il suo oppositore stavolta è Aaron Burr, che sta finalmente per entrare nella “room where it happens”. Burr è visto come un moderato rispetto a Jefferson, e Madison ha un’idea diabolica: “it would be nice to have Hamilton by your side”. La gente sembra dare la preferenza a Burr, ma le elezioni stanno per risolversi in un sostanziale pareggio. C’è un caustico confronto tra Burr e Hamilton, in cui Burr confessa di aver imparato qualcosa dal rivale: ha deciso di vincere e farà qualsiasi cosa per ottenere la poltrona (rispecchia il pezzo in “The room where it happens” in cui Hamilton dice di aver imparato il “talk less smile more” da Burr). Alla fine, l’endorsement di Hamilton va a Thomas Jefferson (“when all is said and all is done, Jefferson has beliefs, Burr has none”). Burr non riesce nemmeno a ottenere la vicepresidenza e rosica, oh se rosica!

YOUR OBEDIENT SERVANT

Track #43, “Your obedient servant” è un preludio ironico ma sottilmente minaccioso al duello mortale tra Burr e Hamilton, che per ora è combattuto a suon di lettere firmate “your obedient servant, A. Burr / A. Ham”. Burr chiede soddisfazione perché sente che tutto quel che c’è stato nella sua vita di negativo è responsabilità di Hamilton. Alexander non può che sostenere la sua posizione, e cioè che ha sempre detto la verità su che razza di opportunista voltagabbana fosse lo storico rivale. Quindi, duello, all’alba, con le pistole. Peraltro nello stesso posto in cui è morto il figlio Philip (il New Jersey come terra tragica). Brutto, bruttissimo presagio.

BEST OF WIVES AND BEST OF WOMEN

Brevissima la track #44, “Best of wives and best of women” in cui Alexander (che sta scrivendo le sue ultime volontà) prende congedo dalla moglie dicendole che ha “una riunione all’alba”. Siamo agli sgoccioli.

THE WORLD WAS WIDE ENOUGH

La penultima traccia è “The world was wide enough”, che sembra il titolo di un film di Bond e invece è la terribile e triste historia della morte di Hamilton. Seguitemi perché il pezzo sulla scena ha una resa incredibile, molto meglio che non a un semplice ascolto della traccia. Si riprende lo stesso tema di “The ten duel commandments” e Burr racconta dal suo punto di vista tutto quel che succede, mentre l’ensemble conta da “number one” a “number nine”. La descrizione è fredda, chirurgica, si percepisce il distacco quasi irreale che i duellanti mantengono per non soccombere alla paura, alla tristezza o alla compassione. Burr è rancoroso, ma ha paura: non è un gran tiratore. Hamilton è meccanico, depresso. Il fatto che Alexander porti gli occhiali fa pensare a Burr che sia per mirare meglio e ucciderlo al primo colpo. E quindi, al dieci, lo sparo. Il pezzo cambia registro, il punto di vista passa a Hamilton. La scena si immobilizza, come in un bullet time simulato. Un ballerino “prende” il proiettile e ne segue il percorso, lentamente, mentre Hamilton si produce nel suo ultimo monologo. Tutto è parlato (“there is no beat, no melody”) ed è nel suo monologo interiore che, per proteggere la sua legacy, Hamilton decide di “gettare lontano il suo colpo”, cioè di sparare in aria, come il figlio Philip, e di morire nello stesso modo. Il proiettile colpisce, Burr si pente immediatamente, corre dal rivale, ma lo spingono via. Hamilton viene riportato ferito a Manhattan, dove muore tra le braccia di Eliza e Angelica. Burr ritorna al tema malinconico di “Wait for it” e canta “when Alexander aimed at the sky he may have been the first one to die but I’m the one who paid for it”. Con il suo gesto Burr si è condannato da solo ad essere il “cattivo” di questo musical. Ma forse il mondo era grande abbastanza perché ci potessero vivere entrambi…

WHO LIVES WHO DIES WHO TELLS YOUR STORY

Siamo alla fine, track #46, “Who lives, who dies, who tells your story” (un verso citato per la prima volta da Washington, circa un’ora e mezza addietro). È proprio Washington a introdurre l’eulogia per Hamilton, che vede tutto il cast riunito al funerale. Prima i suoi rivali politici ne riconoscono i meriti, poi Angelica: “every other founding father gets to grow old”, e infine Eliza con “I put myself back in the narrative”. Il punto di vista torna il suo, lei vive ancora una cinquantina d’anni in cui cerca di rendere onore all’eredità politica e umana di Alexander. Soprattutto – colpo al cuore, dopo che per tutto il musical si è calcato la mano sulla parola “orphan” – Eliza chiede “can I show you what I’m proudest of?” e ci presenta il suo progetto più caro, l’orfanotrofio, il primo orfanotrofio privato di New York, grazie al quale Eliza può veder crescere centinaia di bambini. Il nostro percorso finisce qui, con la domanda “who tells your story?”, ma sappiamo bene che qualcuno che ha raccontato tutta la storia c’è. È Lin Manuel Miranda, e noi musical geek per questo lo veneriamo come un dio sceso in terra.

 

CACCE ALL’UOMO, ELFI E TESORI NASCOSTI

Giugno, e le #recensioniflash ti arrivano come un pugno…! Non so perché oggi mi sento così poetico. Intanto sta per cominciare luglio e in pratica ancora non siamo tornati al cinema. Almeno, io non metto piede in un cinema dal 21 febbraio. Quindi anche stavolta abbiamo solo le recensioni da Netflix, Prime, dalla new entry Disney+ e – ovviamente – dagli infiniti torrentelli della rete. Il menu oggi prevede qualche horror, due minchiate e un capolavoro. A luglio ci sarà solo qualche rimasuglio (ba-dum tsssss)!

DOCTOR SLEEP (Mike Flanagan, 2019)

Quando ho letto il libro l’ho trovato un King minore, che probabilmente tornava sui suoi passi per il cash. Perciò non ero troppo ansioso di vedere Doctor Sleep. Partendo con aspettative a zero, ora che finalmente l’ho visto non è poi così male. Si prende i suoi tempi (due ore e mezza di cui i primi venti minuti di flashback sugli avvenimenti immediatamente post-Shining e gli ultimi quaranta tutti all’Overlook Hotel), più di una volta genera forti perplessità, ma regge abbastanza. Doctor Sleep, proprio come il romanzo da cui è tratto, soffre di una dualità interna: vorrebbe essere una storia, ma sono due storie. Vorrebbe farti paura con Rose Hat e la sua combriccola di vampiri psichici, ma tutti aspettano i fantasmi dell’Overlook Hotel, e in particolare quello della stanza 237. C’è dietro un lavoro filologico pregevole, che definisce Shining come una chiave di volta del cinema horror (non fosse bastato Ready Player One l’anno scorso e anche il documentario Room 237). I set ricostruiti e invecchiati: emozione! Le riprese col drone dall’alto, il dies irae, la colonna sonora sommessamente cacofonica, il sound design. Tutto è un rimando a Kubrick. La cosa funziona un po’ meno bene quando nuovi attori sono chiamati a interpretare il piccolo Danny, Wendy, Jack, Halloran e gli allegri spiriti dell’Overlook. In particolare l’imitatore di Jack Nicholson fa sollevare più di un sopracciglio. Ma Mike Flanagan è l’uomo giusto per gestire un film che rischia lo sbraco ogni dieci minuti. La linea narrativa di Danny adulto (Ewan McGregor) e della bambina con lo shining Abra Stone è portata avanti inizialmente con un forte richiamo a Trainspotting (cessi sporchi, vomito, cadaveri di bambini che si muovono, Ewan McGregor, appunto), poi si attesta sugli stessi territori della serie tv The Outsider (sempre da King, che ultimamente si sposta su territori quasi western). Flanagan arriva da un’altro adattamento kinghiano quasi impossibile (Gerald’s Game) e da un’altra serie tv in cui ha saputo gestire bene gli spaventi (Hill House). Se un merito va dato a Doctor Sleep è che non è un film di jump scares. Il terrore, per quanto prevedibile, striscia e sale senza scampo, senza ironia, senza insistenze postmoderne. Jacob Tremblay (il migliore attore bambino di questa generazione) ha un cameo nel ruolo della vittima sacrificale: la scena in cui viene torturato e ucciso da Rose Hat è indicativa del tono del film. Come ho detto, ci sono pro e contro, non è facile mettersi in relazione con Shining e citare anche le inquadrature di Kubrick (l’ascensore con la cascata di sangue, come Linda Blair che vomita verde o lo xenomorfo che esce dallo stomaco di John Hurt è ormai un segno riconoscibile dell’horror universale). Però Doctor Sleep ci prova, in certi punti ci riesce anche, e di questo gli va dato atto. #recensioniflash

THE INVISIBLE MAN (Leigh Whannell, 2020)

L’uomo invisibile targato Blumhouse inietta nuova linfa nelle stanche vene della Universal, che a rilanciare il suo Dark Universe ci ha pensato più volte, ma sempre senza troppo successo. Qui Leigh Whannell, supportato da un’ottima Elizabeth Moss nel ruolo della protagonista Cecilia si discosta dall’originale, dal romanzo di Wells e anche dalle versioni di Carpenter o di Verhoeven. L’uomo invisibile del 2020 è un thriller secco, di quelli che ti incollano alla sedia, fin dalla sequenza iniziale. Capiamo che Cecilia è in una relazione malata, la vediamo fuggire da una vita apparentemente da sogno e intuiamo la violenza di Adrian, il suo compagno che incidentalmente ha un misterioso laboratorio nel seminterrato. Cecilia si nasconde da amici della sorella, viene a sapere che Adrian si è suicidato ma a poco a poco qualcosa incrina la sua ritrovata serenità: qualcosa, qualcuno, la stalkera. L’uomo invisibile, appunto. Potrebbe essere un film estremamente prevedibile, ma non lo è (non del tutto). Potrebbe mettere in scena soluzioni risapute ma lo fa solo una volta, verso l’inizio, probabilmente per mettere lo spettatore nella condizione di “sapere” mentre i personaggi del film ancora “non sanno”. L’invisibilità è un elemento fantascientifico inserito come macguffin in una solida trama di tutt’altro genere, che nel terzo atto sbraca un po’ ma ci porta dove tutti vogliamo arrivare. L’uomo invisibile è un film di cigolii, di inquadrature fisse che spingono l’occhio a vagare per trovare un particolare fuori posto, di continui rimandi visivi all’atto del vedere, dello scrutare. Alle immagini di una videocamera viene affidata una verità costruita ad arte. A me è piaciuto: poi una volta mi piacerebbe vedere Elizabeth Moss anche in un ruolo leggero, eh. #recensioniflash

DA 5 BLOODS (Spike Lee, 2020)

Da 5 Bloods è il nuovo Spike Lee joint, online da qualche giorno su Netflix. Devo dire che è una pietanza piuttosto difficile da digerire, ma ha delle cose sorprendenti. Diverse chiavi di lettura, una stratificazione di generi, formati e discorsi molto densa, nulla di diverso a quello cui Spike Lee ha abituato gli spettatori nel tempo, ma, come dire… di più. Si parla di Vietnam perché lo spunto della sceneggiatura è quello (dovevano essere 5 veterani bianchi e doveva forse dirigere Oliver Stone). Invece è andata così e ci troviamo di fronte a 5 “fratelli” (in realtà 4, dato che il quinto, interpretato dall’unico attore “giovane”, Chadwick Boseman è morto in azione nel 1971). La storia è semplice, i quattro protagonisti tornano in Vietnam con la scusa di recuperare il corpo del commilitone ma in realtà per riprendersi un tesoro sepolto di lingotti d’oro. Li aiutano alcuni personaggi locali ma c’è un villain francese (Jean Reno) che li ostacola. Seguono grossi casini. Parte come una commedia sugli acciacchi dell’età, prosegue come un war movie classico in 4:3 (ma attenzione, nelle scene di guerra gli attori NON sono ringiovaniti, in contrasto assoluto con la presenza di Boseman, giovane recluta), si inserisce in un filone di avventura esotica, termina con monologhi brechtiani in camera e un montaggio alternato nello spazio molto coinvolgente. Ci sono i soliti intermezzi con materiale d’epoca (all’inizio e alla fine del film), c’è tantissimo Marvin Gaye, c’è il tema della fratellanza, del Black Lives Matter, del rapporto tra padri e figli, del significato dei corpi dei neri (vedi Ta-Nehisi Coates). Bisogna resistere quelle due ore e mezzo, ma vi assicuro che Delroy Lindo nel ruolo del soldato nero che ha votato Trump è gigantesco. #recensioniflash

THE HUNT (Craig Zobel, 2020)

Vedere i film senza saperne un cazzo, a volte, paga. Mi incuriosiva questo The Hunt, con un maialino su fondo nero nel manifesto, venduto come action / horror. Dalla prima sequenza capisci che è una delle diverse variazioni sul tema “ricchi degenerati danno la caccia per sport ad altri uomini uccidendoli in modi fantasiosi”. Solo che è un film Blumhouse, e il twist inaspettato è che la premessa si tramuta in “ricchi liberal preoccupatissimi del politically correct danno la caccia per sport a redneck complottisti ed elettori di Trump uccidendoli in modi fantasiosi”. Non si sa per chi parteggiare in quella che fin dai primi minuti è un’orgia splatter e cartoonesca (come era cartoonesco il primo Peter Jackson, per intenderci) di occhi cavati, teste esplose, arti mozzati, organi interni in volo e quant’altro. L’elite istruita e democratica, tra un discorso sugli aiuti umanitari ad Haiti e uno sull’opportunità o meno di mostrare “appropriazione culturale”, usa granate, trappole da animali, frecce, fucili, pistole e coltelli per decimare i bifolchi (a loro volta armati in una sorta di simpatico Hunger Games politico): un po’ come se da noi facessero un film sui radical chic frequentatori di salotti romani che si trovano per far esplodere le teste a salviniani e pentastellati vari. Poco a poco viene fuori il motivo della “caccia”, ed è forse la parte più debole del film, meglio sarebbe stato aver lasciato tutto nell’ombra, senza ragione. Quello che i cacciatori non si aspettano è che tra le prede c’è una reduce dall’Afghanistan che ne sa una più del diavolo, e ovviamente a questo punto sono i cacciatori stessi a diventare prede. Betty Gilpin fa le sue solite faccette e quando alla resa dei conti se la deve vedere con il boss finale Hilary Swank (un catfight lungo e sanguinoso, degno di quello tra Uma Thurman e Daryl Hannah in Kill Bill), mi son trovato a desiderare che l’avversaria fosse Alison Brie, nel ruolo di Zoya The Destroya. Comunque, il vero colpo di scena finale è che il film è scritto da Damon Lindelhof e (un parente di) Carlton Cuse. Funziona, è divertente, ci sono un sacco di mazzate e una pletora di effettacci. Vedetelo. #recensioniflash

BECKY (Jonathan Milott / Cary Munion, 2020)

Cari amanti del gore, oggi vi parlo di Becky, un film che doveva passare al Tribeca Film Festival ma poi, COVID. Quindi, diciamo che “si trova on line”. Per settarvi le coordinate, vi metto sul piatto: Mamma ho perso l’aereo incrociato con Hostel. Con un piglio da rape&revenge movie che manca del rape ma sul revenge ci siamo alla grande. Allora, Becky è questa nella foto, una tredicenne incazzata col mondo perché la madre è morta e il padre si vuole risposare e l’ha portata nella casa sul lago per presentarle a tradimento la futura matrigna. Nessuno sa che un gruppo di neonazisti suprematisti svasticoni appena evasi di galera sta andando nella stessa casa sul lago perché lì è nascosta una misteriosa chiave nazista importantissima per i cattivi ma non si sa perché, e in fondo non frega un cazzo a nessuno perché sono già passati tipo 20 minuti e noi vogliamo IL SANGUE. La piccola Becky è fortunata perché quando i neonazi (il cui capo è Kevin James, quel Kevin James, nel suo primo ruolo serio da psicopatico) irrompono in casa lei sì è nascosta nella casa sull’albero per mettere il muso al padre. Che ovviamente, per cominciare, fa una brutta fine. Ma del resto, per settare il mood, i neonazi hanno già ucciso due bambini e un cane, che è come dire che devono morire malissimo. E qui parte la fantasia di Becky, che con una manciata di pastelli colorati, un righello, un motore fuoribordo, un asse chiodato, un martello e un tagliaerba, fa strage di neonazi con punte di sangue e budella che in patria hanno fatto decidere per il Rated R. Per i fan del gore, c’è una cosa molto alla Lucio Fulci (occhio cavato pendulo che viene poi tagliato via), ma possiamo dire con serenità che quella è forse la scena più tranquilla del film. Nemmeno il neonazista “buono” si salva dalla furia assassina di Becky, che al termine del film si produce in uno sguardo alla Norman Bates che fa quasi presagire un Becky 2 (La vendetta, LOL battutone). E niente, è un film che ha una trama del cazzo, assolutamente pretestuosa, per poter vedere una pischella molto indie che fa un bagno di sangue, non so cosa stiate ancora aspettando. #recensioniflash

EUROVISION SONG CONTEST: THE FIRE SAGA STORY (David Dobkin, 2020)

Le cose sono due: l’Eurovision Song Contest o ti fa cagare male o lo adori, non ci sono vie di mezzo. Io ovviamente lo adoro, quindi non potevo esimermi dal vedere questo ESC: The Fire Saga Story che sta su Netflix da oggi, con Will Ferrell e Rachel McAdams. E niente, è un fan service dal principio alla fine mescolato con quella comicità un po’ slapstick e un po’ cringe tipica di Will Ferrell. I Fire Saga sono un duo islandese di Hùsavik (peraltro una delle cittadine più belle che io abbia mai visitato) che canta pezzi a metà tra il folk fantasy e il synth pop con titoli improbabili come Volcano Man o Ja Ja Ding Dong. Ovviamente vogliono vincere l’ESC ma contro di loro tramano il primo ministro islandese che non vuole la vittoria perché poi l’Islanda sarebbe costretta ad ospitare l’edizione successiva della gara con conseguente bancarotta del paese e la star russa (Dan Stevens, bravissimo) che canta un pezzo ultrakitsch. Il lieto fine è scontato, ma al centro del film sta il momento più bello: un mash up di pezzi di Cher, Madonna, ABBA cantati dai partecipanti a una festa in cui spuntano vere star delle passate edizioni dell’ESC come Bilal Hassani, Aleksander Rybak, Netta o Conchita Wurst. Per dare un tocco di Islanda in più c’è anche un uso smodato di Sigur Ròs in colonna sonora. Insomma, una simpatica cazzata che però è molto feelgood. Se sei un fan dell’ESC. Altrimenti meglio mantenere una notevole distanza di sicurezza. #recensioniflash

ARTEMIS FOWL (Kenneth Branagh, 2020)

Dopo aver visto Artemis Fowl mi sono alzato pensosamente dal divano, sono andato verso la libreria, ho tirato fuori il primo dei romanzi di Eoin Colfer, ne ho sfogliato le pagine che avevo amato 20 anni fa e ho sospirato di sconforto. Il film lanciato in questi giorni su Disney+ è… beh, non una delusione totale, ma… un film sbagliato. Dalla sua l’Artemis Fowl di Kenneth Branagh ha un paio di grosse giustificazioni: sono circa 20 anni che si parla di questo film. Quando sembrava che le cose iniziassero a funzionare, la produzione si è incagliata nello scandalo Weinstein. Quando sembrava che il momento fosse propizio a un’uscita in sala, è arrivato il Covid-19. Ma sono giustificazioni che non reggono a fronte di una scrittura raffazzonata e piatta, che non ci permette di empatizzare con nessuno dei personaggi, tantomeno il protagonista. Cioè, se l’idea era quella di lanciare un nuovo, maggggico franchise fantasy, direi che il fallimento è totale. Per avviare un franchise è necessario che lo spettatore abbia voglia di approfondire la conoscenza dei personaggi e qui hanno reso Artemis Jr. un personaggio insulso e incomprensibile (nonostante l’impegno dei giovane attore per sembrare arrogante, antipatico e geniale come l’Artemis del libro). Se invece l’idea era quella di far uscire un film-carrozzone da ooh e aah per gli effetti speciali e le scene di azione allora, sì, va bene. C’è tutta una scena (lunga) ambientata a un matrimonio pugliese a Martina Franca dove irrompe un gigantesco troll. Cioè: troll, Martina Franca, questo da solo potrebbe già essere il selling point per il film. E niente, c’è Colin Farrell nel ruolo di Artemis Sr. che viene rapito dalla perfida fata Cobol per ottenere un magico artefatto (una ghianda luminosa) e Artemis Jr. che è genialissimo ricatta il mondo fatato per farsi aiutare a liberare il padre. Lo aiutano l’elfo Spinella Tappo e il nano Bombarda Sterro (raramente nella fiction young adult si sono mai sentiti nomi più ridicoli, ma tant’è, sono comunque i personaggi migliori del film, e ho detto tutto). Oh, comunque, dai. Ai bambini può piacere (anche se il mio, giustamente, pur non sapendo cosa sia un buco di sceneggiatura continuava a chiedermi “ma perché?”, “ma come?”, “ma chi?”). Però, che delusione. #recensioniflash

LA PANDEMIA E LE #RECENSIONIFLASH

Sorbole, sapete cosa ha combinato questo nuovo Coronavirus che non avevo messo in conto? Mi ha fatto dimenticare tre mesi di #recensioniflash! Beh, certo, mi ha anche fatto prendere il coraggio di mostrare il mio faccione su Facebook Live (e a seguire su YouTube) per parlarvi del grande e onusto cinema “di una volta”, ma le mie incursioni nel noir, nel mélo e nel musical hollywoodiano tra gli anni ’30 e gli anni ’60 non possono sostituire l’arguzia delle recensioni sui film, filmoni e filmacci del momento. Poi mi ha contattato anche Gabriele Niola che all’inizio pensavo “ma figurati sarà uno scherzo” e invece cercava seriamente le #recensioniflash, e allora eccole, le #recensioniflash, perdio, pandemia edition!

THE COLOR OUT OF SPACE (Richard Stanley, 2019)
The Color Out of Space, il film sponsorizzato da Pantone. Ha ha. No, a parte gli scherzi. C’è HP Lovecraft e c’è Richard Stanley, il regista misterioso che non fa film dal 1990, anno in cui è uscito Hardware che è un culto assoluto che non si può non aver visto, solo che dopo aver fatto Hardware impazzisce, va nel deserto della Namibia, gira un videoclippone per i Marillion e poi si dà al documentario. Fino ad oggi. E potete immaginare quante idee filmiche ha in serbo per noi. Lovecraft, si sa, è abbastanza infilmabile. Il colore venuto dallo spazio, poi, è uno dei racconti più ostici. Ma questo film ha un asset fortissimo. Nicholas Cage che sbrocca. Tutti vogliamo vedere Nicholas Cage che sbrocca, non ne abbiamo mai abbastanza. L’altro asset sono gli alpaca. Che ben presto diventano orribili alpaca mutanti. Vabbè, comunque: Nicholas Cage che munge gli alpaca, Nicholas Cage che sbrocca in macchina, Nicholas Cage che va fuori di testa con la doppietta in mano, e sangue, tantissimo sangue. Il colore venuto dallo spazio, siccome non si poteva non farlo vedere, è un tono di fucsia molto fluo e molto appiccicoso, che contamina acqua, vegetazione, animali e alla fine anche la povera famiglia di Nicholas Cage, che si ritrova circondato da un tripudio di body horror che prende il meglio dalla grande tradizione di John Carpenter, Stuart Gordon e Brian Yuzna, aggiungendo al tutto un bel tono di rosa shocking. Psichedelia a pacchi (non tanta quanto in Mandy, ma insomma, siamo lì), effetti visivi al limite dell’epilessia (dello spettatore, intendo), gente che muore malissimo, e verso la fine il momento puramente lovecraftiano delle geometrie impossibili e delle visioni di mondi alieni che in fondo in fondo tutti si aspettano. Se ascoltate me, sono due ore spese bene, anche perché spiegatemi chi non vorrebbe vedere un film con Nicholas Cage e un gruppo di alpaca. Nessuno, infatti. #recensioniflash

GUNS AKIMBO (Jason Lei Howden, 2019)
Sento come il dovere morale di parlarvi di Guns Akimbo, uno di quei film che metà dei miei contatti liquiderà con un “ma come cazzo fai a vedere certe cose” e l’altra metà celebrerà con un “fuck yeah, pistoloni, sangue a litri e musica techno a palla”. Io mi pongo nel mezzo, essendo un raffinato intellettuale della settima arte con un penchant mai troppo nascosto per i film di menare. Inizierò col dirvi di Daniel Radcliffe (in foto), attore che tanto disprezzavo ai tempi di Harry Potter quanto ho amato alla follia dopo. Lui ha talento nello scegliere i ruoli più assurdi (un po’ come Elijah Wood post-Frodo): lo abbiamo amato nel ruolo del cadavere scoreggiante in Swiss Army Man e lo adoriamo ancora di più in questo piccolo grande b-movie neozelandese in cui interpreta Miles, un nerd vegano e nonviolento che viene coinvolto suo malgrado in un gioco mortale in cui ci si deve ammazzare a vicenda per il plauso del popolo bue che fa le scommesse on line. Siccome lui fa il cacciatore di troll sui social, in pratica i troll gli arrivano in casa e gli imbullonano dei pistoloni alle mani, da cui le continue gag sul fatto che non riesce a mangiare, pisciare, spippolare il cellulare (le tre cose fondamentali della vita di un uomo nel 2020, diciamolo). L’altro grande asset del film è Samara Weaving nel ruolo della pazza schizzata che spacca i culi (ruolo in cui è assolutamente perfetta): la apprezziamo già dalla sequenza pre-titoli in cui fa un bodycount esagerato mentre spara lama schiaccia e arrota gente sulle note di You Spin Me Round dei Dead or Alive (primi 4 minuti che sono già un selling point definitivo per il film, poi dopo entra in scena Radcliffe). Vabbè, che altro dire: cattivissimo tatuatissimo e sopra le righe, umorismo alla action movie anni ’80, violenza grafica portata all’estremo, blanda critica al mondo dell’online gaming, cinepresa che fa del roteare continuamente la sua cifra stilistica principale (è come vedere un film chiusi dentro una di quelle palle trasparenti che rotolano con te fissato dentro), colonna sonora che punteggia il tappeto sonoro electro con hit anni ’80 tra le più appiccicose del decennio. In una parola, meraviglioso. #recensioniflash

EL HOYO (Galder Gatzelu-Urrutia, 2019)
Volevo un attimo tornare al format delle #recensioniflash per parlarvi dei film più adatto a questo periodi di clausura forzata che ho visto su Netflix (peraltro volevo già vederlo al TFF lo scorso novembre ma me lo ero perso). Il buco, del regista credo basco Galder Gatzelu Urrutia, è uno di quegli oggetti filmici strani, che mescolano horror e fantascienza distopica in un metaforone di grana grossa sulle storture del capitalismo. C’è questo carcere verticale, immaginatevi un pozzo senza fondo, costruito a livelli. Al livello zero (piano terra) c’è uno chef che prepara ogni sorta di prelibatezza e la apparecchia su una piattaforma tipo ascensore che poi va giù per centinaia di livelli sotterranei. I carcerati (due per livello) che stanno ai livelli più alti si strafocano di roba e lasciano ai carcerati dei livelli più bassi miseri avanzi, casomai sputati o rigurgitati. Ovviamente ai livelli sotto il cinquantesimo non arriva più nulla per cui quei detenuti si danno allegramente al cannibalismo e ad ogni sorta di efferatezza. Di più: ogni mese i detenuti cambiano di livello, magari un mese sono al livello 7 e il mese dopo al 230, subendo trattamenti diversissimi a seconda della “classe” in cui si ritrovano. In tutto questo contesto delirante, Goreng, l’eroe del film che si porta dietro una copia di Don Quixote (wink wink), tenta di sovvertire il sistema. Non ho detto che ogni detenuto si può portare nel Buco solo un oggetto. Goreng ha il suo libro. Il suo compagno di cella ha un coltellaccio tipo Miracle Blade. E quando l’uomo col libro incontra l’uomo col coltello, immaginatevi come può andare a finire. Disgustoso, visionario, sopra le righe come quasi tutti gli horror spagnoli, Il Buco ha il “vizio” di essere allegorico in modo forse un po’ troppo didascalico. Magari non è per tutti i gusti. Però intrattiene.

POM POKO (Isao Takahata, 1994)
Nella quarantena esistenziale di questi giorni, occorre scegliere accuratamente film che possano andar bene per tutta la famiglia. Quindi, siccome con lo Studio Ghibli si va sempre sul sicuro e siccome ho qualche piccola lacuna (prevalentemente a proposito di Takahata, ché di Miyazaki ho visto tutto), decido di vedere per la prima volta Pom Poko. Con la Creatura. Ora, a parte che questo potrebbe essere l’unico film Ghibli dove l’adattamento di Cannarsi ci sta tutto (i procioni del film e in particolare il procione narratore usano un registro “burocratese/sindacalistico” per dare un effetto comico che comunque i bambini non capiscono), ci sono alcune cose fantastiche. La prima è che tutti i procioni del film hanno i testicoli ben in evidenza in ogni inquadratura (favorisco foto). La seconda è che i procioni del film usano i suddetti testicoli come armi, gonfiandoli e teabaggando gli operai dei cantieri edili e gli sbirri (Pom Poko è un film ferocemente ambientalista e anti speculazione edilizia in cui si professa lo sterminio degli umani e delle loro ruspe). La terza è che per concentrarsi sulla lotta armata ai procioni del film viene intimata la castità e la non procreazione, ma verso la metà del film i testicoli del procione protagonista vengono messi a dura prova da una procace prociona, sicché i due si rotolano nell’erba gemendo e nella scena dopo hanno quattro cuccioli (la legittima domanda della Creatura “come hanno fatto a fare quattro cuccioli?” era inevitabile). Poi vale tutto per una scena di 10-15 minuti che è un tripudio di yokai grotteschi e bellissimi, che ho dovuto mandare indietro cinque volte per soddisfare la brama della Creatura. Per la cronaca, ci sono anche diversi procioni morti spiaccicati da ruote di camion e alcuni altri morti sparati dagli sbirri. Un grande classico per famiglie, insomma. Ora possiamo passare a Una tomba per le lucciole. #recensioniflash

KNIVES OUT (Rian Johnson, 2019)
File under category “i bei film di una volta”. Knives Out è essenzialmente un film di Poirot preso di peso e trasportato nella contemporaneità. Un oggetto abbastanza alieno nel cinema del nuovo millennio: non è un remake un reboot un prequel un sequel una retcon un franchise. Ma soprattutto: è un film americano dal vago sapore europeo, un po’ rétro. C’è il superdetective messo lì quasi per caso, c’è il poliziotto “spalla”, c’è il morto e tutta la famiglia di sospettati. Unica variante, a metà si scopre l’assassino e il resto del film diventa meno whodunit e più suspence. La commedia (anche un po’ sopra le righe) è sempre dietro l’angolo, ci sono Jamie Lee Curtis, Toni Collette, Don Johnson, Chris Evans, Michael Shannon. Ognuno ovviamente ha qualcosa da nascondere. Prevedibile ma simpatico, un po’ come una lunga partita a Cluedo, il film è di Rian Johnson. Del quale io fondamentalmente mi chiedo: ma come gli è potuto anche solo venire in mente di affidargli uno Star Wars? Intendiamoci, dell’ultima trilogia Gli ultimi Jedi è il mio preferito, ma… alla Disney devono essere un po’ pazzi. Vabbè, comunque tornando a Knives Out chiuderei così: è uno dei rarissimi film uscito dopo il 2000 che potrebbe piacere a mia madre. #recensioniflash

BOOKSMART (Olivia Wilde, 2019)
Proprio oggi la mia amica Gaia è uscita con un pezzo su Cosmo riguardo ai migliori film di registe usciti negli ultimi anni. Proprio in questi giorni volevo vedere Booksmart e insomma ho fatto due più due e vi posso dire che l’esordio dietro la macchina da presa di Olivia Wilde è decisamente esilarante. OK, è la solita commedia ambientata nel graduation day della solita high school nella solita L.A., ma prima cosa c’è Beanie Feldstein che si mangia ogni scena (è la sorella di Jonah Hill, e ha la sua stessa forza, quindi è praticamente inevitabile); seconda cosa c’è un umorismo al femminile che mi ha ricordato parecchio Bridesmaids nonostante quello fosse un film diretto da un uomo (ma che uomo, Paul Feig). Le “booksmart”, le secchione, sono le due ragazze nerd che non hanno mai fatto festa perché troppo impegnate ad assicurarsi il college “giusto”, ma la sera prima del diploma vogliono concentrare tutto il sesso, la droga e il rock’n’roll che non hanno mai sperimentato prima. Con risultati ovviamente molto cringe. Il film passa decisamente il test di Bechdel (1. devono esserci almeno due donne che 2. parlino tra di loro di qualsiasi argomento che 3. non riguardi un uomo). Il corrispettivo televisivo di questo film potrebbe essere la serie Pen15 di cui vi ho parlato recentemente. Stesso livello di estrogeni, sesso e situazioni cringe. Interessante. #recensioniflash

THE WILLOUGHBYS (Kris Pearn, 2020)
Nel caso non sappiate cosa fare, vi segnalo che è uscito su Netflix un altro piccolo gioiellino di animazione, prodotto (e anche interpretato) nientepopodimeno che da Ricky Gervais. Tratto da un libro illustrato di Lois Lowry e diretto da Kris Pearn (che arriva dal team di Piovono Polpette), La famiglia Willoughby è consigliatissimo. Sempre se ai vostri bimbi piacciono le storie spiazzanti e un po’ scorrette. I quattro fratellini Willoughby vivono nella casa avita un po’ “fuori dal tempo” (diciamo che sono fermi al 1919) con due genitori egoisti, anaffettivi e totalmente sordi alle “esigenze bambinesche”. Ben presto capiscono che la cosa migliore è disfarsene, attirandoli in una vacanza avventurosa (e letale) in cui “i bambini non sono ammessi”. I Willoughby rimangono così “tecnicamente orfani”, ma i genitori prima di partire avevano chiamato una tata… da qui partono molte avventure esilaranti, ben realizzate tecnicamente, con un character design un po’ fuori dagli schemi e che a me ha fatto pensare ad un aggiornamento in chiave contemporanea e 3D di personaggi e sfondi in stile UPA (più Gerald Mc Boing Boing che Mr. Magoo) passato per la sensibilità del Cartoon Network fine anni ’90 (tipo Dexter o Powerpuff Girls prima maniera). I bambini sono ben caratterizzati, la tata esuberante e amorevole fa da piacevole contraltare, a un certo punto c’è un personaggio che sembra preso di peso dai pennelli di Heinz Edelmann in Yellow Submarine, arcobaleni e tutto. Tutto il film è narrato da un gatto, con la voce di Ricky Gervais. Non perdetelo. #recensioniflash

ONWARD (Dan Scanlon, 2020)
C’è questa cosa che non ci pensiamo ma il cinema si è congelato ai primi di marzo. Bulimici di serie TV per non pensare alla pandemia in corso, non abbiamo più pensato ai film. Stasera vi parlo di un film che è uscito nei primi giorni del virus, e che ovviamente non ha avuto gli incassi sperati. Un film che è stato anche bistrattato per il fatto di essere – a detta di alcuni critici – un po’ scontato. Ma voi lo sapete che a me piacciono i casi disperati. E che con la Pixar vado sempre un po’ controcorrente, come il barcarolo. Voglio dire, credo di essere una delle quindici persone al mondo a cui è piaciuto alla follia Il Viaggio di Arlo. Ecco, allora vi presento Onward. Un film che racchiude mood molto diversi, dalla parodia alla commedia stile Apatow/Feig (le vibrazioni di Freaks and Geeks scorrono potenti), dal fantasy al grottesco, tanto che a me ha ricordato anche un po’ Heavy Trip, un film finlandese su una band di death metal che… ma sto divagando. Onward parte da una storia vera, l’esperienza del regista Dan Scanlon (Monsters University) che ha perso il padre poco dopo la nascita, restando solo con la madre e il fratello di un paio d’anni maggiore. Questo nucleo costituisce la premessa del film, abbinata a un world building un po’ strano. Ci sono elfi, ciclopi, unicorni e dragoni, ma la magia è sfumata e ora questi personaggi vivono in un mondo moderno, suburbano, con le insegne dei negozi un po’ gotiche tipo Shrek, ma tutto sommato più vicino al mondo di quel disastro di Bright con Will Smith. Ian (Tom Holland) è l’elfo protagonista, che vive con la madre e il fratello maggiore Barley (Chris Pratt). Per il sedicesimo compleanno di Ian ricevono un regalo dal padre morto quando Ian era in fasce: un incantesimo che lo farà tornare in vita solo per un giorno. Qualcosa però va storto, e il corpo del padre ritorna solo a metà… quella di sotto. Si parte per una quest epica allo scopo di trovare la Gemma della Fenice che potrebbe permettere ai due fratelli di completare l’incantesimo, accompagnati da musiche che a volte ricordano gli score dei più noti film fantasy e più spesso spingono sull’hard rock anni ’70 in stile Styx, Rush, etc. e da continui riferimenti al mondo dei giochi di ruolo. Il film è molto godibile e ricco di invenzioni visive magari non sorprendenti ma sempre interessanti e comunque azzeccate. Si nota anche lo sforzo di Disney/Pixar nell’ammettere che mmmmmmsì, i personaggi LGBTQI “esistono” (una poliziotta ciclope con la voce di Lena Waithe dice “anche la figlia della mia ragazza mi dà il tormento”). Siamo portati a pensare che tutta l’avventura sia un preludio al momento in cui finalmente Ian vedrà il padre per la prima volta, ma non è quello il punto. Il punto è il rapporto tra i due fratelli, e lo è sempre stato, anche se loro non lo sapevano. E il finale non è proprio scontato. Insomma, a me è piaciuto assai. Magari non entra nella top 5 Pixar (che per ora per me include Wall-E, Ratatouille, Up, Coco, Toy Story 3), ma viene immediatamente dopo. Sarà certamente per il feeling alla Freaks and Geeks. #recensioniflash