ANIMAZIONE, BESTEMMIE E MAZZATE

Una combo un po’ particolare per la ripresa dopo l’estate della nostra consueta rubrica di visioni. In effetti, durante l’estate ho prevalentemente letto libri e visto meno film, ma alcune chicche me le sono tenute da parte. Si comincia con la più importante uscita di settembre (no, non Tarantino*… il film di Steven Universe) e si prosegue, come promette il titolo, con un paio di anime, un film di bestemmie e uno di mazzate.

STEVEN UNIVERSE THE MOVIE (Rebecca Sugar, 2019)
Partiamo subito con un giudizio secco: Steven Universe The Movie è un film divertente per tutti (fan e profani), coinvolgente, intenso, citazionistico, ben riuscito. Ed è un musical. Ma non un musical tipo che ha cinque o sei canzoni. Il film dura 82 minuti e per 69 minuti cantano. E se siete come me, e tra i vostri generi cinematografici preferiti ci sono il musical e l’animazione, il film di Steven Universe è una manna dal cielo. Cercherò di non fare spoiler sulla trama, che vede in sostanza l’azione spostarsi due anni dopo la conclusione della quinta stagione (Change your mind, lo speciale di 45 minuti che è uscito lo scorso gennaio). Steven adesso ha 16 anni, i Diamanti vorrebbero tenerlo con loro facendogli ereditare il trono che fu di Diamante Rosa, ma lui dice “Bella zie, ho 16 anni, voglio passarmela bene sulla terra, cazzeggiare con gli amici e magari finalmente mettermi con Connie”. Nel frattempo a Beach City le gemme guarite in Change Your Mind stanno costruendo un nuovo quartiere “Little Homeworld” e tutto sembra andare bene fino all’arrivo di un nuovo misterioso cattivo. Nell’antagonista principale del film sta il cuore di tutta l’operazione. Spinel (il nome della gemma avversaria) ha una storia tragica e potente che viene svelata a metà film e non può lasciare indifferenti gli altri personaggi e gli spettatori. Con un’espediente narrativo simpatico, la prima metà del film è anche una buona occasione per ripercorrere (a suon di canzoni) l’evoluzione di tutti i personaggi principali nel corso degli ultimi sei anni. Ma al di là della storia, quello che veramente colpisce è la volontà di Rebecca Sugar di far funzionare il film anche su un piano metacinematografico, di omaggio continuo all’animazione degli anni ’20, ’30 e ’40, con una sequenza di titoli di testa che richiama platealmente i primi Classici Disney ma anche (a livello di musica e illustrazioni geometriche) la visione di Busby Berkeley. La sola presenza dei Diamanti (doppiati da Patti LuPone, Christine Ebersone e Lisa Hannigan) garantisce dei perfetti numeri da età dell’oro del musical hollywoodiano. Spinel stessa è un personaggio animato diversamente dagli altri, in una esplicita citazione dei primi corti di Disney o di Fleischer (il cosiddetto stile di animazione a “tubo di gomma” che è alla base anche del videogame Cuphead). A proposito delle musiche (cui stavolta hanno collaborato Aimee Mann, Chance the Rapper e altri), siamo nel solco di una serie che si è sempre distinta per numeri musicali fuori dalla norma ma che stavolta ha una marcia in più: si fanno ricordare in particolare Independent Together, interpretata tra gli altri da un nuovo personaggio che è la “sorpresa nella sorpresa” del film, Disobedient, il nuovo pezzo pop punk di Sadie Killer & The Suspects, Drift Away, il pezzo strappacuore affidato a Spinel (e scritto da Aimee Mann) e il singolo in giro da un po’ True Kinda Love, la nuova “canzone da battaglia” di Garnet (voce come sempre di Estelle). Alla fine tutto si risolve in una difficile storia di accettazione di sé, di cambiamento e di amicizia – come sempre in Steven Universe – e in un bizzarro ma appropriato epilogo su una scalinata stile Broadway tutti vestiti da Wanda Osiris.
Tanto per ribadire un po’ di queerness.
PS: ci si può solo lamentare del fatto che Lars ha solo una battuta e non canta mai. E non bacia Sadie.
#recensioniflash #stevenuniverse

MODEST HEROES (Studio Ponoc, 2019)
Su Netflix è uscito Modest Heroes, una raccolta di tre corti animati dello Studio Ponoc. E niente, guardatelo subito, chevvelodicoaffà, è assolutamente meraviglioso. Primo episodio: piccolo popolo del fiume alle prese con le correnti e le carpe malvagie. Secondo episodio: la difficile vita di un bimbo con le intolleranze alimentari a Tokyo. Terzo episodio: un tizio invisibile e senza peso cerca di vivere un’esistenza normale. Ribadisco. Sono tre corti eccezionali ognuno a suo modo. 53 minuti ben spesi. #recensioniflash #netflix #anime

MIRAI (Mamoru Hosoda, 2018)
Mamoru Hosoda, già noto per La ragazza che saltava nel tempo, The Boy and the Beast e Wolf Children, ha sfiorato l’Oscar con Mirai no Mirai, il suo ultimo film che rivaleggiava con Spider-Man come miglior film d’animazione del 2019. Credo sia stata una battaglia onorevolissima. Mirai (in italiano il titolo è solo questo, che è poi il nome della sorella del protagonista e vuol dire “futuro”) è uno dei pochi anime realizzato fuori dallo Studio Ghibli che catturi realmente l’essenza dell’infanzia e dell’immaginazione prescolare. Il piccolo Kun vive tranquillo con mamma papà e un cane quando arriva la sorellina Mirai a rompere gli equilibri. Kun passa attraverso diverse fasi di stress, ma le risolve sempre in un misterioso mondo fantastico che si apre nel giardino di casa sua, in cui incontra di volta in volta la sorella in versione adolescente, il suo bisnonno dal passato, lo spirito parlante del suo cane e molti altri personaggi più o meno strani. Come molti film giapponesi che sto vedendo ultimamente, Mirai è un inno alla famiglia e alle relazioni familiari, la storia familiare, le radici e il futuro. Un film per bambini alla scoperta di sé, ma anche un film che – almeno per la mia famiglia – rappresenta uno specchio fedele e realistico delle dinamiche quotidiane. #recensioniflash

LA RAGAZZA DI VIA MILLELIRE (Gianni Serra, 1980)
Ispirato dal fatto che oggi in una bancarella di libri usati ho intercettato la sceneggiatura originale edita nella mitica collana “Il pane e le rose” di Savelli, mi sono rivisto La ragazza di via Millelire, uno di quei cult cinematografici del sottobosco torinese equiparabile solo al successivo (di pochi anni) I ragazzi di Torino sognano Tokyo e vanno a Berlino. Ma se il film di Badolisani era la celebrazione della new wave, qui siamo ancora in pieno punk. Gianni Serra gira il film nel 1979. Al cinema poi si è visto pochissimo (io stesso lo vidi nei primi ’90 a qualche proiezione con dibbbbbattito). All’epoca io ero piccolo e vivevo in periferia nord – il film invece è girato tra via Artom, piazza Bengasi, Nichelino e Ivrea – ma posso certificare che la meglio gioventù era esattamente così. Tra un minchia, un dioffà, un picio, e mille espressioni gergali tipiche della Torino anni ’80 come “cagabicchieri”, la “shit”, un uso altamente creativo dei condizionali e dei congiuntivi, invocazioni a tua madre, tua sorella quella troia, ti alzo le mani in faccia, mettiti le mani in culo e via dicendo. Rivista oggi, la storia malatissima di Betty che a 13 anni inizia a prostituirsi tra un ingresso e un’uscita da diversi centri di accoglienza, totalmente ignorata dalla sua famiglia “terrona”, violentata dagli amici del “fidanzato” e sempre alla ricerca del prossimo buco, ha la stessa forza. Un ritmo e un montaggio che mancano a molti film italiani del periodo. La curiosità di personaggi che si perdono nelle nebbie del tempo (i tamarri che fanno le penne in moto, per dire). Credo sia anche il film italiano con il record assoluto di bestemmie pronunciate. Si capisce perché il comitato di quartiere di via Artom avesse raccolto firme per impedire qualsiasi proiezione del film. Oggi, questa gemma nascosta che anticipa sia Amore Tossico, sia Cristiana F., sia Mery per sempre – i primi riferimenti che mi vengono in mente a paragone, la trovate tutta su YouTube (link nel primo commento), completa anche di introduzione vintage di Tullio Kezich. Al termine della visione ho pensato subito ad Andrea Pazienza e Pier Vittorio Tondelli, e poi a Minchia Sabbry, il personaggio d’esordio di Luciana Littizzetto, che esattamente vent’anni dopo, virando al comico, riprendeva quel linguaggio e quegli atteggiamenti. Le radici erano tutte in via Millelire. #recensioniflash

JOHN WICK 3: PARABELLUM (Chad Stahelski, 2019)
Allora, stanotte ho visto John Wick 3: (Sivispacem) Parabellum e devo dirvi che siamo di nuovo di fronte a quei film che sono una bomba e una cagata pazzesca nello stesso tempo. Come è possibile? Ma certo che è possibile: è un film del cazzo™️! Intanto piove sempre, per dare possibilità all’immenso Keanu (che ha studiato l’arte delle mazzate come non mai anche più degli altri due film) di girare sempre con quei bei capelli lunghi appiccicati alle guance scavate e sanguinolente. Poi ci sono tutti i colori notturni del mondo, in un’estetica che da Blade Runner arriva a Nicolas Winding Refn e ritorno, due volte. E poi niente, ci sono le mazzate, tantissime, le pistolettate, un bodycount esagerato, i pastori tedeschi che azzannano gli scroti, i coltelli nei bulbi oculari, le location improbabili (la New York Public Library, dove John nostro uccide un tizio CON UN LIBRO), Anjelica Huston tatuata, Halle Berry tatuata, ed è tutto un caleidoscopio di mazzate perché tutti vogliono ammazzare John Wick che ha tipo 14 milioni di taglia sulla testa. Nessuno sviluppo drammatico, patetici tentativi di spiegare una sorta di potentissima loggia del crimine di cui alla fine non si capisce un cazzo, dialoghi vicini allo zero assoluto ma UNA VALANGA DI CALCINCULO.
Ne consegue che John Wick 3: Parabellum (che dura circa 132 minuti) è il nuovo oggetto cinematografico di culto che non potrete fare a meno di disprezzare (e, di nascosto, di amare). #recensioniflash

*Tarantino lo vedo domani e si meriterà un post a sé, come minimo.

UNA STORIA PORNO

La notizia del giorno (per gli Internet geek e i social media cosi) è che Tumblr viene acquistato da Automattic (la società dietro WordPress, cioè). C’è da dire che ci si può vedere una sorta di giustizia poetica: Tumblr, il mitico Tumblr, il social che ha inventato la parola “microblogging”, che nel lontanissimo 2007 sembrava la più grande novità del momento, almeno per noi che bloggavamo duro da almeno cinque anni, torna finalmente nelle mani di un soggetto che ha a cuore la creazione di contenuti.

Tumblr ha avuto una storia molto particolare, prima di tutto a livello aziendale: acquistato da Yahoo! nel 2013 per più di un miliardo di dollari, si è visto ben presto che fine ha fatto. Nel 2017 infatti Verizon ha comprato sia Yahoo! che Tumblr che Flickr (in buona sostanza non sapendo cosa farsene) e li ha lasciati a sé stessi tarpandogli le ali in maniera devastante. In pochi anni Tumblr ha perso il 30% del suo traffico, ma attenzione: almeno in USA rimane sempre uno dei siti più frequentati, tipo al 49° posto nella classifica di Alexa, dopo Spotify ma prima di Paypal. Cioè, un risultato di tutto rispetto.

Come è stato possibile rendere uno dei siti (delle comunità on line) più attivi dell’Internet una pallida imitazione di sé stesso, tanto che Automattic l’ha acquistato per una piccolissima frazione del suo valore (3 milioni di dollari, roba che ci compri un appartamento a San Francisco)? Semplice: andando contro una delle regole fondative di Internet stesso. Internet is for porn. Questo lo sanno tutti. Al massimo oltre al porno possiamo ammettere i gattini. Tumblr è sempre stata una comunità anarchica, aperta alle frange più estreme di creativi, appassionati anche di robe un po’ – in alcuni casi molto – NSFW (Not Safe For Work).

Sul discorso del Not Safe From Work, Pornhub ci aveva fatto più di un pensiero questa primavera. Immaginatevi una realtà alternativa in cui è Pornhub e non Automattic il proprietario di Tumblr. Via libera alla pornografia , al queer, alle fanart esplicite, a tutte le categorie di post “pop porno”, alla curatela di feticismi vari, e forse un po’ addio al microblogging non porno, che sarebbe stato tollerato ma non incoraggiato. Insomma, Tumblr con una pletora di pubblicità “Enlarge Your Penis” e “Scopa con ragazze brutte vicino a casa tua” ad ogni pagina visitata.

Automattic dichiara di voler mantenere il ban sui contenuti NSFW voluto da Verizon: male, molto male, secondo me. Perché quel ban è quello che ha affossato Tumblr che – intendiamoci – non è e non ha mai voluto essere un Pornhub basato su UGC, ma comunque negli anni ha basato gran parte della sua popolarità sui contenuti sessualmente espliciti vietati in qualsiasi altro social. C’è persino il neologismo Tumblr Girl, a indicare le tipe un po’ hipster con gli occhialoni a montatura spessa che si fanno i selfie e curano il loro profilo ossessivamente (diverse dalle influencer di Instagram, nota bene: in che modo adesso non sto ad approfondire, ma diverse).

Tutto questo discutere su Tumblr, perché… un po’ per nostalgia della diversità che fu nell’età dell’oro del Web 2.0, un po’ perché come è stato per Flickr l’anno scorso spiace vedere i primi amori social cadere così in basso. In fondo OK, capisco il problema di essere bannati come app dal Play Store o dall’App Store, ma forse ci voleva veramente uno sforzo congiunto di Automattic e Pornhub, con una differenziazione tra due tipi di profilo (SFW e NSFW) e ognuno sceglieva quello che voleva.

In fondo Tumblr non è mai stato 8chan, no? Vabbè, ingenuo io.
Resta sempre DeviantArt.

I MIGLIORI ALBUM DELLA MIA VITA

Recentemente avevo fatto un post, breve ma incisivo, tanto da essere ripreso da una delle mie newsletter italiane preferite (Polpette®) sui migliori album del decennio in corso, i tanto vituperati anni ’10. In un impeto di retromania, invece, riprendo qui una serie di interventi estemporanei fatti su Facebook a seguito di coinvolgimento in una di quelle catene di S. Antonio tipiche dei social, che di solito rifuggo come la peste bubbonica ma che nello specifico (liste di album? Pane quotidiano!) mi aveva abbastanza infoiato. Siccome però siamo qui proprio per ristabilire la prevalenza del longform sul post breve ed estemporaneo, ecco che adesso vi beccate 20 album fondamentali del XX secolo (a mio insindacabile giudizio) che non è umanamente possibile non ascoltare. Non siate pigri, per ognuno vi metto il link a Spotify. Magari, se non conoscete qualcosa, può essere una gradita sorpresa. O altrimenti, una passeggiata sul viale dei ricordi, come si suol dire.

TELEVISION – MARQUEE MOON (1979)
A pelle, il primo album che mi viene in mente è Marquee Moon, perché mi ha folgorato come pochi altri album, e dopo questo ascolto (per me avvenuto verso la metà degli anni ’80 su un vinile comprato usato) non sono più stato lo stesso. Post punk americano, chitarre intrecciate melodiche ma nervose e oblique, voce paranoide alla Talking Heads e pezzi esaltanti come Friction, Venus, See No Evil ma soprattutto la monumentale title track che sta al post punk come Bela Lugosi’s Dead dei Bauhaus sta al goth (e che comunque fa tesoro della tradizione rock americana trasfigurandola). Un album che non mi stanco mai di ascoltare ancora oggi. 

DAVID BOWIE – LOW (1977)
A Berlino con Eno (fa anche rima), Bowie concepisce il capolavoro art-rock-ambient-electronica che influenzerà gran parte della new wave a venire, per tacere del post-rock. Ci sono dentro quelle cose stile coro delle voci bulgare nell’atto di tagliarsi le vene, come Warszawa o Weeping Wall, e ci sono gemme brillanti come Speed of Life, Sound and Vision ma soprattutto Always Crashing in the Same Car, che alla fine dei conti è “il” mio pezzo di Bowie. Il mio vinile di Low è consumato. E il vostro?

MASSIVE ATTACK – BLUE LINES (1991)
Correva l’anno millenovecentonovantaerotti, e io entravo in folgorazione per via del fatto che l’hip hop incontrava le frange più oscure del post punk, del reggae e del dub. Echi di Slits e PIL, labirinti sonori ipnotici che sfoceranno in altri capolavori dei Massive e che influenzeranno tutto il trip hop a venire, la voce di Horace Andy, il basso che pompa, Shara Nelson che canta “You can free the world, you can free my mind, just as long as my baby’s safe from harm tonight” e la consapevolezza acuta per la prima volta che si può assemblare un capolavoro prendendo pezzi di basso di qua, break di batteria di là e riscrivere la storia della musica.

PIXIES – SURFER ROSA (1988)
La storia è un po’ strana perché io, darkettone che son io, ero tutto perso nelle atmosfere 4AD di Ivo Watts-Russell, che nel frattempo, sul finire degli ’80, scopre e produce questa band americana con la bassista carismatica, il cantante/songwriter melodico-folle, il chitarrista violento ma con stile. Cosa sentono le mie orecchie? Un’urgenza incredibile, linee melodiche accattivanti, canzoni che parlano di mutilazioni, incesto, follia religiosa, handicap mentali, rabbia punk e pop zuccheroso, con una vena di inquietudine. Per l’album vero e proprio Ivo si affida a Steve Albini (cioè quello che poi produrrà In Utero dei Nirvana)… e che altro dobbiamo dire. Un album del cuore, senza se e senza ma. Contiene anche Where Is My Mind, chevvelodicoaffà.

VELVET UNDERGROUND – THE VELVET UNDERGROUND (1969)
The Velvet Underground, l’album eponimo, quello con copertina nera e foto sfocatona della band. Insomma, il terzo album. Quello del ’69, per capirci. Quello con dentro la tracklist perfetta. Quello che è già Lou Reed ma senza troppa decadenza glam. Quello che è ancora Velvet-sperimentale ma senza insistere troppo sul feedback (a parte i 9 minuti di The Murder Mystery). Quello che è in equilibrio precario tra pulsioni diverse e che per questo motivo resta uno degli album più semplici, potenti e affascinanti della storia del rock. Inizia con Candy Says ed è già beatitudine. Poi c’è Pale Blue Eyes, Jesus e soprattutto I’m Set Free, uno dei pezzi più belli dei VU. E quella piccola delizia finale di After Hours. Tenetevi Nico, preferisco Maureen Tucker…

JESUS AND MARY CHAIN – PSYCHOCANDY (1985)
Questo album ha per me una valenza specifica, è nel mio Guinness personale per diversi motivi. Non ho mai posseduto il vinile originale ma solo una cassetta Maxell C90 logorata dall’uso e a seguire tante versioni digitali dell’album. Ma Psychocandy non è MAI mancato in qualunque walkman, discman, lettore mp3, Zune, Zen, iPod, iPhone, iTunes io abbia mai posseduto. Perché Psychocandy è semplicemente l’album a cui ricorro quando voglio stare bene, e non si tratta di una delle mie band preferite in assoluto, e non si tratta (solo) del fatto che è uscito in un anno per me di grandissimo cambiamento, è piuttosto una sonorità, un feedback morbido, un ronzio che avvolge, un mixaggio sporco e indistinto, un ritmo trascinato che attacca con Just Like Honey e non ti molla più e non distingui forse neanche bene le tracce. Proto-shoegaze di derivazione Velvet immerso in un bagno acido di wall of sound alla Phil Spector: cosa vuoi di più dalla vita?

JOY DIVISION – UNKNOWN PLEASURES (1979)
Io ai Joy Division e a Ian Curtis mi sono avvicinato relativamente tardi. La loro parabola si era rapidamente conclusa mentre io appena scoprivo i Cure, i Bauhaus, Siouxie and the Banshees, Echo & The Bunnymen, Cocteau Twins, Dead Can Dance. Poi niente, è successo che anche i “dark” potevano ballare (si era scoperto con i New Order, no?) e mi sono innamorato di quel basso, di quella batteria secca e metronimica, di quelle tastiere desolate, di quella voce che non era (più) quella di Ian Curtis ma era comunque disperata e cavernosa pur facendoti muovere il culo senza sosta. A quel punto ho dovuto andare alla fonte, ed è stata la folgorazione. Intanto quel vinile ha la copertina credo più iconica mai vista al mondo. E poi che cazzo, inizia con quel ritmo pazzo e velocissimo e quella linea di basso distorto di Disorder e non ti molla più fino alla fine, come una mano stretta alla gola. E non possiamo nemmeno dire che i JD siano “goth” in senso stretto, sono puro post-punk immerso in un distillato di angoscia esistenziale. Per cui, insomma, l’album perfetto. 

VAN MORRISON – ASTRAL WEEKS (1968)
Si tratta di un album che non mi stanco mai di ascoltare, da quando l’ho scoperto per caso intorno alla metà degli anni ’90. Sono rimasto colpito dalla copertina e dal titolo. E quando l’ho ascoltato, poof! non sono più stato lo stesso. Astral Weeks, come lo posso definire… è folk-rock impressionistico da camera, è Bon Iver quarant’anni prima, è un flusso di coscienza con testi pari a Dylan ma se possibile ancora più incomprensibili, cantati con una tale grazia e una tale estasi che ti fanno rimescolare dentro. Leggenda vuole che Morrison timidissimo stesse chiuso in una cabina con la chitarra acustica e i sessionman che suonavano con lui (flauto, sax, basso acustico, batteria, tutti jazzisti peraltro) non lo vedessero mai. Il disco quindi è una jam session improbabile che risulta in un puro gioiello di traccia in traccia, dalla title track agli episodi più intensi come Cyprus Avenue e Madame George. Per Lester Bangs e per Wim Wenders è l’album migliore di tutti i tempi. E chi sono io per contraddirli? 

SMASHING PUMPKINS – SIAMESE DREAM (1993)
C’erano pochi anni ’90 nei primi 8 album e ciò non era bene. Il primo album che mi viene in mente che definisce (forse anche e più a posteriori) i miei anni ’90 è Siamese Dream degli Smashing Pumpkins. Più dei Nirvana, dei Soundgarden, dei Mudhoney e dei Pearl Jam che pure amavo molto. La distorsione qui si accompagna ad un gusto per la melodia catchy che trova in Today uno dei risultati più rappresentativi del decennio. E poi l’album parte con Cherub Rock, che per me è uno degli attacchi migliori del secolo. Produzione di Butch Vig (già con Nirvana e Sonic Youth) e partecipazione di Mike Mills dei REM alle session, Siamese Dream sembra un album positivo, ma è tutto all’insegna della droga, della malattia mentale, della depressione e del suicidio. Perfetto per me.

THE SMITHS – HATFUL OF HOLLOW (1984)
Un album che per me ha una storia particolare. A parte contenere praticamente tutti i miei brani preferiti degli Smiths, da What Difference Does It Make a How Soon Is Now?, da Heaven Knows I’m Miserable Now a Please Please Please Let Me Get What I Want. Nei gloriosi anni ’80 (seconda metà), mi dividevo tra questo album e il primo eponimo The Smiths. Ma mentre The Smiths è un filo monotono come album (ecco, l’ho detto), Hatful of Hollow con la sua caratteristica di raccogliere anche molte versioni alternative di brani già presenti nel primo album eponimo è migliore, più fresco, con un mixaggio più accattivante – erano comunque sessioni per BBC Radio con John Peel, mica pizza e fichi. Curiosità: l’oscuro cantante francese Fabrice Colette è il tizio ritratto in copertina (che le copertine degli Smiths, si sa, sono sempre un po’ una sciarada).

KRAFTWERK – MAN MACHINE (1978)
I Kraftwerk costituiscono un po’ un mondo a parte nella galassia dei miei amori musicali. Credo non ci sia un gruppo importante quanto loro nell’influenzare ormai quasi 40 anni di musica pop. Senza i Kraftwerk con ci sarebbe stato Afrika Bambaataa per come lo conosciamo, non ci sarebbero i Daft Punk, non ci sarebbero gli LCD Soundsystem, e molte altre band di cui non faccio il nome. Ah, non ci sarebbero stati nemmeno i Rockets, buffa band francese che dai Kraftwerk ha preso essenzialmente uno spunto per il look. Comunque. Man Machine è già il settimo album, ma contiene hit stratosferiche come The Robots e The Model e tanto basta. La copertina ha una delle grafiche più belle della storia del rock.

THE STOOGES – THE STOOGES (1969)
No Fun, 1969, I Wanna Be Your Dog. Basta? Senza questo album non ci sarebbe stato il punk, punto e basta. Appena partono i primi accordi senti già la devastazione, la puzza di vicolo marcio, la malattia, il disgusto. Garage rock brutale con un pizzico di psichedelia alla Doors e un altro pizzico di art-rock alla Velvet (John Cale suona in We Will Fall). Uno degli incroci più famosi della storia del rock, da cui è partita molta musica a venire. Fa tenerezza sapere che Iggy è ancora vivo e lotta insieme a noi, sempre incredibilmente uguale a sé stesso, sempre fottutamente punk.

SONIC YOUTH – GOO (1990)
Se Daydream Nation era il White Album del rock alternativo, Goo è il suo Abbey Road. I Sonic Youth sono qui all’esordio per una major dopo aver già prodotto numerosi album ed EP per etichette indipendenti: io li avrei recuperati tutti dopo essere stato folgorato da Goo. Goo ha una delle copertine più fighe della storia del rock. Goo contiene Kool Thing, Dirty Boots, Tunic (Song for Karen) e Mary-Christ. Goo è l’apoteosi dell’alt-rock. Amo tutto quello che Thurston Moore e Kim Gordon hanno combinato negli anni, ma soprattutto amo Goo. I know a secret or two about Goo, she won’t mind if I tell you… My friend Goo just says “hey you”!

WHO – WHO’S NEXT (1971)
Quando si parla di “rock”, io penso sempre a questo album iconico (a partire dalla copertina col monolite pisciato). I Who sono da sempre tra i miei gruppi preferiti, li ascoltavo fin da bambino, ma alle ossessioni narrative e un po’ barocche di Tommy o di Quadrophenia ho sempre preferito Who’s Next, con le epiche aperture e chiusure di Baba O’Riley e Won’t Get Fooled Again e soprattutto con la ballata Behind Blue Eyes che rimane ancora oggi per me uno dei migliori pezzi rock di sempre. Anche qui, come sempre avveniva con Pete Townsend, dietro c’era un concept naufragato (una rock opera mai realizzata dal titolo Lifehouse), ma l’abbandono della gabbia narrativa ha regalato maggiore freschezza a tutti i pezzi dell’album.  

AIR – MOON SAFARI (1998)
Anche questo album entra di diritto nel mio Guinness personale perché dal 1998 non è mai uscito dal mio Winamp/lettore mp3/iPod/iPhone. Moon Safari ci deve sempre essere, per le emergenze, un po’ come Psychocandy. È stato il primo album che ho scaricato in MP3 da Internet, ai tempi in cui la frase chiave dei musicofili sul web era “It really whips the llama’s ass”. I francesini fanno un frullato di elettronica, trip-hop, easy listening, downtempo, jazz, soul, funk, usano moog, mellotron, vocoder. Il risultato è una pietra miliare che aprirà la strada a Groove Armada, Thievery Corporation, Royksopp e compagnia sognante. La Femme d’Argent mi pare ancora oggi una delle opening track più fighe dell’universo conosciuto.

A TRIBE CALLED QUEST – PEOPLE’S INSTINCTIVE TRAVELS AND THE PATHS OF RHYTHM (1990)
Nel mondo dell’hip-hop, per me hanno sempre contato più le crew che non gli artisti solisti. E nessun album (a parte forse l’esordio dei Wu-Tang, vedi sotto) è stato più seminale dell’esordio di A Tribe Called Quest, parte di un collettivo “Native Tongues” (con De La Soul e Jungle Brothers) che promulgava un approccio più morbido, afrocentrico e jazzato al boom-boom-tchak. È l’album di Bonita Applebaum, I Left My Wallet in El Segundo e di Can I Kick It? con il suo sample di Walk on the Wild Side che ancora oggi fa muovere i culi nel mondo. Pharrell, D’Angelo e Kendrick Lamar non esisterebbero senza Q-Tip e compagni, lo sapete, no?

RAGE AGAINST THE MACHINE – RAGE AGAINST THE MACHINE (1992)
C’è questa cosa, che io non sono un grandissimo fan del guitar rock duro, puro e fine a sé stesso. Ma il trattamento che Tom Morello riserva alla sua chitarra in questo album che ha posto le basi per tutti quelli che in seguito si sono definiti “nu-metal” o “crossover” è esaltante. I RATM prendono tutta la rabbia degli MC5 e del rock di protesta e lo distillano in urla animalesche come FREEEEEDOOOOOM o FUCK YOU I WON’T DO WHAT YOU TELL ME. Headbanging a palla, inevitabile. Zack De La Rocha mai più a questi livelli. Quando parte questo album si sente l’elettricità e la tensione nell’aria, c’è poco da fare.

WU-TANG CLAN – ENTER THE WU-TANG (36 CHAMBERS) (1993)
Fin dagli anni ’80 in me convivevano (facendo a volte a pugni) l’anima goth e quella del b-boy. Ma finché si trattava di Bambaataa o di Grandmaster Flash stavo a posto così, era musica per ballare. Con l’avvento dei Wu-Tang e del loro primo, cupissimo album l’hip hop diventa improvvisamente musica da ascoltare, paesaggio sonoro di cui non si può più fare a meno. Spezzoni di film di kung fu in mezzo alla tracklist (non a caso RZA poi collaborerà con Tarantino, maestro delle compilation di questo tipo), questo è l’album di Protect Ya Neck, Shame on a Nigga e C.R.E.A.M., brani che hanno cambiato la storia del genere e hanno influenzato Nas, Notorius BIG e Jay-Z. Tanta, tantissima roba.

DREAM SYNDACATE – THE DAYS OF WINE AND ROSES (1982)
La summa di un movimento, il cosiddetto Paisley Underground, che nei primi ’80 mi prendeva assai, questo album dei Dream Syndacate è perfetto nel suo unire la psichedelia degli anni ’60 all’urgenza del punk instillandoci però anche una bella dose di Velvet Underground (gli assoli di Karl Precoda sono molto White Light / White Heat, pur avendo una propria personalità e riconoscibilità). In questo senso i Dream Syndacate non sembrano quasi un gruppo californiano come i Rain Parade, le Bangles o i Green on Red: il loro album d’esordio rivisita più il lato oscuro del sixties rock. Poi vabbè, ci sono perle come When You Smile, Halloween e la title track che valgono mille ascolti.

THE CURE – SEVENTEEN SECONDS (1980)
Per il grandissimo amore che porto ai Cure, chiudiamo in bellezza con Seventeen Seconds, che esprime al meglio il suono dark e mimimalista che di lì a poco sarebbe andato verso un pozzo di angoscia (Faith) e autodistruzione (Pornography) per poi rinascere sotto forma di pop sghembo (da The Top in poi) e tornare in forma barocca e sovraincisa al termine del decennio (Disintegration). In questo album c’è già tutto, da At Night a Play For Today, all’atmosfera da brivido di The Final Sound. Ma soprattutto c’è A Forest, il pezzo che tutti i bassisti in erba provano a suonare, e la copertina con la foto in motion blur che ha praticamente influenzato tutta la mia percezione della fotografia nei trent’anni a venire (foto scattata da Robert Smith stesso, pare). Una chicca particolare: Frankie Rose ha realizzato un “cover album” di tutto Seventeen Seconds. Credo sia l’unico album ad aver mai subito un trattamento così. Ed è bellissimo.