CACCE ALL’UOMO, ELFI E TESORI NASCOSTI

Giugno, e le #recensioniflash ti arrivano come un pugno…! Non so perché oggi mi sento così poetico. Intanto sta per cominciare luglio e in pratica ancora non siamo tornati al cinema. Almeno, io non metto piede in un cinema dal 21 febbraio. Quindi anche stavolta abbiamo solo le recensioni da Netflix, Prime, dalla new entry Disney+ e – ovviamente – dagli infiniti torrentelli della rete. Il menu oggi prevede qualche horror, due minchiate e un capolavoro. A luglio ci sarà solo qualche rimasuglio (ba-dum tsssss)!

DOCTOR SLEEP (Mike Flanagan, 2019)

Quando ho letto il libro l’ho trovato un King minore, che probabilmente tornava sui suoi passi per il cash. Perciò non ero troppo ansioso di vedere Doctor Sleep. Partendo con aspettative a zero, ora che finalmente l’ho visto non è poi così male. Si prende i suoi tempi (due ore e mezza di cui i primi venti minuti di flashback sugli avvenimenti immediatamente post-Shining e gli ultimi quaranta tutti all’Overlook Hotel), più di una volta genera forti perplessità, ma regge abbastanza. Doctor Sleep, proprio come il romanzo da cui è tratto, soffre di una dualità interna: vorrebbe essere una storia, ma sono due storie. Vorrebbe farti paura con Rose Hat e la sua combriccola di vampiri psichici, ma tutti aspettano i fantasmi dell’Overlook Hotel, e in particolare quello della stanza 237. C’è dietro un lavoro filologico pregevole, che definisce Shining come una chiave di volta del cinema horror (non fosse bastato Ready Player One l’anno scorso e anche il documentario Room 237). I set ricostruiti e invecchiati: emozione! Le riprese col drone dall’alto, il dies irae, la colonna sonora sommessamente cacofonica, il sound design. Tutto è un rimando a Kubrick. La cosa funziona un po’ meno bene quando nuovi attori sono chiamati a interpretare il piccolo Danny, Wendy, Jack, Halloran e gli allegri spiriti dell’Overlook. In particolare l’imitatore di Jack Nicholson fa sollevare più di un sopracciglio. Ma Mike Flanagan è l’uomo giusto per gestire un film che rischia lo sbraco ogni dieci minuti. La linea narrativa di Danny adulto (Ewan McGregor) e della bambina con lo shining Abra Stone è portata avanti inizialmente con un forte richiamo a Trainspotting (cessi sporchi, vomito, cadaveri di bambini che si muovono, Ewan McGregor, appunto), poi si attesta sugli stessi territori della serie tv The Outsider (sempre da King, che ultimamente si sposta su territori quasi western). Flanagan arriva da un’altro adattamento kinghiano quasi impossibile (Gerald’s Game) e da un’altra serie tv in cui ha saputo gestire bene gli spaventi (Hill House). Se un merito va dato a Doctor Sleep è che non è un film di jump scares. Il terrore, per quanto prevedibile, striscia e sale senza scampo, senza ironia, senza insistenze postmoderne. Jacob Tremblay (il migliore attore bambino di questa generazione) ha un cameo nel ruolo della vittima sacrificale: la scena in cui viene torturato e ucciso da Rose Hat è indicativa del tono del film. Come ho detto, ci sono pro e contro, non è facile mettersi in relazione con Shining e citare anche le inquadrature di Kubrick (l’ascensore con la cascata di sangue, come Linda Blair che vomita verde o lo xenomorfo che esce dallo stomaco di John Hurt è ormai un segno riconoscibile dell’horror universale). Però Doctor Sleep ci prova, in certi punti ci riesce anche, e di questo gli va dato atto. #recensioniflash

THE INVISIBLE MAN (Leigh Whannell, 2020)

L’uomo invisibile targato Blumhouse inietta nuova linfa nelle stanche vene della Universal, che a rilanciare il suo Dark Universe ci ha pensato più volte, ma sempre senza troppo successo. Qui Leigh Whannell, supportato da un’ottima Elizabeth Moss nel ruolo della protagonista Cecilia si discosta dall’originale, dal romanzo di Wells e anche dalle versioni di Carpenter o di Verhoeven. L’uomo invisibile del 2020 è un thriller secco, di quelli che ti incollano alla sedia, fin dalla sequenza iniziale. Capiamo che Cecilia è in una relazione malata, la vediamo fuggire da una vita apparentemente da sogno e intuiamo la violenza di Adrian, il suo compagno che incidentalmente ha un misterioso laboratorio nel seminterrato. Cecilia si nasconde da amici della sorella, viene a sapere che Adrian si è suicidato ma a poco a poco qualcosa incrina la sua ritrovata serenità: qualcosa, qualcuno, la stalkera. L’uomo invisibile, appunto. Potrebbe essere un film estremamente prevedibile, ma non lo è (non del tutto). Potrebbe mettere in scena soluzioni risapute ma lo fa solo una volta, verso l’inizio, probabilmente per mettere lo spettatore nella condizione di “sapere” mentre i personaggi del film ancora “non sanno”. L’invisibilità è un elemento fantascientifico inserito come macguffin in una solida trama di tutt’altro genere, che nel terzo atto sbraca un po’ ma ci porta dove tutti vogliamo arrivare. L’uomo invisibile è un film di cigolii, di inquadrature fisse che spingono l’occhio a vagare per trovare un particolare fuori posto, di continui rimandi visivi all’atto del vedere, dello scrutare. Alle immagini di una videocamera viene affidata una verità costruita ad arte. A me è piaciuto: poi una volta mi piacerebbe vedere Elizabeth Moss anche in un ruolo leggero, eh. #recensioniflash

DA 5 BLOODS (Spike Lee, 2020)

Da 5 Bloods è il nuovo Spike Lee joint, online da qualche giorno su Netflix. Devo dire che è una pietanza piuttosto difficile da digerire, ma ha delle cose sorprendenti. Diverse chiavi di lettura, una stratificazione di generi, formati e discorsi molto densa, nulla di diverso a quello cui Spike Lee ha abituato gli spettatori nel tempo, ma, come dire… di più. Si parla di Vietnam perché lo spunto della sceneggiatura è quello (dovevano essere 5 veterani bianchi e doveva forse dirigere Oliver Stone). Invece è andata così e ci troviamo di fronte a 5 “fratelli” (in realtà 4, dato che il quinto, interpretato dall’unico attore “giovane”, Chadwick Boseman è morto in azione nel 1971). La storia è semplice, i quattro protagonisti tornano in Vietnam con la scusa di recuperare il corpo del commilitone ma in realtà per riprendersi un tesoro sepolto di lingotti d’oro. Li aiutano alcuni personaggi locali ma c’è un villain francese (Jean Reno) che li ostacola. Seguono grossi casini. Parte come una commedia sugli acciacchi dell’età, prosegue come un war movie classico in 4:3 (ma attenzione, nelle scene di guerra gli attori NON sono ringiovaniti, in contrasto assoluto con la presenza di Boseman, giovane recluta), si inserisce in un filone di avventura esotica, termina con monologhi brechtiani in camera e un montaggio alternato nello spazio molto coinvolgente. Ci sono i soliti intermezzi con materiale d’epoca (all’inizio e alla fine del film), c’è tantissimo Marvin Gaye, c’è il tema della fratellanza, del Black Lives Matter, del rapporto tra padri e figli, del significato dei corpi dei neri (vedi Ta-Nehisi Coates). Bisogna resistere quelle due ore e mezzo, ma vi assicuro che Delroy Lindo nel ruolo del soldato nero che ha votato Trump è gigantesco. #recensioniflash

THE HUNT (Craig Zobel, 2020)

Vedere i film senza saperne un cazzo, a volte, paga. Mi incuriosiva questo The Hunt, con un maialino su fondo nero nel manifesto, venduto come action / horror. Dalla prima sequenza capisci che è una delle diverse variazioni sul tema “ricchi degenerati danno la caccia per sport ad altri uomini uccidendoli in modi fantasiosi”. Solo che è un film Blumhouse, e il twist inaspettato è che la premessa si tramuta in “ricchi liberal preoccupatissimi del politically correct danno la caccia per sport a redneck complottisti ed elettori di Trump uccidendoli in modi fantasiosi”. Non si sa per chi parteggiare in quella che fin dai primi minuti è un’orgia splatter e cartoonesca (come era cartoonesco il primo Peter Jackson, per intenderci) di occhi cavati, teste esplose, arti mozzati, organi interni in volo e quant’altro. L’elite istruita e democratica, tra un discorso sugli aiuti umanitari ad Haiti e uno sull’opportunità o meno di mostrare “appropriazione culturale”, usa granate, trappole da animali, frecce, fucili, pistole e coltelli per decimare i bifolchi (a loro volta armati in una sorta di simpatico Hunger Games politico): un po’ come se da noi facessero un film sui radical chic frequentatori di salotti romani che si trovano per far esplodere le teste a salviniani e pentastellati vari. Poco a poco viene fuori il motivo della “caccia”, ed è forse la parte più debole del film, meglio sarebbe stato aver lasciato tutto nell’ombra, senza ragione. Quello che i cacciatori non si aspettano è che tra le prede c’è una reduce dall’Afghanistan che ne sa una più del diavolo, e ovviamente a questo punto sono i cacciatori stessi a diventare prede. Betty Gilpin fa le sue solite faccette e quando alla resa dei conti se la deve vedere con il boss finale Hilary Swank (un catfight lungo e sanguinoso, degno di quello tra Uma Thurman e Daryl Hannah in Kill Bill), mi son trovato a desiderare che l’avversaria fosse Alison Brie, nel ruolo di Zoya The Destroya. Comunque, il vero colpo di scena finale è che il film è scritto da Damon Lindelhof e (un parente di) Carlton Cuse. Funziona, è divertente, ci sono un sacco di mazzate e una pletora di effettacci. Vedetelo. #recensioniflash

BECKY (Jonathan Milott / Cary Munion, 2020)

Cari amanti del gore, oggi vi parlo di Becky, un film che doveva passare al Tribeca Film Festival ma poi, COVID. Quindi, diciamo che “si trova on line”. Per settarvi le coordinate, vi metto sul piatto: Mamma ho perso l’aereo incrociato con Hostel. Con un piglio da rape&revenge movie che manca del rape ma sul revenge ci siamo alla grande. Allora, Becky è questa nella foto, una tredicenne incazzata col mondo perché la madre è morta e il padre si vuole risposare e l’ha portata nella casa sul lago per presentarle a tradimento la futura matrigna. Nessuno sa che un gruppo di neonazisti suprematisti svasticoni appena evasi di galera sta andando nella stessa casa sul lago perché lì è nascosta una misteriosa chiave nazista importantissima per i cattivi ma non si sa perché, e in fondo non frega un cazzo a nessuno perché sono già passati tipo 20 minuti e noi vogliamo IL SANGUE. La piccola Becky è fortunata perché quando i neonazi (il cui capo è Kevin James, quel Kevin James, nel suo primo ruolo serio da psicopatico) irrompono in casa lei sì è nascosta nella casa sull’albero per mettere il muso al padre. Che ovviamente, per cominciare, fa una brutta fine. Ma del resto, per settare il mood, i neonazi hanno già ucciso due bambini e un cane, che è come dire che devono morire malissimo. E qui parte la fantasia di Becky, che con una manciata di pastelli colorati, un righello, un motore fuoribordo, un asse chiodato, un martello e un tagliaerba, fa strage di neonazi con punte di sangue e budella che in patria hanno fatto decidere per il Rated R. Per i fan del gore, c’è una cosa molto alla Lucio Fulci (occhio cavato pendulo che viene poi tagliato via), ma possiamo dire con serenità che quella è forse la scena più tranquilla del film. Nemmeno il neonazista “buono” si salva dalla furia assassina di Becky, che al termine del film si produce in uno sguardo alla Norman Bates che fa quasi presagire un Becky 2 (La vendetta, LOL battutone). E niente, è un film che ha una trama del cazzo, assolutamente pretestuosa, per poter vedere una pischella molto indie che fa un bagno di sangue, non so cosa stiate ancora aspettando. #recensioniflash

EUROVISION SONG CONTEST: THE FIRE SAGA STORY (David Dobkin, 2020)

Le cose sono due: l’Eurovision Song Contest o ti fa cagare male o lo adori, non ci sono vie di mezzo. Io ovviamente lo adoro, quindi non potevo esimermi dal vedere questo ESC: The Fire Saga Story che sta su Netflix da oggi, con Will Ferrell e Rachel McAdams. E niente, è un fan service dal principio alla fine mescolato con quella comicità un po’ slapstick e un po’ cringe tipica di Will Ferrell. I Fire Saga sono un duo islandese di Hùsavik (peraltro una delle cittadine più belle che io abbia mai visitato) che canta pezzi a metà tra il folk fantasy e il synth pop con titoli improbabili come Volcano Man o Ja Ja Ding Dong. Ovviamente vogliono vincere l’ESC ma contro di loro tramano il primo ministro islandese che non vuole la vittoria perché poi l’Islanda sarebbe costretta ad ospitare l’edizione successiva della gara con conseguente bancarotta del paese e la star russa (Dan Stevens, bravissimo) che canta un pezzo ultrakitsch. Il lieto fine è scontato, ma al centro del film sta il momento più bello: un mash up di pezzi di Cher, Madonna, ABBA cantati dai partecipanti a una festa in cui spuntano vere star delle passate edizioni dell’ESC come Bilal Hassani, Aleksander Rybak, Netta o Conchita Wurst. Per dare un tocco di Islanda in più c’è anche un uso smodato di Sigur Ròs in colonna sonora. Insomma, una simpatica cazzata che però è molto feelgood. Se sei un fan dell’ESC. Altrimenti meglio mantenere una notevole distanza di sicurezza. #recensioniflash

ARTEMIS FOWL (Kenneth Branagh, 2020)

Dopo aver visto Artemis Fowl mi sono alzato pensosamente dal divano, sono andato verso la libreria, ho tirato fuori il primo dei romanzi di Eoin Colfer, ne ho sfogliato le pagine che avevo amato 20 anni fa e ho sospirato di sconforto. Il film lanciato in questi giorni su Disney+ è… beh, non una delusione totale, ma… un film sbagliato. Dalla sua l’Artemis Fowl di Kenneth Branagh ha un paio di grosse giustificazioni: sono circa 20 anni che si parla di questo film. Quando sembrava che le cose iniziassero a funzionare, la produzione si è incagliata nello scandalo Weinstein. Quando sembrava che il momento fosse propizio a un’uscita in sala, è arrivato il Covid-19. Ma sono giustificazioni che non reggono a fronte di una scrittura raffazzonata e piatta, che non ci permette di empatizzare con nessuno dei personaggi, tantomeno il protagonista. Cioè, se l’idea era quella di lanciare un nuovo, maggggico franchise fantasy, direi che il fallimento è totale. Per avviare un franchise è necessario che lo spettatore abbia voglia di approfondire la conoscenza dei personaggi e qui hanno reso Artemis Jr. un personaggio insulso e incomprensibile (nonostante l’impegno dei giovane attore per sembrare arrogante, antipatico e geniale come l’Artemis del libro). Se invece l’idea era quella di far uscire un film-carrozzone da ooh e aah per gli effetti speciali e le scene di azione allora, sì, va bene. C’è tutta una scena (lunga) ambientata a un matrimonio pugliese a Martina Franca dove irrompe un gigantesco troll. Cioè: troll, Martina Franca, questo da solo potrebbe già essere il selling point per il film. E niente, c’è Colin Farrell nel ruolo di Artemis Sr. che viene rapito dalla perfida fata Cobol per ottenere un magico artefatto (una ghianda luminosa) e Artemis Jr. che è genialissimo ricatta il mondo fatato per farsi aiutare a liberare il padre. Lo aiutano l’elfo Spinella Tappo e il nano Bombarda Sterro (raramente nella fiction young adult si sono mai sentiti nomi più ridicoli, ma tant’è, sono comunque i personaggi migliori del film, e ho detto tutto). Oh, comunque, dai. Ai bambini può piacere (anche se il mio, giustamente, pur non sapendo cosa sia un buco di sceneggiatura continuava a chiedermi “ma perché?”, “ma come?”, “ma chi?”). Però, che delusione. #recensioniflash

LA PANDEMIA E LE #RECENSIONIFLASH

Sorbole, sapete cosa ha combinato questo nuovo Coronavirus che non avevo messo in conto? Mi ha fatto dimenticare tre mesi di #recensioniflash! Beh, certo, mi ha anche fatto prendere il coraggio di mostrare il mio faccione su Facebook Live (e a seguire su YouTube) per parlarvi del grande e onusto cinema “di una volta”, ma le mie incursioni nel noir, nel mélo e nel musical hollywoodiano tra gli anni ’30 e gli anni ’60 non possono sostituire l’arguzia delle recensioni sui film, filmoni e filmacci del momento. Poi mi ha contattato anche Gabriele Niola che all’inizio pensavo “ma figurati sarà uno scherzo” e invece cercava seriamente le #recensioniflash, e allora eccole, le #recensioniflash, perdio, pandemia edition!

THE COLOR OUT OF SPACE (Richard Stanley, 2019)
The Color Out of Space, il film sponsorizzato da Pantone. Ha ha. No, a parte gli scherzi. C’è HP Lovecraft e c’è Richard Stanley, il regista misterioso che non fa film dal 1990, anno in cui è uscito Hardware che è un culto assoluto che non si può non aver visto, solo che dopo aver fatto Hardware impazzisce, va nel deserto della Namibia, gira un videoclippone per i Marillion e poi si dà al documentario. Fino ad oggi. E potete immaginare quante idee filmiche ha in serbo per noi. Lovecraft, si sa, è abbastanza infilmabile. Il colore venuto dallo spazio, poi, è uno dei racconti più ostici. Ma questo film ha un asset fortissimo. Nicholas Cage che sbrocca. Tutti vogliamo vedere Nicholas Cage che sbrocca, non ne abbiamo mai abbastanza. L’altro asset sono gli alpaca. Che ben presto diventano orribili alpaca mutanti. Vabbè, comunque: Nicholas Cage che munge gli alpaca, Nicholas Cage che sbrocca in macchina, Nicholas Cage che va fuori di testa con la doppietta in mano, e sangue, tantissimo sangue. Il colore venuto dallo spazio, siccome non si poteva non farlo vedere, è un tono di fucsia molto fluo e molto appiccicoso, che contamina acqua, vegetazione, animali e alla fine anche la povera famiglia di Nicholas Cage, che si ritrova circondato da un tripudio di body horror che prende il meglio dalla grande tradizione di John Carpenter, Stuart Gordon e Brian Yuzna, aggiungendo al tutto un bel tono di rosa shocking. Psichedelia a pacchi (non tanta quanto in Mandy, ma insomma, siamo lì), effetti visivi al limite dell’epilessia (dello spettatore, intendo), gente che muore malissimo, e verso la fine il momento puramente lovecraftiano delle geometrie impossibili e delle visioni di mondi alieni che in fondo in fondo tutti si aspettano. Se ascoltate me, sono due ore spese bene, anche perché spiegatemi chi non vorrebbe vedere un film con Nicholas Cage e un gruppo di alpaca. Nessuno, infatti. #recensioniflash

GUNS AKIMBO (Jason Lei Howden, 2019)
Sento come il dovere morale di parlarvi di Guns Akimbo, uno di quei film che metà dei miei contatti liquiderà con un “ma come cazzo fai a vedere certe cose” e l’altra metà celebrerà con un “fuck yeah, pistoloni, sangue a litri e musica techno a palla”. Io mi pongo nel mezzo, essendo un raffinato intellettuale della settima arte con un penchant mai troppo nascosto per i film di menare. Inizierò col dirvi di Daniel Radcliffe (in foto), attore che tanto disprezzavo ai tempi di Harry Potter quanto ho amato alla follia dopo. Lui ha talento nello scegliere i ruoli più assurdi (un po’ come Elijah Wood post-Frodo): lo abbiamo amato nel ruolo del cadavere scoreggiante in Swiss Army Man e lo adoriamo ancora di più in questo piccolo grande b-movie neozelandese in cui interpreta Miles, un nerd vegano e nonviolento che viene coinvolto suo malgrado in un gioco mortale in cui ci si deve ammazzare a vicenda per il plauso del popolo bue che fa le scommesse on line. Siccome lui fa il cacciatore di troll sui social, in pratica i troll gli arrivano in casa e gli imbullonano dei pistoloni alle mani, da cui le continue gag sul fatto che non riesce a mangiare, pisciare, spippolare il cellulare (le tre cose fondamentali della vita di un uomo nel 2020, diciamolo). L’altro grande asset del film è Samara Weaving nel ruolo della pazza schizzata che spacca i culi (ruolo in cui è assolutamente perfetta): la apprezziamo già dalla sequenza pre-titoli in cui fa un bodycount esagerato mentre spara lama schiaccia e arrota gente sulle note di You Spin Me Round dei Dead or Alive (primi 4 minuti che sono già un selling point definitivo per il film, poi dopo entra in scena Radcliffe). Vabbè, che altro dire: cattivissimo tatuatissimo e sopra le righe, umorismo alla action movie anni ’80, violenza grafica portata all’estremo, blanda critica al mondo dell’online gaming, cinepresa che fa del roteare continuamente la sua cifra stilistica principale (è come vedere un film chiusi dentro una di quelle palle trasparenti che rotolano con te fissato dentro), colonna sonora che punteggia il tappeto sonoro electro con hit anni ’80 tra le più appiccicose del decennio. In una parola, meraviglioso. #recensioniflash

EL HOYO (Galder Gatzelu-Urrutia, 2019)
Volevo un attimo tornare al format delle #recensioniflash per parlarvi dei film più adatto a questo periodi di clausura forzata che ho visto su Netflix (peraltro volevo già vederlo al TFF lo scorso novembre ma me lo ero perso). Il buco, del regista credo basco Galder Gatzelu Urrutia, è uno di quegli oggetti filmici strani, che mescolano horror e fantascienza distopica in un metaforone di grana grossa sulle storture del capitalismo. C’è questo carcere verticale, immaginatevi un pozzo senza fondo, costruito a livelli. Al livello zero (piano terra) c’è uno chef che prepara ogni sorta di prelibatezza e la apparecchia su una piattaforma tipo ascensore che poi va giù per centinaia di livelli sotterranei. I carcerati (due per livello) che stanno ai livelli più alti si strafocano di roba e lasciano ai carcerati dei livelli più bassi miseri avanzi, casomai sputati o rigurgitati. Ovviamente ai livelli sotto il cinquantesimo non arriva più nulla per cui quei detenuti si danno allegramente al cannibalismo e ad ogni sorta di efferatezza. Di più: ogni mese i detenuti cambiano di livello, magari un mese sono al livello 7 e il mese dopo al 230, subendo trattamenti diversissimi a seconda della “classe” in cui si ritrovano. In tutto questo contesto delirante, Goreng, l’eroe del film che si porta dietro una copia di Don Quixote (wink wink), tenta di sovvertire il sistema. Non ho detto che ogni detenuto si può portare nel Buco solo un oggetto. Goreng ha il suo libro. Il suo compagno di cella ha un coltellaccio tipo Miracle Blade. E quando l’uomo col libro incontra l’uomo col coltello, immaginatevi come può andare a finire. Disgustoso, visionario, sopra le righe come quasi tutti gli horror spagnoli, Il Buco ha il “vizio” di essere allegorico in modo forse un po’ troppo didascalico. Magari non è per tutti i gusti. Però intrattiene.

POM POKO (Isao Takahata, 1994)
Nella quarantena esistenziale di questi giorni, occorre scegliere accuratamente film che possano andar bene per tutta la famiglia. Quindi, siccome con lo Studio Ghibli si va sempre sul sicuro e siccome ho qualche piccola lacuna (prevalentemente a proposito di Takahata, ché di Miyazaki ho visto tutto), decido di vedere per la prima volta Pom Poko. Con la Creatura. Ora, a parte che questo potrebbe essere l’unico film Ghibli dove l’adattamento di Cannarsi ci sta tutto (i procioni del film e in particolare il procione narratore usano un registro “burocratese/sindacalistico” per dare un effetto comico che comunque i bambini non capiscono), ci sono alcune cose fantastiche. La prima è che tutti i procioni del film hanno i testicoli ben in evidenza in ogni inquadratura (favorisco foto). La seconda è che i procioni del film usano i suddetti testicoli come armi, gonfiandoli e teabaggando gli operai dei cantieri edili e gli sbirri (Pom Poko è un film ferocemente ambientalista e anti speculazione edilizia in cui si professa lo sterminio degli umani e delle loro ruspe). La terza è che per concentrarsi sulla lotta armata ai procioni del film viene intimata la castità e la non procreazione, ma verso la metà del film i testicoli del procione protagonista vengono messi a dura prova da una procace prociona, sicché i due si rotolano nell’erba gemendo e nella scena dopo hanno quattro cuccioli (la legittima domanda della Creatura “come hanno fatto a fare quattro cuccioli?” era inevitabile). Poi vale tutto per una scena di 10-15 minuti che è un tripudio di yokai grotteschi e bellissimi, che ho dovuto mandare indietro cinque volte per soddisfare la brama della Creatura. Per la cronaca, ci sono anche diversi procioni morti spiaccicati da ruote di camion e alcuni altri morti sparati dagli sbirri. Un grande classico per famiglie, insomma. Ora possiamo passare a Una tomba per le lucciole. #recensioniflash

KNIVES OUT (Rian Johnson, 2019)
File under category “i bei film di una volta”. Knives Out è essenzialmente un film di Poirot preso di peso e trasportato nella contemporaneità. Un oggetto abbastanza alieno nel cinema del nuovo millennio: non è un remake un reboot un prequel un sequel una retcon un franchise. Ma soprattutto: è un film americano dal vago sapore europeo, un po’ rétro. C’è il superdetective messo lì quasi per caso, c’è il poliziotto “spalla”, c’è il morto e tutta la famiglia di sospettati. Unica variante, a metà si scopre l’assassino e il resto del film diventa meno whodunit e più suspence. La commedia (anche un po’ sopra le righe) è sempre dietro l’angolo, ci sono Jamie Lee Curtis, Toni Collette, Don Johnson, Chris Evans, Michael Shannon. Ognuno ovviamente ha qualcosa da nascondere. Prevedibile ma simpatico, un po’ come una lunga partita a Cluedo, il film è di Rian Johnson. Del quale io fondamentalmente mi chiedo: ma come gli è potuto anche solo venire in mente di affidargli uno Star Wars? Intendiamoci, dell’ultima trilogia Gli ultimi Jedi è il mio preferito, ma… alla Disney devono essere un po’ pazzi. Vabbè, comunque tornando a Knives Out chiuderei così: è uno dei rarissimi film uscito dopo il 2000 che potrebbe piacere a mia madre. #recensioniflash

BOOKSMART (Olivia Wilde, 2019)
Proprio oggi la mia amica Gaia è uscita con un pezzo su Cosmo riguardo ai migliori film di registe usciti negli ultimi anni. Proprio in questi giorni volevo vedere Booksmart e insomma ho fatto due più due e vi posso dire che l’esordio dietro la macchina da presa di Olivia Wilde è decisamente esilarante. OK, è la solita commedia ambientata nel graduation day della solita high school nella solita L.A., ma prima cosa c’è Beanie Feldstein che si mangia ogni scena (è la sorella di Jonah Hill, e ha la sua stessa forza, quindi è praticamente inevitabile); seconda cosa c’è un umorismo al femminile che mi ha ricordato parecchio Bridesmaids nonostante quello fosse un film diretto da un uomo (ma che uomo, Paul Feig). Le “booksmart”, le secchione, sono le due ragazze nerd che non hanno mai fatto festa perché troppo impegnate ad assicurarsi il college “giusto”, ma la sera prima del diploma vogliono concentrare tutto il sesso, la droga e il rock’n’roll che non hanno mai sperimentato prima. Con risultati ovviamente molto cringe. Il film passa decisamente il test di Bechdel (1. devono esserci almeno due donne che 2. parlino tra di loro di qualsiasi argomento che 3. non riguardi un uomo). Il corrispettivo televisivo di questo film potrebbe essere la serie Pen15 di cui vi ho parlato recentemente. Stesso livello di estrogeni, sesso e situazioni cringe. Interessante. #recensioniflash

THE WILLOUGHBYS (Kris Pearn, 2020)
Nel caso non sappiate cosa fare, vi segnalo che è uscito su Netflix un altro piccolo gioiellino di animazione, prodotto (e anche interpretato) nientepopodimeno che da Ricky Gervais. Tratto da un libro illustrato di Lois Lowry e diretto da Kris Pearn (che arriva dal team di Piovono Polpette), La famiglia Willoughby è consigliatissimo. Sempre se ai vostri bimbi piacciono le storie spiazzanti e un po’ scorrette. I quattro fratellini Willoughby vivono nella casa avita un po’ “fuori dal tempo” (diciamo che sono fermi al 1919) con due genitori egoisti, anaffettivi e totalmente sordi alle “esigenze bambinesche”. Ben presto capiscono che la cosa migliore è disfarsene, attirandoli in una vacanza avventurosa (e letale) in cui “i bambini non sono ammessi”. I Willoughby rimangono così “tecnicamente orfani”, ma i genitori prima di partire avevano chiamato una tata… da qui partono molte avventure esilaranti, ben realizzate tecnicamente, con un character design un po’ fuori dagli schemi e che a me ha fatto pensare ad un aggiornamento in chiave contemporanea e 3D di personaggi e sfondi in stile UPA (più Gerald Mc Boing Boing che Mr. Magoo) passato per la sensibilità del Cartoon Network fine anni ’90 (tipo Dexter o Powerpuff Girls prima maniera). I bambini sono ben caratterizzati, la tata esuberante e amorevole fa da piacevole contraltare, a un certo punto c’è un personaggio che sembra preso di peso dai pennelli di Heinz Edelmann in Yellow Submarine, arcobaleni e tutto. Tutto il film è narrato da un gatto, con la voce di Ricky Gervais. Non perdetelo. #recensioniflash

ONWARD (Dan Scanlon, 2020)
C’è questa cosa che non ci pensiamo ma il cinema si è congelato ai primi di marzo. Bulimici di serie TV per non pensare alla pandemia in corso, non abbiamo più pensato ai film. Stasera vi parlo di un film che è uscito nei primi giorni del virus, e che ovviamente non ha avuto gli incassi sperati. Un film che è stato anche bistrattato per il fatto di essere – a detta di alcuni critici – un po’ scontato. Ma voi lo sapete che a me piacciono i casi disperati. E che con la Pixar vado sempre un po’ controcorrente, come il barcarolo. Voglio dire, credo di essere una delle quindici persone al mondo a cui è piaciuto alla follia Il Viaggio di Arlo. Ecco, allora vi presento Onward. Un film che racchiude mood molto diversi, dalla parodia alla commedia stile Apatow/Feig (le vibrazioni di Freaks and Geeks scorrono potenti), dal fantasy al grottesco, tanto che a me ha ricordato anche un po’ Heavy Trip, un film finlandese su una band di death metal che… ma sto divagando. Onward parte da una storia vera, l’esperienza del regista Dan Scanlon (Monsters University) che ha perso il padre poco dopo la nascita, restando solo con la madre e il fratello di un paio d’anni maggiore. Questo nucleo costituisce la premessa del film, abbinata a un world building un po’ strano. Ci sono elfi, ciclopi, unicorni e dragoni, ma la magia è sfumata e ora questi personaggi vivono in un mondo moderno, suburbano, con le insegne dei negozi un po’ gotiche tipo Shrek, ma tutto sommato più vicino al mondo di quel disastro di Bright con Will Smith. Ian (Tom Holland) è l’elfo protagonista, che vive con la madre e il fratello maggiore Barley (Chris Pratt). Per il sedicesimo compleanno di Ian ricevono un regalo dal padre morto quando Ian era in fasce: un incantesimo che lo farà tornare in vita solo per un giorno. Qualcosa però va storto, e il corpo del padre ritorna solo a metà… quella di sotto. Si parte per una quest epica allo scopo di trovare la Gemma della Fenice che potrebbe permettere ai due fratelli di completare l’incantesimo, accompagnati da musiche che a volte ricordano gli score dei più noti film fantasy e più spesso spingono sull’hard rock anni ’70 in stile Styx, Rush, etc. e da continui riferimenti al mondo dei giochi di ruolo. Il film è molto godibile e ricco di invenzioni visive magari non sorprendenti ma sempre interessanti e comunque azzeccate. Si nota anche lo sforzo di Disney/Pixar nell’ammettere che mmmmmmsì, i personaggi LGBTQI “esistono” (una poliziotta ciclope con la voce di Lena Waithe dice “anche la figlia della mia ragazza mi dà il tormento”). Siamo portati a pensare che tutta l’avventura sia un preludio al momento in cui finalmente Ian vedrà il padre per la prima volta, ma non è quello il punto. Il punto è il rapporto tra i due fratelli, e lo è sempre stato, anche se loro non lo sapevano. E il finale non è proprio scontato. Insomma, a me è piaciuto assai. Magari non entra nella top 5 Pixar (che per ora per me include Wall-E, Ratatouille, Up, Coco, Toy Story 3), ma viene immediatamente dopo. Sarà certamente per il feeling alla Freaks and Geeks. #recensioniflash

LA SCUOLA DELL’ASSENZA

L’altro giorno l’ennesimo post che ho letto sulla situazione della scuola (era un post di Luca De Biase, come sempre riflessivo e stimolante) mi ha tirato fuori un commento un po’ lungo, così lungo che poteva essere un post a sé stante sulle meraviglie della didattica a distanza e sul miraggio di una scuola in presenza a settembre. E allora, eccolo qua.

Premetto che io ho un figlio che quest’anno ha fatto (si fa per dire) la prima elementare, quindi le mie riflessioni sono per forza di cose molto legate all’esperienza personale e familiare. Lo dico perché non ho alcuna pretesa di essere più di tanto universale nel mio ragionamento. Con tutta probabilità ogni scuola, proprio come ogni bambino, fa storia a sé.

E quindi, cosa è successo? Lo sappiamo tutti, a fine febbraio scatta l’emergenza Covid-19, così, da un giorno all’altro. La risposta della scuola, dopo qualche giorno di sconcerto, è la famosa didattica a distanza. Cosa vuol dire, nella pratica? La prima settimana passa attraverso la comunicazione di compiti su un gruppo WhatsApp di classe. Poi i docenti si confrontano tra loro e la scuola decide di adottare un sistema di DAD univoco, scegliendo WeSchool. Hanno evidentemente vagliato sia Google Classroom che altri sistemi, per concludere che – per l’età dei bambini e la maneggevolezza dello strumento – WeSchool era la soluzione più adatta.

WeSchool si configura come una specie di Gruppo Facebook di classe, con un Wall dove tutti possono postare, una Board dove gli insegnanti possono inserire lezioni, video, dispense, esercizi in forma di gioco (generalmente presi da Scratch), un ambiente di Test dove inserire delle verifiche con valutazione integrata e una Live Classroom basata su Jitsi. Ben presto l’ambiente viene “rodato”: non si sa per quanto tempo dovremo utilizzarlo (al momento sono 11 settimane), ma le cose almeno tecnicamente procedono bene, soprattutto a confronto con altre scuole in cui – veniamo a sapere – gli insegnanti si rifiutano di ricorrere alla DAD, probabilmente più che altro per scarsa competenza loro.

Perché vedete, il fatto è che nelle prime settimane di lockdown la maggior parte dei genitori (salvo uno sparuto gruppo di pessimisti cosmici di cui mi pregio di far parte) premeva e sbuffava e fremeva di malcontento perché “non si fa abbastanza DAD”, ossia non si fanno abbastanza videolezioni, i docenti non sono abbastanza preparati, sono “vecchi dentro”, non sanno affrontare la situazione e non si può rimanere indietro col programma e dove andremo a finire signora mia. Noi genitori “da elementari” (ribadisco che qui il punto di vista personale comanda la narrazione) eravamo già oltre, e capivamo già allora che il punto non era quello. Ma intanto la Ministra trionfalmente annunciava che la DAD si fa, la DAD funziona, e dove non funziona la facciamo funzionare.

A conti fatti, basandomi su una risposta “emergenziale” e considerando la cosa da un punto di vista prettamente tecnico, io da genitore e nerd sono soddisfatto di come è stata affrontata la DAD dai maestri di mio figlio, pur vedendo notevoli criticità nello strumento usato. In una società come quella italiana, fatta di piccole corporazioni tutte in lotta tra loro e tutte pronte a tirare la giacchetta al ministro di turno, non si può ignorare che alcuni docenti erano e sono tuttora “contro” la DAD per il semplice motivo che li porta fuori dalla loro comfort zone pedagogica. Da noi però tutti i maestri (di italiano, matematica, inglese e perfino quella di religione) si sono formati al volo sullo strumento, ne hanno testato potenzialità e limiti, hanno creato esercizi, cercato video e giochi accattivanti su YouTube e Scratch, anche se prevalentemente hanno continuato a distribuire le maledette “Schede” – in sostanza dei documenti in PDF da stampare e compilare per esercizio (le vecchie abitudini sono dure a morire).

Ecco il primo limite: la DAD presuppone che ogni famiglia abbia in casa una stampante funzionante e TANTA carta. Per non parlare poi dell’elefante nella stanza: la DAD ha messo in luce più di qualsiasi rapporto o studio accademico il digital divide italiano. Il 30% degli allievi non ha un PC o un tablet per collegarsi alle lezioni live (che da noi sono stabilite in 3 ore a settimana, una di inglese, una di italiano, una di matematica). Se non ce l’ha, può collegarsi dallo smartphone di un genitore, ma non è detto che la fruibilità sia la stessa. L’accesso all’istruzione improvvisamente va a due velocità: molti “restano indietro”. Anche qui, la nostra scuola è venuta molto velocemente in aiuto degli studenti in situazioni di disagio, fornendo tablet a chi ne aveva bisogno (fun story: hanno dato tablet con account da admin, per cui i bambini che li usano possono a loro piacimento zittire o espellere dalle lezioni on line tutti gli altri bambini, haha).

In definitiva: la DAD è stata un’esperienza per certi versi positiva, se non altro nella misura in cui ha forzato la mano a docenti, genitori e allievi a familiarizzare con una tecnologia utile e a costruirsi un’alfabetizzazione digitale (di ritorno per i docenti e i genitori, fresca per i bambini) che magari non avrebbero avuto occasione di avere, non così presto e non così in fretta. Abbiamo capito che si può fare, con un po’ di sforzo e di impegno, ma abbiamo anche realizzato molto in fretta che non è la stessa cosa per tutti gli ordini di scuola.

Per molti versi infatti la DAD nella mia esperienza è stata negativa, per una semplice questione che oggi, dopo tre mesi di lockdown delle scuole, è evidente a tutti. La scuola non è solo “istruzione”, è soprattutto “educazione” e “relazione”. I bambini di prima elementare, a differenza degli studenti delle medie e delle superiori, soffrono la videolezione. Tentano in ogni modo di interagire one to one, sono insofferenti, hanno uno span di attenzione molto basso, trovano difficile rispettare le regole che pure hanno imparato dei microfoni spenti, dell’alzata di mano, etc. Interrompono la lezione per raccontare una storia, dicono ai maestri che gli vogliono bene, a volte piangono o si scollegano, ma soprattutto devono essere costantemente seguiti da un genitore mentre sperimentano questa cazzo di relazione a distanza che da un lato ti illude di avere un amico o un adulto di riferimento vicino a te e dall’altro non fa che ribadirti quanto sei fottutamente solo. Inutile negare che il lockdown ha avuto un effetto pesantissimo su di loro, anche se non lo danno a vedere (lo capiremo meglio dai conti degli psicologi tra una decina d’anni).

Per questo le proteste dell’ultimo weekend, quelle organizzate sull’onda della campagna #noncisiamo di Mammadimerda (che a sua volta mette l’accento sul pericolosissimo problema sociale del peso che ricade sui genitori che lavorano in un momento in cui i bambini sono costretti a stare a casa) sono state particolarmente sentite soprattutto da chi come me ha i bambini alle elementari. La questione non è se la DAD sia stata un successo o meno. Nell’emergenza ci ha messo una pezza, e tutti quanti hanno imparato qualcosa. La questione è stata (ed è ancora) la totale mancanza di discorso pubblico sulla scuola, salvo la tradizionale sequela di minchiate vaghe della serie “abbiamo istituito una task force” e “rifletteremo su come riaprire”.

Ora arriva il punto chiave, e vi prego di non pensare che questa affermazione mi contraddistingua come un genitore no-vax, un babbo pancino, un irresponsabile runner padrone di cane e amante della movida, un veterosindacalista amico dei docenti che non vogliono impegnarsi. Sono solo un genitore di un bimbo di sei anni, e dalla mia posizione particolare penso questo: la scuola DEVE riaprire in presenza. La scuola avrebbe dovuto riaprire in presenza già a metà maggio, almeno per far finire l’anno con una parvenza di normalità. In presenza, ma in sicurezza. All’aperto, dato che la stagione lo consente. A piccoli gruppi, a turni, distanziati, con mascherine, insegnando ai bambini le regole della sanificazione, spedendoli a lavarsi le mani almeno 4 volte al giorno, invitandoli a pulire da soli i loro banchi come in Giappone, gestendo diversamente il sistema di ristorazione scolastica. Ci avete fatto caso? I protocolli di sicurezza sono stati scritti per le aziende, per i parchi, per i bar e i ristoranti, per gli stabilimenti balneari, per i negozi, a quanto pare addirittura per i centri estivi, ma NESSUNO ha scritto un protocollo di sicurezza per le scuole. Evidentemente è troppo difficile.

Se la riapertura per la fine dell’anno – lo abbiamo capito – è un’utopia, adesso che ci sono 4 mesi per studiare un protocollo di riapertura a settembre, la sensazione è quella che a Viale Trastevere pensino molto semplicemente di rivolgersi a una forma più o meno estensiva di DAD, vedendo solo il lato positivo dei successi ottenuti tra marzo e giugno. Ma questa cosa non può e non deve passare. Occorre una profonda ristrutturazione organizzativa, ma vorrei dire prima ancora proprio una ristrutturazione a suon di mattoni e calce della scuola italiana. Si può fare, se si ha la volontà di farlo.

Ma io sono un pessimista cosmico, e credo purtroppo che questa volontà non ci sia.