LISTAGEDDON

Come ogni fine anno sento, non so, come una sensazione di apocalisse incombente. Mi agito e non capisco cosa succeda, poi realizzo: è il mio lato ossessivo compulsivo e compilatore di liste che spinge per uscire. E dice “COOOOOSA siamo a metà dicembre e ancora non hai compilato la tua lista dei migliori filmdischilibrifumetti del 2019? Dovresti fare quella del DECENNIO, come fanno tutti i listaroli degni di questo nome!”.
E insomma, eccoci qua, è di nuovo quel periodo dell’anno.
Fuoco alle polveri, è il Listageddon!

FILM

Non è mai facile. Oddio, quest’anno è abbastanza facile, sono usciti diversi film pompati come capolavori che alla fine sì, insomma… sono dei capolavori. Però mi riservo sempre di vedere qualcosa che esce a fine anno che magari sbaraglia la lista. Comunque, quella ufficiale, in ordine rigorosamente sparso, è questa.

  • Parasite
    La distopia (nemmeno troppo distopica) di Bong Joon-Ho tra commedia, suspence hitchcockiana ed esplosioni di violenza. Movimenti nello spazio, sangue e pioggia.
  • Once Upon a Time in Hollywood
    La nostalgia canaglia secondo Tarantino, due film in uno: il primo elegiaco, il secondo frenetico e – per la seconda volta dopo Inglorious Basterds – il cinema riscrive la storia.
  • The Irishman
    Quando si dice “film testamento”, un fiume di immagini di 4 ore sulla vecchiaia, la morte, la fine delle illusioni, la solitudine. Ah, e ovviamente la mafia.
  • Us
    La lotta di classe secondo Jordan Peele, tra doppelgänger inquietanti e riflessioni sulla società americana del nuovo millennio.
  • The Dead don’t Die
    L’adorabile versione di Jarmusch sugli zombi, con un cast all star e il suo proverbiale humour deadpan.
  • The Favorite
    Sarebbe di fine 2018 ma sta in molte liste del 2019, il film di Lanthimos sulla regina Anna (Olivia Colman). Intrighi a corte, dominazione femminile e conigli.
  • Midsommar
    Seconda prova di Ari Aster, per me superata alla grande. Horror disturbante come pochi, molto psichedelico e senza scampo.
  • Border
    Fantasy urbano svedese (e già questa definizione basterebbe) tratto da Lindqvist che è anche una riflessione sul diverso e l’inclusione sociale.
  • Joker
    Vabbè, Joker.
  • Il primo Re
    Una sorpresona nell’asfittico panorama italiano. Matteo Rovere avrà sempre tutta la mia stima per questo film cupo, violento, atemporale, bastardo, e soprattutto protolatino.

Ci sono sempre poi i film che devo ancora vedere, mannaggia a me, e che sicuramente credo entrerebbero nella mia lista, come JoJo Rabbit, The Lighthouse o Under the Silver Lake. E poi c’è la lista guilty pleasures, il cui podio quest’anno è saldamente occupato da Six Underground, John Wick 3 Parabellum e Shazam!… il primo goduria cinematica di inseguimenti , il secondo di sparatorie, il terzo è il film di supereroi che ho gradito di più nell’ultimo anno. Ovviamente grande escluso The Rise of Skywalker che aspetterò di vedere in VO quanto prima, ma tanto più che un film quello è un evento epocale.

LIBRI

Nel 2019 ho letto più del solito, a volte abbandonando per disaffezione, più spesso divorando pagine sul Kindle (perché lo ammetto, non ho mai voluto cedere ma da un paio d’anni lo spazio in libreria, le occasioni per leggere e soprattutto la presbiopia mi hanno fatto prediligere il formato digitale). Ho letto con gusto anche un sacco di classici, ma qui vi metto i libri del 2019 che ho apprezzato di più.

  • Bianco
    Ellis al suo meglio, caustico ma vero in un saggio sulla società degli anni ’10 che segue la traccia dell’autobiografia.
  • Patria
    Il romanzo fiume di Aramburu che sulla carta non gli davo due lire e invece prende tantissimo (rapporti tra famiglie di assassini e vittime sullo sfondo dell’ETA).
  • Persone normali
    Opera seconda di Sally Rooney, storia di una relazione difficile (anche un po’ malsana) dalle superiori all’università e oltre. Scrittura chirurgica.
  • Sapiens. Da animali a dèi
    Vabbè dai, ho barato: il libro è del 2011 ma io l’ho letto solo quest’anno (nuova edizione: vale?). Il saggio che ho amato di più degli ultimi dieci anni, forse.
  • I testamenti
    Il seguito del Racconto dell’Ancella di Atwood. Tecnicamente devo ancora finirlo, ma direi comunque che è una bomba.
  • L’istituto
    L’ultimo King mi ha sorpreso per potenza narrativa e coinvolgimento emotivo. Ha capito anche lui che il filone “dodicenni con problemi (e poteri paranormali)” tira.
  • La paziente silenziosa
    Un thriller che appare convenzionale e invece parte con un intrigo psicanalitico e chiude con un twist finale alla sciamalàian che lo ha reso la perfetta lettura estiva.
  • Cat person
    La raccolta di racconti di Kristen Roupenian mi ha colpito assai e molte storie ti restano dentro anche dopo mesi. Un must.
  • L’assassinio del commendatore
    L’ultimo Murakami (in due volumi) ti trasporta in un gorgo di psichedelia, arte, mistero e giapponesità con il solito grande stile.
  • Cercami
    Il seguito di Chiamami col tuo nome, stavolta a due voci. Metà del libro dal punto di vista di Elio, metà dal punto di vista di suo padre. Curioso ed emozionante.

Avrei una paccata di roba ancora da leggere, di libri usciti nel 2019, ma vi metto qui quelli che mi paiono più appetibili: La misura del tempo di Gianrico Carofiglio, Faccio la mia cosa di Frankie Hi-Nrg, La fortezza della solitudine di Jonathan Lethem, A tutto gas di Joe Hill, Lo stato dell’unione di Nick Hornby, Siamo riflessi di luce di Samuel Miller.

ALBUM

C’o’ volum’ d’e’ cuffiett’ a vint’ (come dice Liberato), la musica che mi ha accompagnato costantemente a piedi, in bici, in macchina, a casa, al lavoro, e anche in bagno è questa. Cioè ci sarebbe molto di più ma questi dieci sono gli album che ho ascoltato con più piacerone, stuck on repeat.

  • Ghosteen
    Se la gioca come album dell’anno, probabilmente il capolavoro di Nick Cave. Da ascoltare con religioso amore per passare attraverso la fase più profonda del lutto presi per mano da un artista straordinario.
  • Magdalene
    Niente, FKA Twigs non ce la fa a incidere un album meno che eccezionale. Impossibile definirla (per Wikipedia è “Alternative R&B”), è una delle cose più eccitanti uscite nella seconda metà dell’anno.
  • Norman Fucking Rockwell!
    Lana Del Rey ha prodotto anche lei il suo capolavoro, confermandosi la cantautrice americana più influente del millennio.
  • Assume Form
    Il nuovo album di James Blake normalizza un po’ quello che è stato un fenomeno tutto anni ’10 di alternative R&B (ancora!), grime, downtempo ed electro, ma si tratta pur sempre di un campione della produzione contemporanea (ha lavorato con Brian Eno e Stevie Wonder oltre che con Frank Ocean e Bon Iver, mica cazzi).
  • Fear Inoculum
    Il ritorno dei Tool, chevvelodicoaffà.
  • When we all fall asleep where do we go
    Billie Eilish è il fenomeno pop dell’anno, con buona pace di Ariana Grande che sta in tutte le liste e io invece snobbo. Billie è molto più figa.
  • Cuz I Love You
    Oh, a me Lizzo piace assai, mi piace la sua attitudine, la apprezzava anche Prince e ne aveva ben donde. Qui meno rappusa e più funky soul, ma coinvolgente sempre.
  • Liberato
    Vogliamo dire il miglior album italiano dell’anno? Diciamolo pure. Liberato spacca.
  • i,i
    Sempre più ostico Bon Iver, sempre più sperimentale, sempre più affascinante. Gelido.
  • Hype Aura
    L’altra rivelazione italiana (ma già li conoscevamo) alla prova del primo album. Rap emozionale di intelligente derivazione cantautorale. Interessanti.

Per farne stare solo dieci ho escluso Paprika di M¥SS KETA e quel piccolo gioiello trap che è 236451 di Tha Supreme, Days of the Bagnold Summer dei Belle and Sebastian o Sunshine Kitty di Tove Lo e poi, e poi… se guardo alla mia bibbia della musica on line (Pitchfork) mi rendo sempre conto che ci sono un sacco di album fighi che io non avrò mai tempo di ascoltare, ma tant’è.

SERIE TV

Di serie TV ne guardo sempre molte, per anni è stato un lavoro, poi si sa dov’è andato a finire il giornalismo oggi… ma questa è un’altra storia. Vi piazzo qui le dieci serie che più mi hanno entusiasmato tra gli esordi di quest’anno, barando solo una volta e per poco.

  • Fleabag
    Capolavoro assoluto dell’anno. Di quelle serie che ami o odi. Io amo Phoebe Waller Bridge. E ho amato alla follia Fleabag. E ho anche barato perché la prima stagione è uscita nel 2017 ma qui da noi ha fatto il boom quest’anno.
  • Watchmen
    Nella seconda metà dell’anno, la serie su cui non puntavo, e invece. Stimolante a mille, dialoga in modo eccellente con il materiale di riferimento, ponendo domande invece di dare risposte rassicuranti. Puro Lindelof.
  • The Mandalorian
    Impossibile non ri-innamorarsi dell’universo Star Wars vedendo questa serie. Jon Favreau ci ha “rimesso” il cuore. Baby Yoda è puccissimo.
  • His Dark Materials
    Per due decenni ho atteso una versione potente su schermo della trilogia di Pullmann. Adesso è arrivata, ed è bellissima. Per orfani di Game of Thrones (non c’entra un cazzo, ma è fantasy, oh).
  • Unbelievable
    Come dice il titolo. Una miniserie crime tutta al femminile che punta tutto sulla recitazione. Intensa, sorprendente, con un punto di vista decisamente anticlimatico.
  • Chernobyl
    Altra miniserie che quest’anno ha spaccato. Non un docudrama ma una versione fiction (va ricordato). Eppure la storia è vera ed è più tesa di qualsiasi thriller.
  • The Boys
    Lato supereroi, Amazon Prime ha avuto una delle idee migliori, quella di affidare a Eric Kripke l’adattamento di una serie ultrapulp di Garth Ennis. Esilarante.
  • Russian Doll
    Natasha Lyonne, già una delle mattatrici di OITNB, alla sua prima prova di autrice. A me ha convinto assai. Una sorta di Ricomincio da capo mortifero e sarcastico.
  • The Dark Crystal: Age of Resistance
    Un mondo ricreato “come una volta”. I pupazzi di Frank Oz tornano a far spalancare gli occhi in questo prequel del film del 1982.
  • Sex Education
    La serie comedy che ho preferito quest’anno, con un simpatico e imbranato Asa Butterfield alle prese con il liceo e una madre (Gillian Anderson) sessuologa.

A seguire, le cinque serie già ben avviate o che addirittura si sono concluse con maggior gloria nel 2019.

  • Game of Thrones 8
    Si può dire quel che si vuole, ma è stata una conclusione epocale. Non vedremo mai più una serie così.
  • Stranger Things 3
    Non ha ancora fatto il salto dello squalo, e per questo rendiamo tutti grazie. La rievocazione degli eighties non è mai stata così puntigliosa. A causa di Stranger Things adesso abbiamo la nostalgia “di ritorno”.
  • The Crown 3
    Eccezionale serie britannica sulla cosa più britannica di sempre (la corona). In questa stagione si fa apprezzare parecchio Carlo.
  • Derry Girls 2
    Piccola comedy irlandese che lascia il segno. merito dell’entusiasmo contagioso delle giovani protagoniste e dei loro sexyssimi accenti.
  • OITNB 7
    Orange Is The New Black è stato probabilmente il primo grande successo di Netflix quando Netflix non era ancora… beh, Netflix. Anche in questo caso, con le dovute differenze, una conclusione epocale. Si piange assai.

E come sempre, anche qui ce ne sarebbe ancora da vedere… La mia lista è lunga e il tempo è tiranno: What We Do in the Shadows, Pen15, Euphoria, Barry e tutte quelle che ho iniziato e lasciato indietro come Marvelous Mrs. Maisel, Daybreak, Pose, Il regista nudo, tra le altre.

FUMETTI

L’amore di una vita, che nasce forse un po’ prima del cinema (Carl Barks amore di me seienne), ma che ben presto si è intrecciato ad esso. L’arte sequenziale rimane ancora oggi per me una gioia assoluta, specialmente quando, come quest’anno, trovo tante cose di cui godere, in Italia e non.

  • Momenti straordinari con applausi finti
    Gipi, amatissimo Gipi. Quando ero un pischello c’era solo Andrea Pazienza, oggi c’è Gipi. Gipi che scrive e disegna un libro che parla di me, forse perché parla di tutti. Sicuramente il miglior graphic novel dell’anno e se la gioca con La terra dei figli nella produzione dello stesso Gipi. Questo è più nella vena autobiografica, e ci ricorda che siamo tutti dei coglioni.
  • RSDIUG (Roma Sarà Distrutta In Un Giorno)
    La seconda uscita di Recchioni per Feltrinelli è un mix sperimentale di kaiju e romanità, esperimenti pittorici, Frank Miller e Bill Sienkiewicz, una storia corale di distruzione che lascia l’amaro in bocca.
  • La scuola di pizze in faccia del prof. Calcare
    C’è poco da dire, Zerocalcare è un po’ come Joker. O come i Tool, via. Ogni volta che esce un suo libro è festa grande.
  • Le spaventose avventure di Kitaro
    Un grande classico di Shigeru Mizuki (il manga è degli anni ’60) finalmente ristampato da J-Pop: Kitaro è un ragazzo yokai che vive nei cimiteri e ha ogni sorta di avventure: una gioia per gli occhi (quest’anno ci sarebbe già il secondo volume ma io sto indietro e vi linko il primo).
  • Diario della mia scomparsa
    Una autobiografia per immagini, quella di Hideo Azuma (Pollon, Nana Supergirl). Alcolismo, vita da homeless e uno spaccato inedito della società giapponese. Azuma è morto pochi mesi dopo l’uscita del manga.
  • Dylan Dog Oggi sposi / E ora l’apocalisse
    Il “caso mediatico” dell’anno, almeno in Italia, si risolve in due numeri di Dylan Dog sopra la media per scrittura, disegni e significato nell’ambito del mercato fumettistico nazionale. Chapeau a Recchioni e a tutti i disegnatori coinvolti (tanti). Nel link l’edizione in volume del n. 400.
  • Il principe e la sarta
    Jen Wang ci trasporta nella belle époque dove un principe che ama travestirsi stabilisce un rapporto con una sartina dalle idee ambiziose. Inutile dire che è forse il graphic novel più originale letto quest’anno.
  • Melvina
    Rachele Aragno per Bao ci fa entrare in punta di piedi nel mondo di Melvina, preadolescente in viaggio “nell’aldiqua” con tavole acquarellate e un tratto che ricorda Grazia Nidasio.
  • In cucina con Kafka
    Delizioso, delizioso Tom Gauld. Le sue strisce sono sempre portatrici di grandi sorrisi e sogghigni.
  • House of X / Powers of X
    Ammetto che ultimamente leggo pochissimo Marvel e DC, ma questa minisaga di Jonathan Hickman mi è sembrata veramente degna di nota. Stiamo ovviamente parlando dell’ultimo rilancio/reboot dell’universo X-Men.

Da leggere, come sempre, rimangono ancora molte uscite del 2019… Per esempio Corpi estranei di Shintaro Kago, Luna 2069 di Leo Ortolani, Andy di Typex, Rusty Brown di Chris Ware, P. La mia adolescenza trans di Fumettibrutti.

CARTOON/ANIME

Anche (ma non solo) a causa della mia condizione di babbo di seienne, sto macinando animazione come non mai. Il bello è che ci rincorriamo, io da sempre studio il cinema di animazione e mi godo le serie anime e Cartoon Network. Lui, passata la fase Peppa/Masha/Bing/George ora mi segue con entusiasmo anche su cose più adulte (che però guardo rigorosamente con lui, non chiamate il telefono azzurro). Parto con i cinque lungometraggi animati più apprezzati del 2019.

  • Steven Universe Movie
    Rebecca Sugar fa praticamente un giro trionfale dopo 5 stagioni di SU, e ci propone un musical classico con tutti i crismi, godibile da fan e non iniziati e soprattutto con un villain indimenticabile.
  • Klaus
    Animazione tradizionale con un’occhio particolare all’illustrazione di una volta (e con sorprendente blend dei personaggi negli ambienti). Klaus è la storia di Natale “definitiva”, apprezzabile da grandi e piccini.
  • Toy Story 4
    Tutte le volte mi dico “non può essere che a sto giro la spuntino”, e invece la spuntano. Anche il quarto episodio è decisamente sopra la media.
  • Pets 2
    OK, non è magari all’altezza del primo, ma come franchise Pets è tutto sommato una delle cose più divertenti degli ultimi anni, e questo sequel soddisfa comunque.
  • Modest Heroes
    Piccola grande sorpresa dallo studio Ponoc che mette insieme tre mediometraggi totalmente diversi tra loro e li distribuisce con questo titolo. Da vedere assolutamente (su Netflix).

Proseguo con le cinque serie animate più belle (intendo quelle che un adulto può guardare insieme a un bambino con genuino entusiasmo e interesse)

  • Craig of the Creek
    Serie “figlia” di Steven Universe, con tematiche più quotidiane ma trattate sempre in modo surreale grazie all’immaginazione di Craig, Kelsey e JP, i tre protagonisti “ragazzi del ruscello”.
  • Steven Universe Future
    Dopo il film poteva sembrare che non ci fosse più nulla da dire, ma molti nodi devono ancora venire al pettine. La nuova versione di SU ci proietta in un mondo diverso, dove ai vecchi problemi se ne aggiungono di nuovi…
  • Infinity Train
    La sorpresa di quest’anno di Cartoon Network, partita come una miniserie autoconclusiva ma recentemente promossa a “serie antologica”. Surrealismo a volontà (da uno degli autori di Regular Show).
  • She-Ra and the Princesses of Power
    Per gli orfani di Avatar (il design è simile) o per gli amanti delle storie LGBTQI+, a me She-Ra è garbato moltissimo. Molto del merito va alla supervisione di Noelle Stevenson.
  • Victor & Valentino
    La serie “messicana” di Diego Molano è un’altra delle chicche 2019 di Cartoon Network. I due fratellastri del titolo vanno in cerca di avventure soprannaturali e misteriose, raccogliendo un po’ il testimone dell’indimenticato Gravity Falls.

E ora le cinque migliori serie animate che però non dovreste far vedere al vostro bambino di sei anni manco morti.

  • Undone
    Tra le serie “per adulti” la vera sorpresa dell’anno, tutta in rotoscoping e con una struttura narrativa che vi farà uscire di testa.
  • Love Death + Robots
    Cyberpunk fuori tempo massimo, si potrebbe dire, ma molto eccitante. Mecha design impeccabili, ultraviolenza e storie a sorpresa per questa miniserie antologica.
  • Rick & Morty 4
    Il regalo di fine anno… Rick e Morty è una delle serie animate più cool degli ultimi anni per chi ama la fantascienza e il politicamente scorretto.
  • Bojack Horseman 6
    C’è solo metà stagione, per il momento, ma l’hype è altissimo. Si conclude la parabola di Bojack, il cavallo depresso e alcolista, e non saranno rose e fiori.
  • Made in Abyss
    Una serie anime con design chibi che però è un distillato di angoscia e disagio. Se amate il fantasy e non vi disturba un po’ di loli/shota, può essere la vostra tazza di té.

Ancora da vedere… Weathering with you (stupidamente perso agli eventi organizzati in autunno al cinema), Children of the Sea, I Lost My Body, Violet Evergarden (il film).

Se siete arrivati fino qui, complimenti. Vuol dire che a) avete veramente fame di nuovi contenuti culturali da consumare o b) siete ossessivo compulsivi e listaroli come me. Io avrò comunque assolto il mio compito se vi sarete segnati anche solo una cosa da leggere, vedere, ascoltare. Sipario.

P.S.: comunque se non ne avete ancora basta, ci sarebbe la lista dei 100 meme del decennio di Buzzfeed che vi metterà veramente alla prova.

I BAMBINI SON CRESCIUTI (IN COREA)

La raccolta delle rece di novembre, mese un po’ incasinato per vari motivi (mi sono impigrito al punto di non presenziare nemmeno al Torino Film Festival) e quindi niente, poca roba. Ma interessante. Ah, beh, no, è che ho visto la filmografia di Bong Joon-Ho, ma era tutto solo per prepararmi a Parasite. Questo anche per giustificare il titolo. Enjoy.

GOOD BOYS (Gene Stupnitsky, 2019)
Bene, ci sono quelle sere in cui vuoi spegnere il cervello e ridere un po’. Le cose di Seth Rogen e Evan Goldberg (Superbad, Sausage Party, This Is the End) a me hanno sempre fatto ridere assai. In più, qui al timone ci sono due che si son fatti le ossa scrivendo The Office. E poi c’è Jacob Tremblay, che quando parliamo nel 2019 di attori bambini bravi, uno dei primi nomi che mi viene in mente è lui (Room, The Book of Henry e Wonder, per dire). E quindi chi sono io per snobbare la loro nuova commedia uscita quest’estate? Good Boys, diciamolo subito, è Superbad ambientato in prima media invece che al liceo. Siamo sempre lì a dire quanto sono smart i ragazzini di oggi che battono ogni generazione precedente, quindi perché non fare una commedia sexy, sboccata e demenziale con un trio di protagonisti undicenni? Intendiamoci, non è niente di terribile, anche se in patria è “Rated R” (più che altro per il linguaggio). Good Boys magari non è un film per undicenni (anche se ad undici anni io avrei pregato in ginocchio per poter vedere un film così), ma è certamente un film per quegli adulti che ricordano bene com’era avere undici anni e – per dirla con il personaggio di Tremblay “avere tutti i giorni gli ormoni talmente in palla da volersi strusciare contro ogni albero”. In pratica, una versione live action di South Park, con lo stesso tipo di progressione catastrofica di un episodio di South Park. Inizia un po’ alla American Pie con gli inevitabili riferimenti alla masturbazione, e continua in un tripudio di sex toys clamorosamente fraintesi, droni distrutti, incidenti in BMX, spaccio di ecstasy, battaglie di paintball, uso creativo di parolacce. Ma Good Boys non è solo un film cazzaro, vuole avere anche un cuore (proprio come Superbad a suo tempo) e lo dimostra nei passaggi più sentimentali tipici delle commedie coming-of-age. La trama ve la cercate voi (è veramente esile, e comunque si può riassumere in “ragazzi, si cresce”). Però – e lo dico perché forse leggendo ciò che ho scritto resta il dubbio – per me è un sì abbastanza convinto. Cioè, non sembra di aver buttato via un’ora e mezza. E i tre bravi ragazzi sono veramente convincenti. #recensioniflash

IT CHAPTER 2 (Andrés Muschietti, 2019)
Ho visto It Chapter 2 con poche aspettative, dato che gli entusiasmi qualche settimana fa erano scarsi e boh, nessuno veniva a vederlo. Ammetto che l’effetto nostalgia del primo film non lo potevano ripetere, e nemmeno la chimica perfetta del gruppo di giovini attori nel ruolo dei Losers. Però, c’è un però. Sarà lunghissimo, sarà imperfetto, sarà sbilanciato, sarà episodico (ma lasciatemi dire anche il romanzo ha alcuni di questi difetti), ma io l’ho trovato coinvolgente. In apertura c’è la famigerata scena di Adrian Mellon (una delle due parti del romanzo considerate “poco filmabili”). Un pugno nello stomaco con il cameo di Xavier Dolan (!) che setta il tono per il resto del film, nonché per una tematica LGBTIQ che il romanzo aveva molto meno (e c’è un cambiamento significativo per quanto non troppo esplicito sull’orientamento sessuale di uno dei protagonisti). Poi parlando di cameo c’è il Re in persona nella parte di un negoziante inquietante, e Peter Bogdanovich (!!) nel ruolo di… sé stesso. Ci sono attori che tentano disperatamente di essere credibili, ognuno con la propria backstory e qui (a parte Bill Hader, eccezionale) casca un po’ l’asino. Ma soprattutto c’è il Pennywise di Bill Skarsgard, sempre più proiettato nell’olimpo dei mostri più efficaci e iconici del cinema horror. Muschietti spinge sempre sul pedale del gore, e questo è un bene, non risparmia sangue e violenza (almeno due bambini divorati brutalmente) e le creature deliranti in cui It si trasforma fanno passare davanti ai nostri occhi John Carpenter, Tobe Hooper, Wes Craven – il tutto con il solito tocco “alla Spielberg” che normalizza un po’ la potenziale carica eversiva del film e che forse andava bene nella prima parte ma qui era da evitare. Vale una notte insonne, via. #recensioniflash

SCARY STORIES TO TELL IN THE DARK (André Øvredal, 2019)
Tipico film da Halloween, con produzione di Guillermo del Toro (motivo principale per cui l’ho approcciato), questo simpatico film per ragazzi è tratto da una collana di storie creepy scritte da Alvin Schwarz per un pubblico di young adult. Per cui, insomma, lo spirito c’è, ma gli spaventi non sono molti e soprattutto sono, come dire, risaputi. Possiamo definirlo un incrocio abbastanza ben riuscito tra le creepypasta del nuovo millennio e i fumetti EC Comics degli anni ’50 e ’60 da cui non a caso era tratto Creepshow, che mi pare il film di riferimento per tutta l’operazione, tolto il narratore “from the crypt”. Se vi stuzzica, accomodatevi: c’è uno che vomita paglia e si trasforma in uno spaventapasseri, uno spezzatino con dentro un alluce di morto, una pletora di ragni che escono da un enorme foruncolo e una bella creatura capace di smembrarsi e ricomporsi. I ragazzi protagonisti sono abbastanza in palla e c’è tutta una patina di nostalgia per via del fatto che l’azione principale si svolge nientemeno che nel 1968, chissà perché. #recensioniflash

KLAUS (Sergio Pablos, 2019)
Netflix ha deciso di investire moltissimo nell’animazione originale e bla bla bla, avete letto tutti i comunicati stampa. Io posso solo confermare che Klaus è un film ben costruito, equilibrato, che racconta una immaginaria “origin story” di babbo Natale e che può piacere ai bambini come agli adulti. C’è un postino viziato (Jason Schwartzmann, ricalcato un po’ sull’imperatore Kuzco di Disney) che viene spedito su un’isola del circolo polare artico per punizione. Qui dovrebbe teoricamente lavorare ma nessuno scrive lettere, quindi lui si inventa un sistema di lettere e di spedizioni alle spalle di Klaus (J.K. Simmons), boscaiolo burbero e inquietante con l’hobby di costruire giocattoli. Ovviamente dietro c’è una storia triste e altrettanto ovviamente ci sono un paio di momenti emotionally challenging, ma di base il film è ricco di gag non stupide e ha un ritmo invidiabile. Dal punto di vista visivo, che dire. Pablos arriva dal rinascimento Disney (Hercules, Il gobbo di Notre-Dame) e si vede. Ma qui cerca di riprendere il discorso dell’animazione tradizionale dopo più di 20 anni di CGI e lavora tantissimo sull’illuminazione e sugli sfondi (o meglio sul rapporto tra i personaggi e gli sfondi): da questo punto di vista, Klaus è un piccolo capolavoro. Segnalo per amor di completezza che i doppiatori italiani sono Pannofino e Mengoni (no, non Mangoni, che sarebbe stato veramente geniale). #recensioniflash

PARASITE (Bong Jooh-Ho, 2019)
Finalmente ho visto Parasite. Veramente rimarchevole. Ci arrivo dopo un mese di “cura Bong” (nelle ultime settimane ho visto Memories of Murder, Mother, The Host, Okja, Snowpiercer, Shaking Tokyo). Perciò, oltre ad essere una festa per gli occhi, ci arrivo un po’ preparato dall’essermi immerso in quella che una volta si chiamava “la poetica dell’artista”. Parasite rispetto agli altri film mi è sembrato forse più studiato, più programmatico e meno anarchico nella consueta commistione tra generi diversi, ma comunque preciso e geometrico come pochi altri film contemporanei sanno essere. Un film “in verticale”, fatto di scale, discese, fognature, bunker, lotta di classe e metaforoni (a volte un po’ buttati lì per provocazione), divertente e amaro come certi classici italiani che inevitabilmente vengono in mente, da Pasolini a Scola passando per Totò. Ma anche un film che ripropone molte lezioni hitchcockiane muovendosi in uno spazio chiuso perfettamente “cinematografabile” dove le azioni in contemporanea e la profondità di campo sono sfruttate al massimo. Inevitabile che sia piaciuto così tanto, piacevole sorpresa trovare una coda tipo Starbucks al Nazionale, ultima sala torinese a programmarlo. Urge rivederlo in originale. #recensioniflash

DOWNTON ABBEY ( Michael Engler, 2019)
Se ne sentiva il bisogno? Forse no. Eppure il film di Downton Abbey, proprio come la serie, è uno di quei prodotti confezionati alla perfezione che ti prendono e ti portano con sé anche se tu non vuoi. Per dire, cosa me ne può fregare di una rappresentazione molto britannica di una lotta di classe tra servitù e nobili nella campagna inglese sullo sfondo della monarchia pre-Elisabetta? Niente, sulla carta, ma quella era la premessa di tutta la serie. Alla fine bastavano dieci minuti di un episodio, e la presenza della dowager countess Violet Crawley e ogni resistenza andava a farsi friggere. Lo stesso per il film. Siamo nel 1937, Downton continua a vivacchiare come si poteva intuire dal series finale di un paio d’anni fa, ma improvvisamente arrivano il re e la regina in visita: paura e delirio. Tutti si agitano tantissimo ma il bello arriva quando si capisce che i reali si vogliono portare la loro servitù e defraudano i valorosi camerieri di Downton del privilegio di servire il loro Re. Frega un cazzo, direte voi? Eppure. Ovviamente ci sono mille sottotrame e mille intrighi amorosi e non, come un’intera stagione della serie concentrata in un paio d’ore. In questo Fellowes è sempre bravissimo. #recensioniflash

L’AUTUNNO DEI CRANI SFONDATI

Ottobre è il mese di Halloween, quindi stavolta trovate prevalentemente horror… più qualche piccola deviazione dal genere. Con malcelato orgoglio nerd, vi segnalo anche che alcune di queste #recensioniflash, opportunamente rimaneggiate, hanno trovato una nuova casa e un nuovo pubblico su Gli 88 Folli (Il sito di cinema che non c’era). Mi è stato detto che inserisco troppi spoiler in questi brevi testi. A me non sembra. Se a voi sembra, che vi devo dire. Procedete con cautela.

ONCE UPON A TIME… IN HOLLYWOOD (Q. Tarantino, 2019)
Ok, esco adesso da Once Upon a Time… In Hollywood. Vado di #recensioneflash a caldo. Non c’è storia e non c’è nemmeno Storia, ma c’è una fottuta tonnellata di Cinema. Sigarette, moltissime. Di Caprio che scatarra, stivali, stivaletti, mocassini. Piedi nudi, sporchi, in primo piano. Si guida tantissimo, strade, Cadillac Coupe Deville, polvere, insegne al neon. Un’intera sequenza di insegne al neon. Attori, stunt, catering, metacinema, inside joke, inside joke negli inside joke, una Inception di inside joke. Non c’è storia ma c’è ricordo. Non un ricordo vero ma filtrato da schermi piccoli, grandi, specchi, cornici, poster. Il paradiso di un cinefilo amante dei B-movie. Ci sono i divi veri. Ci sono in realtà due film, uno caleidoscopico ma di ampio respiro, uno più claustrofobico e ritmato. La fantasia prende il potere, cinema-cinema, #cranisfondati, cani addestrati. In fondo è una splendida favola di sangue. C’era una volta, e ora non c’è più. Nostalgia, il dolore del ritorno.

YESTERDAY (D. Boyle, 2019)
Vedere Yesterday di Danny Boyle dopo Once Upon A Time… In Hollywood di Tarantino dà luogo ad alcune interessanti riflessioni. Yesterday ha dalla sua la curiosità di un film girato da uno dei registi più cinematici (nel senso proprio di movimento) in circolazione e scritto da un campionissimo della british romcom come Richard Curtis. Ora, sgombriamo il campo. Le invenzioni visive e il montaggio allucinato di Boyle ci sono, ma ancora di più ci sono i topoi di Curtis (protagonista davanti alla porta dell’amata sotto la pioggia, grande corsa per fermare il mezzo di locomozione che porterà via da lui l’amata, umiliante dichiarazione pubblica nel sottofinale, afasia, pause, imbarazzanti gilet e gestualità isteriche a malapena trattenute). Insomma, diciamo che Curtis si mangia un po’ Boyle, e il film diventa più commedia romantica risaputa che surreale studio sulla cultura di massa. La storia la sanno anche i sassi, c’è un blackout globale, alcune cose “scompaiono” dall’orizzonte culturale. I Beatles (ma anche diversa altra roba che non dico perché è alla base di tutte le gag più simpatiche del film) non sono mai esistiti. Solo Jack se li ricorda, e tenta il colpo di avere successo suonando le loro canzoni e fingendo di averle composte lui. Nel suo percorso verso il successo mondiale riesce anche ad umiliare il talento compositivo di Ed Sheeran nel ruolo di Ed Sheeran (fa simpatia, Ed Sheeran, comunque, va detto). Insomma, tutto uno showcase di cover dei Beatles che anche basta, poi una nota stonata e un’idea di suspence che viene subito mandata in vacca, ma soprattutto a un certo punto la convergenza con Tarantino. Curtis e Boyle “cambiano la storia” e girano una scena che è un “what if” grosso come una casa, ma che non salva il film dall’essere una graziosa commedia di Curtis con qualche flash fulminante di Boyle. #recensioniflash

MIDSOMMAR (A. Aster, 2019)
Midsommar è un incubo delirante lungo più di due ore che dimostra a tutti che no, Ari Aster non ha intenzione di fermarsi dopo Hereditary (miglior horror dell’anno scorso per me). Qui c’è una storia alla Wicker Man ambientata nella Svezia rurale, con setta di mistici dalle tradizioni inquietanti tipo che a una certa ti devi buttare da un dirupo (e vai di #cranisfondati) o che devi prendere i funghi e vedere le colline e i fiori colorati che ti fanno ciao. Midsommar riesce genuinamente a dare la nausea allo spettatore, ma non è solo una questione di effetti prostetici (abbiamo anche una morte per “blood eagle”, googlate che non ho cuore di spiegare cos’è, una cosa rivoltante con un orso che Inarritu lévati, e un paio di roghi umani parecchio insistiti e parecchio in primo piano). È proprio che non c’è scampo, ti devi puppare a ritmo lentissimo e inesorabile tutta la fantasia malata di Aster. E quindi chapeau, abbiamo trovato uno quasi peggio di Lars Von Trier. Ah, e comunque migliore scena di sesso al cinema di tutti i tempi, vedere per credere. #recensioniflash

BRIGHTBURN (D. Yarovesky, 2019)
Brightburn, è un horror godibile anche se un po’ convenzionale prodotto da James Gunn e ha la particolarità di essere praticamente una versione cattiva e deviante di Smallville. Cioè, la origin story di Superman bambino con i superpoteri usati per uccidere senza pietà gli adulti che lo intralciano invece che aiutare le vecchiette. Anche qui, manco a dirlo, #cranisfondati molto insistiti, una scheggia di vetro in un occhio che ricorda tantissimo Lucio Fulci (ti amiamo sempre, Lucio) e molto, molto splatter ben fatto. Il film procede come un semplice horror con raggi laser dagli occhi e superforza e supervelocità (il bimbo protagonista è uno di quei classici bimbi con la faccia da sociopatico fin da piccoli) e insomma, ricorda un po’ Il presagio per il senso di angoscia e il primo Spider-Man di Raimi per la bruttezza estrema del costume da supereroe. Finché nel simpatico e prevedibile finale senza alcuna speranza, il male trionfa e si vira verso il cinecomic puro, con una scena post-titoli che farebbe pensare a un sequel (o è Gunn che prende per il culo, delle due l’una). Ah e non dimentichiamo Billie Eilish azzeccatissima sui titoli di coda con Bad Guy (duh!) #recensioniflash

3 FROM HELL (R. Zombie, 2019)
Vorrei dirvi qualcosa di sensato su 3 From Hell, l’ultimo Rob Zombie che ho visto in due parti nelle ultime due sere. Ma appunto, c’è poco da dire se non che mi sono fumato intere sequenze del film dormendo. E non è che non ci sia il solito, esagerato gusto per le gole tagliate, gli sbudellamenti, i proiettili esplosi in faccia (#cranisfondati), gli strangolamenti di diversi minuti in piano sequenza, le torture, le scritte col sangue, e tutto l’armamentario mansoniano tipico di Zombie. Piuttosto è che non si sentiva il bisogno, quasi quindici anni dopo The Devil’s Rejects, di un terzo film sul trio di supercattivi sadici e folli interpretato da Sheri Moon Zombie, Bill Moseley e Sid Haig (che poveraccio è morto poco dopo l’uscita del film e infatti il suo ruolo è poco più di un cameo). L’estetica sgranata e seventies, i fermo immagine, i primi piani sfocati e insistiti sono stati un gioco piacevole nei primi due film. Da un “creativo” dell’horror come Rob Zombie mi aspetto altri tipi di percorso. Lords of Salem, per esempio, è stata una graditissima sorpresa. E quindi, insomma, sanguinolento ma noioso e prevedibile. Peccato. Poi boh, a Kevin Smith è piaciuto tanto, per dire. #recensioniflash

THE DEAD DON’T DIE (J. Jarmusch, 2019)
Intanto non esiste un film brutto di Jim Jarmusch quindi non cagate il cazzo con la storia che Jim Jarmusch ha fatto un film di zombi e che spreco di talento di qua e che noia di horror di là (come se non avesse girato quell’altro capolavoro di Only Lovers Left Alive). The Dead Don’t Die è un film figo. C’è Iggy Pop zombie. C’è Bill Murray (il che rende qualsiasi film figo a prescindere), c’è Adam Driver, Chloe Sevigny, Tilda Swinton nel suo classico ruolo alla Tilda Swinton (vagamente elfica, bravissima con la katana, becchina e scozzese). C’è Tom Waits nell’unico ruolo che ultimamente riesce bene a Tom Waits (l’eremita ipertricotico). Ma va bene, dai, ci sono anche delle note un po’ meh, tipo una pletora di autocitazioni che diventano anche un po’ intrusive. Oh, poi non si può dire che il film lesini sugli effetti speciali: la gorefest comincia abbastanza presto e il cannibalismo regna sovrano. In particolare c’è una scena deliziosa con Selena Gomez decapitata (non è un #craniosfondato, ma quasi). Alla fine è un film di Jarmusch, quindi molto lento e contemplativo, molto cinico e disperato, con due componenti abbastanza inedite. La prima: una rottura della quarta parete così insistita da diventare quasi parodistica (del tipo “Ma come sai che andrà a finire male?” – “Beh, ho letto la sceneggiatura”). La seconda: un sottotesto politico che è tipico dei grandi film di zombie (Dawn of the Dead su tutti) ma che qui è veramente insistito e “spiegato” per dimostrare che l’uomo è il cancro del pianeta, più o meno. Cioè, se vi piacciono i morti viventi e Jim Jarmusch è un film perfetto. Se manca anche solo una di queste due condizioni, temo che vi farà cagare. #recensioniflash

ELI (C. Foy, 2019)
Allora, niente, Halloween si avvicina e fioccano gli horror fondi di magazzino. Che sono poi un po’ come quel sacchetto di popcorn che non dovresti mangiare, ma è lì che ti aspetta, perché non aprirlo? Eli è così, è uno di quei film che se lo guardi da solo al buio e con una buona disposizione d’animo (leggi: te ne fotti del fatto che sia tutto prevedibilissimo, almeno fino a un certo punto) fa il suo sporco lavoro. Eli è il nome del bimbo protagonista, che soffre di una rara malattia autoimmune e viene portato dai genitori in un centro medico all’avanguardia per essere curato (bambino malato, procedure mediche, splatter chirurgico). Il centro medico sembra uscito da un romanzo di Henry James (casa infestata, fantasmi negli specchi, potenziali bambini morti male, zanzaroni del malaugurio). La dottoressa interpretata da Lily Taylor è via via più losca, e pare che anche i genitori o almeno il padre di Eli nascondano qualcosa (paranoia, teoria del complotto, corridoi alla Shining, investigazione del paranormale). Alla fine però c’è un super colpo di scena che ribalta il film nel senso che lo sposta proprio su un binario diverso. Non sarei sincero se non dicessi che questo colpo di scena manda anche un po’ tutto in vacca, ma tutto sommato è divertente. La sceneggiatura stava nella “Black List” del 2015 (ogni anno c’è questa “black list” delle migliori sceneggiature ancora non prodotte, roba che negli anni ci hanno pescato film tipo Argo, Juno, titoli così, molto Sundance). Poi a quanto pare Paramount ha prodotto il film, è uscito questo oggetto francamente un po’ ambiguo che di sicuro non sapevano come promuovere e hanno pensato “sai che c’è, diamolo a Netflix”. E bon, dai, schifo non fa. E soprattutto, per ribadire il trend horror dell’autunno 2019, anche qui #cranisfondati#recensioniflash

THE FOREST OF LOVE (S. Sono, 2019)
Sto invecchiando male. Non è che pretendo di essere lo stesso dei tempi di Love Exposure, non sarebbe realistico, son passati quasi dieci anni. Solo che non sono riuscito a vedere tutto d’un fiato il nuovo film di Sono Sion, The Forest of Love. Centocinquanta minuti di sadismo, psichedelia e ultraviolenza in giapponese con i sottotitoli me li sono dovuti smazzare in tre sere di fila. Lo so, non si guardano così i film. The Forest of Love è un thriller/horror grottesco e sanguinoso, sopra le righe, urlato, punk e metacinematografico come e più di molti altri film di Sono (forse solo un po’ più… ehm… sfilacciato). Inutile cercare di capire gli intrecci delle storie dei vari personaggi, almeno per la prima ora e mezza. Ci sono tre giovinastri che vogliono fare cinema low budget, tre studentesse lesbiche in un torbido triangolo basato su Romeo e Giulietta di Shakespeare, giochi suicidi, relazioni familiari tossiche, un truffatore di professione che diventa la “mente” dietro tutte le efferatezze compiute dagli altri personaggi, uno pseudo colpo di scena finale che tanto non interessa a nessuno, la rivelazione che è “tratto da una storia vera” (non so se crederci), e soprattutto una delle scene più splatter viste sullo schermo negli ultimi 40 anni, platealmente concepita per oltraggiare, disgustare e sbeffeggiare lo spettatore (veramente oltre i #cranisfondati). Crudele, beffardo, affascinante… anche un po’ noioso, lo ammetto. Ma non lascia indifferenti. #recensioniflash

DOLEMITE IS MY NAME (C. Brewer, 2019)
Dolemite (pron. Dolemàit). Di film Blaxploitation qualcuno ne ho visto, ma Dolemite non lo conoscevo. Onore e gloria al vecchio Eddie Murphy (e a un Wesley Snipes in formissima) per averlo portato alla mia attenzione. Dolemite Is My Name è il grande ritorno di un attorone che per troppi anni (diciamo dai tempi di Bowfinger) ha avuto parti scialbe in film dimenticabili. Qui si mangia tutti nel biopic di Rudy Ray Moore, il creatore del personaggio di Dolemite – una sorta di Shaft comico che è stato anche indicato come “il padrino del rap”. Il film ha qualcosa in comune con The Disaster Artist nel ripercorrere la produzione di un film amatoriale realizzato con pochi soldi e materiale di fortuna, magari non è da sganasciarsi dalle risate (ed è sicuramente un film che doppiato farà cagare e che in lingua originale senza sottotitoli è estremamente difficile da capire), ma è un’ottimo spaccato di un’epoca e di un genere. Ah, c’è anche Snoop Dogg. #recensioniflash

JOKER (T. Philips, 2019)
Avete già detto tutto voi, cosa altro posso dire del Joker? Nulla.
Ah, no dài: #cranisfondati, anche qua. #recensioniflash