I HAVE A DREAM…

Se avessi il potere, il potere di influenzare le menti di milioni di italiani, avrei un sogno. Il mio sogno sarebbe un sogno di elezioni anticipate. Con tutti gli animali dello zoo che strillano "vota per me", o "lasciaci lavorare", o "andate a casa", o "questa esperienza è finita". Però in queste elezioni anticipate, vissute in un clima da guerra civile (più ancora delle ultime), succede una cosa strana. Gli italiani non vanno a votare. Nessuno. Non ci sono voti. Nemmeno uno. Un enorme apparato di scatoloni, matite copiative, schede colorate, presidenti, segretari e scrutatori lasciati lì, da soli, per due giorni. Non si presenta nessuno. Niente guerra civile, soltanto un silenzio assordante, una protesta nonviolenta. Non ci sono voti. E gli animali dello zoo, uno dopo l’altro, iniziano a soffocare, a non respirare, a strozzarsi, a morire con gli occhi fuori dalle orbite e la lingua blu. Perché il voto è vita. Allora, e solo allora, gli italiani che hanno fatto lo sforzo collettivo di evitare che la manina vada dove vuole andare (sul simbolo del primo "uomo forte" a portata di mano), potranno tirare un sospiro di sollievo, far festa per una settimana cibandosi di rifiuti e cominciare a farsi rappresentare da persone che non superino i 40 anni di età.

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L’INFINITA OMBRA DEL VERO

Il paracetamolo fa fare strani sogni. Bloccato qui nel mio confino muschioso e profumato di Pumilene Vapo, dormo in orari strani e faccio sogni di questo tipo.
1. A una rimpatriata di compagni di classe una compagna simile a Rihanna (mai avuta, ovviamente) mi cosparge di sciroppo d’acero e mi succhia le dita delle mani (poi è suonata la sveglia, maledizione)
2. Devo telefonare e non trovo cabine telefoniche. Quando la trovo non ho soldi. Quando trovo uno spicciolo e lo infilo la cabina esplode (molto Wile E. Coyote)
3. Prendo distrattamente un bus che mi dovrebbe portare a casa e invece finisce su scogliere altissime e tornanti che scendono verso un mare in tempesta. Una vecchina mi guarda e mi dice "E’ il mar ligure, non ha mai visto il mar ligure?" – "Ma io dovevo scendere in via Nizza!".
4. Mio padre in piedi dietro di me mi critica la scelta della cravatta con cui vestire le sue spoglie mortali. Ne vorrebbe una più sgargiante. Ce l’ha in mano lui, ma dato che è incorporeo lo è anche la cravatta, che non riesco ad afferrare. Lui si diverte molto ai miei tentativi.
5. La cabina telefonica atterra schiantandosi, resta solo il telefono intatto che squilla ed è la mia nazi-dottoressa che mi dice "Per adesso passi, ma che sia l’ultima volta che cominici l’anno in mutua!". Poi vengo risucchiato nella cornetta e mi risveglio sulla Nebuchadnezzar.
E ora, psicologi in erba, divertitevi… Io vado a mangiare.

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E IO CHE MI PENSAVO CHE ALMENO I SOGNI FOSSERO IMMUNI

Intrappolati in un edificio enorme, metà fatiscente, metà in uso. In parte scuola, in parte uffici, in parte abitazione privata. Un posto pericoloso, dove è necessario muoversi in una sorta di goffo parkour se si vuole sopravvivere. Un posto dove da un momento all’altro potrebbero accoltellarti. Corse improvvise, nascondigli e scivolate sui mancorrenti delle scale per raggiungere un’uscita che non si trova mai. O meglio, quelle che sembrano uscite portano in realtà ad un altra ala dell’edificio, un’altra sua manifestazione. Io e Léaud ci infiliamo in cunicoli, strisciamo sotto piloni di cemento, saliamo scale antincendio, scale di marmo e scale a pioli, ci arrampichiamo su muri sporchi e forziamo porte di ascensori fermi a metà piano. Attorno a noi figure indistinte, giovani cecchini masticatori di chewing-gum. Alcuni sono indifferenti, altri ci guardano con occhi vuoti. L’edificio è al centro di una corte di case di ringhiera. Ma è più alto. Passiamo attraverso stanze private, con letti disfatti e tavoli da sparecchiare. C’è stata vita, fino a poco tempo prima. Qualcosa ci insegue, anche se siamo sempre un passo avanti. Passiamo attraverso aule scolastiche polverose e graffitate, open space abbandonati, ricettacoli di tecnologia anni ’90. In un modo o nell’altro riusciamo ad arrivare sul tetto, ma è già notte. Ci aspettano tutti lì. C’è il Mionico, c’è un sacco di bella gente, c’è una banda cittadina venuta dall’Austria che invece di suonare intona in coro arie verdiane. Lì si beve, si mangia, si scopa, si è indistinti. Poi arriva Eio, inaspettato. Che non si capisce bene se è Eio o Aphex Twin ma in fondo si somigliano anche un po’ se non fosse che Aphex Twin ha i capelli. Dobbiamo andare in macchina con lui fino nei boschi, in montagna, tra i tornanti. Qualcuno vomita, altri non ce la fanno, altri ancora sono rimasti nell’edificio, occupando stanze disabitate. Io ho freddo, ho lasciato la giacca con le chiavi e tutto nell’edificio. La mattina dopo mi sveglio e sono già in strada, tremante. Fortunatamente ho gli stivali, perché le strade sono allagate e le poche macchine che passano sollevano onde anomale che mi bagnano fino al petto. Torno all’edificio. E’ l’unico punto di riferimento. Eio mi aspetta, mi consegna la giacca e le chiavi. Mi mette una mano sulla spalla, mi guarda intensamente e mi dice "Adesso vai". Poi suona la sveglia.

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