1982 – ROSSI, TARDELLI, ALTOBELLI

1982. Rossi, Tardelli, Altobelli. Un luglio soffocante, come sempre a Torino. L’asfalto ti rimanda indietro con gli interessi il calore del sole. Maglietta e jeans appiccicati alla pelle, nel tentativo di arrampicarsi sul tetto del garage di via Nigra. Da lì, con pochi salti ben calibrati, ci si può muovere sospesi a sei metri da terra per tutto l’isolato. G. non ce la fa a saltare. La mamma gli prepara troppa pasta al forno. Nessuno resta indietro con lui, il bottino è troppo appetitoso. Sui tetti ci trovi di tutto, roba caduta dai balconi dei palazzi circostanti. Big Jim senza un braccio, palline che rimbalzano, pugni di robot sparati nella direzione sbagliata, Super Tele ancora buoni da gonfiare, bambole decapitate, sigarette quasi intere da fumare, qualche topo morto. Tutta roba eccitante. Roba da collezionare. Poi un riquadro d’ombra, un ghiacciolo all’anice con i tesori nascosti nelle tasche. La luce cambia colore. Si rientra. Rossi, Tardelli, Altobelli. L’intero quartiere esplode.

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1985 – QUALCOSA CHE STA PER FINIRE

1985. Tutto mi è estraneo. Riesco a vivere soltanto nel vuoto, nella negazione. Eppure, quel mondo che rifiuto in qualche modo mi attira. Nei boschi il caldo si stempera in un fruscio di rametti. Posso sedere e osservare, soltanto questo. Di tanto in tanto, A. mi accompagna. Restiamo in silenzio a guardare l’orizzonte, oppure scalciamo le foglie morte ascoltando Thunder Road. A. sembra più grande, e mentre sta in silenzio non posso fare a meno di guardarla. Con la coda dell’occhio, però. L’ora, le cinque del pomeriggio. Il sole è ancora caldo, anche se le giornate si accorciano. Qualcosa che sta per finire. Stesi sul crinale, dietro le rovine del castello, fumiamo le Diana rubate alla madre di A. Si gira su un fianco, vicinissimo a me. Tutto resta in sospeso. La guardo negli occhi, ma non riesco a poggiare le mie labbra sulle sue. A. inspira, torna a guardare il sole e fuma. Io fingo che non sia successo nulla. Tutto mi è estraneo.

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1983 – VIOLAZIONE DI DOMICILIO

1983. Da qui non si passa. Il caldo estivo brucia i capelli tagliati di fresco. I pomeriggi sono eterni. Qualcosa bisogna pur fare. Saliamo sul crinale per evitare la recinzione, L. davanti, io in mezzo e S. qualche passo dietro di noi. Una finestra piccola, poco più in là: è quello che ci serve. L. si fascia la mano con la maglietta sudata e rompe il vetro con un pugno. Cerco a tentoni la maniglia tra le schegge taglienti. Si apre solo verso l’interno. Mandiamo giù S. per primo: è il più piccolo, e anche il più leggero. Il salto sarà al massimo di due metri. Come fare per uscire, non ci viene nemmeno in mente. Esploriamo ogni stanza con attenzione, nella penombra delle mura spesse di secoli. Non prendiamo nulla: non siamo ladri, solo curiosi. Ci appiattiamo per passare nel cortile principale. Sappiamo benissimo che il custode non c’è, ma potrebbe comunque vederci qualcuno. Subito a destra, la torre: la porta di legno marcio è aperta. Non potevamo aspettarci di meglio. Salire quei gradini, il rischio, la consapevolezza. Arrivare in cima e dominare i tetti di Barge. Stendersi sulle lastre di ardesia ancora calde all’ultimo sole e bere un fondo di spuma bionda dalla borraccia. A ripensarci, potevamo finire in una casa correzionale. Ma chi possiede un castello è ricco per definizione. E un ricco può anche ripagarselo, un vetro rotto.

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