SPERIAMO CHE SIA MASCHIO

Speriamo che sia maschioAllora, c’è questa cosa che succede quando dici che aspetti un figlio. È una cosa secondo me anche un po’ imbarazzante, almeno è imbarazzante per me e dovrebbe esserlo per la categoria del maschio rozzo ma sensibile™ (che non ha nulla a che spartire con l’uomo che non deve chiedere mai® o con lo zerbino yes-man servo della gleba♠). Tu dici aspetto un bambino e tutti ti dicono “speriamo che sia femmina”. Tu dici non si sa ancora vedremo e tutti ti dicono “vedrai che è femmina”. Tu dici no guarda abbiamo avuto i risultati del cariotipo ieri, è un maschio e tutti ti guardano con un filo di compassione negli occhi e ti dicono “ah… [pausa significativa di almeno 4 secondi] …e sei contento?”.

Sgombriamo subito il campo dalle accuse di sessismo. Per me maschio o femmina è uguale… uno vale uno, come va di moda dire oggi. Va bene col pisello, con la pisella, va bene gay lesbo bi transgender quando avrà voglia di sperimentare, basta che stia bene e comprenda il valore dell’amore (che ovviamente sta a noi poveri tapini trasmettergli). Non capisco però perché questo accanimento contro la figura del maschio. Vogliamo dire che abbiamo talmente rotto i cosiddetti con la società patriarcale che ormai ci si augura solo femmine? Ma riflettiamo: il mondo maschio crolla su sé stesso, il maschio contemporaneo deve camminare su un filo teso senza rete scegliendo di volta in volta tra comportamenti e sentimenti (sentimenti!) diversi e sempre nuovi, trovando dentro di sé il proprio modello di riferimento. Il maschio rischia continuamente di sbagliare, la femmina no, perché la femmina sa.

A meno che non si tratti di un corso e ricorso storico della moda. Ai miei tempi (Gesù, sapevo che prima o poi l’avrei detto) ci si diceva “auguri e figli maschi”, si cercava il figlio maschio e le figlie femmine venivano precipitate dalla rup… ehm, venivano poco considerate. Certamente, l’esagerazione opposta. Ma cosa spinge oggi le donne a voler perpetrare una società amazzonica (nel senso delle amazzoni, non del Rio) in cui c’è abbondanza di vulve e rarità di peni? Sospetto un complotto femminista per fermare la crescita della popolazione mondiale. E lo so, potrebbero anche aver ragione loro. D’altra parte, se dopo secoli di evoluzione siamo arrivati al MoVimento ***** una buona motivazione ci sarebbe.

Ma io, care amiche, preferisco un maschio. Intanto non sarò costretto a vedere ripetutamente ogni singola sequenza dei cartoni con le Disney Princess. O Princesses. Insomma, quelle. Secondo poi, non dovrò sottostare a quei giochetti mentali, quelle manipolazioni tipiche del genere femminile, che voglio dire, per quello ho già una moglie che provvede ampiamente. E poi dai, la mia vita è completamente immersa in una felliniana girandola di donne: la mamma, la moglie, le colleghe, le amiche, le amiche della moglie, le colleghe della moglie, le figlie delle amiche e delle colleghe, le zie, le cugine, la gatta. Cioè mi serve qualcuno con cui parlare coi rutti! Qualcuno con cui poter guardare per 12 ore filate tutte le extended version del Signore degli Anelli senza interruzione! Qualcuno cui lasciare in eredità la mia collezione di fumetti erotici giapponesi!

Facciamo così, prometto fin d’ora che non lascerò il mio non ancora nato figlio prediletto (nonché unico, anche se non si sa mai dove vanno a infilarsi gli spermatozoi) in balia di modelli di riferimento maschili devianti e perversi come: pidiellini, calciatori, tronisti, paparazzi, gente di reality e buzzurri di ogni tipo. E farò di tutto per renderlo un colto, sofisticato, dandy di città. O se non altro un maschio tipo, che non resiste all’impulso di grattarsi sul cavallo dei pantaloni ma che è al corrente del fatto che l’acqua è l’essenza dell’idratazione…

E l’idratazione è l’essenza della bellezza!

BOLLICINE

BollicineC’è un motivo per cui questo blog ha diradato gli interventi nel corso dell’ultimo anno. Non è stato solo per la pigrizia dell’autore o perché “i blog sono morti”. C’è stata in generale una maggior concentrazione sull’agire la vita piuttosto che sul raccontarla. Ma anche questo non è poi del tutto vero. Nel tempo, quello che mi stava succedendo lo scrivevo in un documento privato, lo raccontavo a voce alle persone più vicine, lo tenevo per me un po’ per delicatezza, un po’ per paura.

Oggi lo posso dire con la giusta serenità – diciamo pure con un sospiro di sollievo: sto per diventare genitore. Detto così fa un certo effetto lapidario, mentre chi mi conosce sa che non c’è nulla di più vago e sfumato dell’idea stessa di genitore che si mescola con l’idea di me. Intuisco che probabilmente è così per tutti, dato che nessuno ti insegna a fare il padre a scuola, e alla fine sono pezzi di un puzzle che non finisci mai di comporre, e ti va già abbastanza di culo se non ne perdi qualcuno per strada.

In ogni caso, tutta la mia storia dell’ultimo anno è raccontata in questo documento, che oggi mi sento di condividere tanto quanto un anno fa non ritenevo di raccontare “a caldo”. Per me è un racconto che ha dovuto essere riletto, rivisto, pensato più di una volta, per rimettere in ordine i pensieri e le emozioni che – come è ovvio – in situazioni del genere si accavallano e rischiano di farti perdere di vista l’obiettivo. Per qualcun altro, che magari sta facendo lo stesso percorso, potrà essere utile o interessante.

Questa è la prima festa del papà in cui non mi limito a provare nostalgia o malinconia per una persona che non c’è più. Questa volta c’è soprattutto aspettativa, speranza, eccitazione. Anche un po’ di paura sana. Per una persona che sta arrivando.
Quindi siete avvertiti: questo è soltanto un prologo.

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