CRUISING, CAPOLAVORO DISTURBANTE

Cruising di Friedkin. Vi siete mai chiesti perché non passa mai in televisione? Adesso l’ho capito. Vedere Al Pacino che rimorchia vestito come un personaggio di Tom of Finland è sconvolgente. Vedere la pelle, le borchie, il fist fucking i pompini e i corpi sudati di un certo sottobosco gay anche – soprattutto per chi non è abituato (in un certo senso è più "forte" di Irréversible). Friedkin assicura che i 40 minuti che è stato costretto a tagliare erano molto più forti. A questo punto non riesco ad immaginarli. Friedkin racconta che quando portò il film al presidente della commissione censura per una "visione privata preventiva" dopo una bella cenetta costui non facesse altro che gemere e ed escalamre "oh, no… oh, NO!!!". Questo posso immaginarlo. Ma al di là del folklore BDSM c’è tutto il male che Friedkin riesce a mettere in scena nella storia del killer gay che adesca e uccide in un contesto urbano sporco, squallido, popolato di marchette e uomini muscolosi in giubbotto di pelle, canottiera nera e sospensorio. C’è l’urlo della città nella musica dei Germs e dei New York Dolls, c’è il mondo di Lou Reed in cui Al Pacino si muove all’inizio spaesato e alla fine, probabilmente, affascinato. Il gioco di sguardi finale con la moglie travestita come il poliziotto dei Village People è emblematico. Solo che i Village People erano allegri e ironici mentre in Cruising c’è solo sangue, sperma e odore di marcio. Quaranta minuti di tagli non hanno certo giovato a questo film bandito un po’ da tutti i media – sinceramente il finale è un po’ confuso. Ma come tutti i film di Friedkin è un pugno nello stomaco, senza pietà. Adesso capisco perché non è facile per lui lavorare e avere visibilità in un mondo del cinema edulcorato fino alla nausea.

CHI NON RICORDA I WANG CHUNG?

Quasi dimenticavo di dire che con Friedkin e Argento c’era anche… Wang Chung! Ve lo ricordate? Quello di Dance Hall Days e del (credo unico) album Points on a Curve. Negli anni ’80 ci andavo pazzo, erano una derivazione un po’ più easy degli XTC… Grande Wang Chung… in lacrime perché il pubblico torinese lo ricorda ancora con affetto per la sua meravigliosa colonna sonora di Vivere e morire a Los Angeles di Friedkin – assieme a Manhunter di Mann uno dei capolavori del cinema americano anni ’80. Anzi, diciamo pure che sono gli unici due film di spicco girati in america negli anni ’80… no? :-)

DODICI ORE DI CINEMA

La prima domenica di Festival si è così risolta: h 10.00 rintronamento totale e visione di Hako dell’indipendente giapponese Kanji Nakajima. La sala era piena, con mio grande stupore. D’altronde, dei film in concorso, è uno dei più curiosi. Girato in un bianco e nero talmente sparato e sovraesposto da sembrare un film d’animazione, il film racconta la storia di un’inquietante scatola cubica nera che rotola in giro per un villaggio, catturando i pensieri e le sensazioni della gente. Quando un vagabondo rompe la scatola, ne semina i pezzi in un campo, facendo germogliare un "albero meccanico". Insomma, una specie di Tetsuo poetico e nonviolento… Il regista parla della scatola riferendosi ad essa come ad un essere vivente e si rifiuta di spiegare come ha fatto la scatola a muoversi nel film (non è un effetto speciale dato che il film è a zero budget e Nakajima ci ha messo cinque anni a realizzarlo – mi chiedo che cosa faccia nella vita)! A mezzogiorno, non sapendo dove andare a parare, mi sono rifugiato dove proiettavano l’Esorcista di Friedkin. Sempre potente, sempre disturbante. Adattissimo per uno spuntino coi panini portati da casa, consumati durante le varie scene tipo "Fatti chiavare da Gesù" o "Sai cos’ha fatto quella succhiacazzi di tua figlia?". Alle 14.00 comincia la ressa per Rampage – Assassino senza colpa, sempre di Friedkin. Un film potente come un pugno allo stomaco che in Italia si è visto pochissimo. Mi faccio largo e con un po’ di fortuna entro come sempre in seconda fila, seduto di fianco ad Enrico Ghezzi che fa la spola tra questa sala e quella dove proiettano Arca Russa di Sokurov – film che lui dovrebbe presentare, ma evidentemente lui è più attirato da Friedkin. In ogni caso Rampage racconta di un serial killer di quelli seri, e del suo processo "a tesi" (pena di morte o infermità mentale?). Dopo un periodo di pausa e riposo per gli occhi (nei bagni del Pathé sono tante le confezioni vuote di collirio monouso) arriva il momento dei documentario inedito: l’intervista di Friedkin a Fritz Lang, girata nel 1974 e montata appositamente per il Festival. Dopo l’intervista (interessantissima – ma confesso di essermi appisolato per qualche minuto) arrivano Friedkin e Dario Argento, grande affezionato del TFF. Tra l’uno e l’altro si lanciano in una conferenza gustosissima sul male e i modi di rappresentarlo, si abbracciano e si baciano e rispondono alle provocazioni di Ghezzi e degli altri critici in sala. Il dibattito si protrae oltre le 20.00 perciò non rimane che concludere la giornata con Piano Blues, il documentario di Clint Eastwood sui pianisti blues e jazz che rientra nel progetto sul blues di Scorsese. OK, ti deve piacere il genere – a me piace – ma dopo 10 ore di cinema forse non era la cosa migliore da vedere. Dopo un’ora di Ray Charles che strimpella mi sono di nuovo assopito, per risvegliarmi con Thelonious Monk, Jelly Roll Morton, Art Tatum e compagnia bella. Non ce l’ho più fatta. Meglio tornare a casa e rimandare a visioni più lucide…!