I MESI DEL RECUPERO

Ci ho messo due mesi a recuperare un po’ di film che volevo vedere nel 2021, e non ho nemmeno finito. Ma ero convinto di essere arrivato in tempo per coprire tutti i candidati agli Oscar™ e farmi un’idea personale, salvo poi capire che mi ero lasciato indietro proprio il MigliorFilm™. Ma poco male, tanto è un remake della Famiglia Bélier, possiamo farne tranquillamente a meno. Non si poteva fare a meno invece di molti film di questa raccolta di rece, soprattutto il primo e l’ultimo, che ad averli visti l’anno scorso sarebbero stati primi pari merito nel listone di fine anno. Due film diversissimi che però ti si infilano a modo loro sotto pelle per settimane intere.

DRIVE MY CAR (Ryusuke Hamaguchi, 2021)

Approccio questo film con un po’ di timore, dopo averne sentito parlare in termini “entusiastici con riserva”, ma la curiosità era molta. Un po’ per il materiale di partenza (il racconto di Murakami che non ricordo di aver letto), un po’ per le caratteristiche “particolari” (tre ore di film in giapponese, mandarino, coreano e lingua coreana dei segni).
Prima ora: intrigante. Il gioco delle coppie, i rimandi tra teatro e serialità televisiva, l’ambientazione altoborghese giapponese per me abbastanza inedita, il dramma della gelosia e del lutto. Poi arrivano i titoli di testa. Dopo un’ora, capito? E lì ho avuto un piccolo mancamento.
Seconda ora: l’eco del lutto, il teatro, il lavoro del regista, le audizioni, l’esplosione del multilinguismo e l’introduzione della coprotagonista che – come da titolo – guida la macchina di lui.
Terza ora, in cui esplodono tensioni e contraddizioni, arriva anche la polizia, il protagonista è costretto a confrontarsi con il suo lato oscuro e la sua autista… anche. I nodi vengono al pettine e c’è un meritato (lieto?) fine.
Il film di Hamaguchi è come una lente di ingrandimento che si posa prima sulla vita di Oto (la moglie producer televisiva del protagonista), poi su quella di Yusuke, il regista al centro della scena, alle prese con un’edizione molto particolare di Zio Vanja, poi su quella di Koji (il giovane e ganzissimo attore rivale di Yusuke) e infine su quella di Misaki (l’autista), il personaggio più misterioso ed efficace, che alla fine ha le rivelazioni più sorprendenti. Un affresco potente e sorprendentemente non faticoso, all’interno del quale scoprire percorsi, strati, idee, connessioni. #recensioniflash

JUNGLE CRUISE (Jaume Collet-Serra, 2021)

Ma sai che non m’è dispiaciuto Jungle Cruise? Ho aspettato a vederlo in una situazione ideale: febbre, plaid, pomeriggio invernale in casa. E ha fatto il suo lavoro egregiamente. Merito delle interpretazioni azzeccate e convincenti di Emily Blunt, The Rock, Paul Giamatti, Jesse Plemons, Jack Whitehall? Certamente. Merito anche di una buona sceneggiatura dei sempre brillanti Ficarra e Pic… ehm, Ficarra e Requa? Sicuro. Merito anche di Jaume Collet-Serra che sa il fatto suo e innesta di venature horror il blockbuster disneyano alla Pirati dei Caraibi mantenendo sempre un occhio di riguardo alla Hollywood classica che da La regina d’Africa arriva fino a Romancing the Stone? Ovvio. Insomma, le due ore e passa di crociera sul Rio delle Amazzoni a caccia di un fantomatico albero i cui fiori garantiscono elisir contro tutte le malattie scorrono liete, tra colpi di scena prevedibili e altri meno prevedibili, tra un flashback ai tempi di Aguirre e un intermezzo comico fornito dal grande Whitehall. Credo di poter contare anche il primo coming out esplicito di un personaggio live action Disney. Insomma, molto carino. #recensioniflash

THE TRAGEDY OF MACBETH (Joel Coen, 2021)

By the pricking of my thumbs, something wicked this way comes.
The Tragedy of Macbeth di Joel Coen (su Apple TV) è una sorta di inquietante festa per gli occhi, una terza via originale al dilemma “teatro o cinema”. Prodotto da A24, questo Macbeth in bianco e nero, minimalista e rigorosamente in 4:3, segue il solco della fascinazione tutta coeniana per il cinema classico anni ‘40. Solo che qui Coen va in modalità “full-Ejzenstejn” e studia inquadrature sghembe ed espressioniste con le luci innaturali di Bruno Delbonnel e un set design assolutamente dechirichiano e spoglio (tutto è girato in studio). Denzel Washington (irriconoscibile) è un Macbeth perfetto, Frances McDormand gli tiene testa adeguatamente ma soprattutto le streghe di Kathryn Hunter fanno una certa impressione. Molta nebbia, molti silenzi, molti corvi, gocce di sangue che cadendo fanno PLOP e sopracciglia di Banquo che reclamano l’Oscar. Da vedere assolutamente.

WEST SIDE STORY (Steven Spielberg, 2021)

Nel nuovo West Side Story si vede che Steven Spielberg si è divertito a reinterpretare un classico. la domanda che tutti si fanno è “ce n’era veramente bisogno”? Si tratta di una domanda più che legittima, ma io vado matto per i musical (e in particolare per questa “creatura” ancora oggi modernissima di Bernstein, Sondheim e Robbins) e quindi mi sono sucato volentieri le tre ore di film, che vanno necessariamente viste a confronto con il film di Wise del ’61. Io del film originale ho un ricordo piuttosto vago, l’ho visto più volte ma in gioventù. Ma fin dall’inizio si nota la differenza: Spielberg ambienta il prologo e la Jet Song tra le macerie di una zona del west side martoriata dalle demolizioni in vista della costruzione del nuovissimo Lincoln Center, mentre Wise si affidava agli iconici titoli grafici di Saul Bass. Là era il canto di una New York in frenesia totale, qui sembra uno scenario postatomico dove i Jets escono dalle fogne. Poi Spielberg (o meglio lo sceneggiatore Tony Kushner) approfondisce le backstory di tutti in modo più o meno incisivo, scrittura portoricani veri (e questo in termini di rappresentanza è sicuramente positivo), e ha mano sicura sia nelle risse che nelle scene d’amore. Porta il numero di America nelle strade invece che sui tetti (spettacolare) e va avanti a ricostruire degli anni ’50 che non sono così belli come li dipingono. Devo dire che tutto sembra eccellente tranne forse la storia d’amore che è pur sempre portata avanti dalle canzoni che tutti conosciamo bene (Maria, Tonight, etc) ma in particolare – opinione personale – Ansel Egort mi è sembrato un po’ un bietolone inespressivo. In generale Wise era più astratto e teatrale ma in certe scene molto più incisivo. Spielberg pare essersi ispirato più alla produzione di Broadway del 1957 ma alcuni passaggi sembrano scivolare via senza particolare interesse. Ottimo il ripescaggio di Rita Moreno (la Anita originale) con un trucco di sceneggiatura. Soddisfatto? Io sì, ma posso capire chi volge lo sguardo altrove.

MADRES PARALLELAS (Pedro Almodòvar, 2021)

In questi giorni recupero i film che ho perso negli ultimi mesi e che tenevo a vedere. Madres Paralelas di Almodòvar è certamente uno di questi, e non ha deluso. Ci sono state volte che ho pensato che Almodòvar fosse un po’ esaurito. Non questa volta. Il film con Penelope Cruz e Milena Smit è un solido melodramma con poche e misurate concessioni alla commedia basato sul concept dello scambio di neonati che fa tanto feuilleton ottocentesco ma che comunque il regista spagnolo riesce a gestire con il giusto peso regalando non tanto colpi di scena da stuporone quanto sottili dilemmi morali e conseguenze pericolose di non detti e silenzi. Le due protagoniste danno alla luce due bambine nello stesso giorno, nello stesso reparto. Janis è una fotografa affermata, Ana un’adolescente un po’ sbandata. Ovviamente il legame tra le due madri diventerà sempre più intenso e complicato nel corso del film. C’è però di mezzo anche una trama “parallela” (haha) relativa all’esumazione di scheletri in una fossa comune della guerra civile spagnola, dove sarebbe sepolto il bisnonno di Janis. Ecco, da questo punto di vista questo è il film più esplicitamente politico di Almodòvar, mi pare: il messaggio, pur non “urlato in faccia”, è molto chiaro. Non è possibile evolversi di generazione in generazione in modo sano senza aver fatto i conti con il proprio passato, a livello personale e di società.

THE KING’S MEN (Matthew Vaughn, 2021)

Volevo vedere questo film più che altro (da torinese) per la Reggia di Venaria, il castello di Racconigi (e/o di Agliè), i murazzi e tutte quelle robe sabaude che hanno fatto la gioia della Film Commission Torino Piemonte. E sì, anche un po’ per Rhys Ifans che fa Rasputin. Certo, non è proprio il momento giusto per vedere i russi guerrafondai. Comunque, il film è gradevole, si dipana come un action/spy story di primo novecento e va dalla guerra boera alla prima guerra mondiale con grande dispendio di esplosioni e un feeling antimilitarista abbastanza disperato che – per dire – emoziona più di 1917, che mi aveva lasciato un po’ freddino a suo tempo. Poi vabbè, c’è la storia del misteriosissimo supercattivo bondiano che arruola come aiutanti Rasputin, Lenin, Mata Hari e Gavrilo Princip in una sorta di League of Extraordinary Supervillain, e lì è tutto un cinecomic senza infamia e senza lode. Le scene di Ralph Fiennes con Rhys Ifans sono una coreografia abbastanza godibile di mazzate e scene altamente cosacazzo, e da sole valgono una visione.

BENEDETTA (Paul Verhoeven, 2021)

Verhoeven anche a 83 anni non rinuncia ad essere amante del lurido. In questa storia che di base è puro nunsploitation (film deggenere con le suore matte) lui ci infila cacche di piccione, cacche umane, sangue, pus, vomito, smembramenti vari e un po’ di ustioni. Benedetta è un horror? Mah: un po’, a volte, quando entrano in gioco suggestioni esorcistiche. Benedetta è un film erotico? Diciamo che non si risparmia nelle scene lesbo e – per restare in tema esorcistico – c’è la statuetta della madonna usata in modo totalmente improprio… Benedetta è un dramma storico? Beh, diciamo che si basa sugli atti di un processo reale a una suora della ridente cittadina di Pescia (PT) denunciata nel 17° secolo per aver finto miracoli, stigmate e soprattutto per aver avuto rapporti lesbici con la novizia Bartolomea. Ma Benedetta è più che altro la solita (magistrale) riflessione sul potere, la menzogna e sui rapporti di potere stavolta all’interno della chiesa e del contesto di genere, in cui il lesbismo diventa una forza rivoluzionaria e scardinante nei confronti della chiesa della controriforma. Sangue e ultraviolenza mescolati a sesso e immaginario cattolico, con Verhoeven che se la ride sotto i baffi per aver fatto l’ennesimo film sulla carta molto provocatorio (ma I Diavoli di Ken Russell, principale riferimento comparativo, avevano un’altra caratura). Che altro? La peste bubbonica, Lambert Wilson viscidissimo e una Charlotte Rampling sempre al di là del bene e del male.

THE ADAM PROJECT (Shawn Levy, 2022)

Ryan e Shawn l’hanno fatto di nuovo. Dopo Free Guy, tornano a lavorare insieme perfezionando il loro modello di action simpatico per famiglie che strizza l’occhio ad un pubblico tra i 10 e i 50 anni senza scontentare nessuno. In questo sono bravissimi entrambi, e devo dire che anche volendo non si riesce assolutamente a disprezzarli. In The Adam Project, appena uscito su Netflix, oltre ad avere nel cast Jennifer Garner, Mark Ruffalo e Zoe Saldana (e l’incredibile ragazzino Walker Scobell) Levy mette in campo tutte le lezioni apprese nella sua carriera di regista nazionalpopolare canadese (il nazionalpopolare canadese è ben diverso da quello italiano e da quello americano) e in particolare si appoggia tantissimo all’esperienza e all’estetica di Stranger Things, la sua creatura di maggior successo planetario. Comunque, Ryan Reynolds è Adam, adorabile e sbruffone pilota di caccia che viaggiano nel tempo, che dal 2050 arriva nel 2022… a casa sua, incontrando perciò il sé stesso dodicenne. La solita trama da Ritorno al futuro / Terminator (ovviamente esplicitamente citati) vira verso il classico per famiglie con non pochi insights psicologici che è raro trovare in un film di questo tipo. Insomma, lo dico da vecchio bacucco: in alcuni passaggi è persino commovente. Poi comunque si lascia guardare molto volentieri ed è un bel film d’azione da guardare con un bambino. Io confesso che l’ho visto prima da solo, a causa della mia infatuazione inspiegabile per Ryan Reynolds.

TURNING RED (Domee Shi, 2022)

Turning Red non è il primo film Pixar che racconta una storia femminile. Ma è il primo film Pixar realizzato da una crew totalmente femminile. E si vede. La storia di Meilin, la tredicenne un po’ nerd che con il suo gruppo di amiche vorrebbe andare al concerto della loro boyband preferita, ma è ostacolata dal fatto che quando si emoziona si trasforma in un panda rosso gigante è solo il primo livello. Il secondo livello, come ormai in tutti i film d’animazione dell’ultimo ventennio, c’è il conflitto generazionale, che in questo caso è acuito da un contesto di immigrazione e di scontro tra culture differenti (Meilin è una sinocanadese che vive a Toronto nel 2002): il panda rosso è uno spirito ancestrale che “possiede” tutte le donne della famiglia e che dovrebbe essere domato e scacciato per essere “donne perfette”. Meilin non lo fa (non lo vuole fare) e in questo percorso cerca di accettarsi per come è, cioè una tredicenne che fuor di metafora può puzzare, avere peli superflui o fare cose particolarmente imbarazzanti. Il film è molto divertente, il character design funziona alla grande anche nelle deformazioni tipicamente anime di certe espressioni facciali, ogni personaggio è ben definito in pochi tratti e per la prima volta in un film d’animazione (se escludiamo il corto Disney del 1946 “The story of Menstruation”) si parla di ciclo e di assorbenti – impagabile la battuta “è sbocciata la peonia rossa” che tanta curiosità ha sollevato nella Creatura che mi ha costretto a mettere in pausa per spiegargli la metafora. Ma la cosa spettacolare è il documentario che accompagna il film (Disney+ lo propone a ruota dopo il film stesso) e che in poco meno di un’ora presenta la crew tecnica e la genesi del film ma soprattutto mostra come le donne Pixar siano riuscite con questo film a “sfondare il soffitto di cristallo” nonostante la pandemia, le diverse maternità e quant’altro. Una celebrazione del lavoro femminile che con molta naturalezza inserisce nel discorso intrecciato al dietro le quinte l’evoluzione di una famiglia gay, la body positivity, l’ambizione e le possibilità di carriera nel mondo dell’animazione e ovviamente il girl power.

FLEE (Jonas Poher Rasmussen, 2021)

Flee è un film animato adulto (ma non “per adulti”, nel senso che andrebbe mostrato in tutte le scuole di ogni ordine e grado) che racconta in prima persona l’esperienza della migrazione forzata. Noi in Italia siamo abituati a sentire storie di questo genere riguardo alle rotte del mediterraneo (L’abisso di Davide Enia a teatro è il primo riferimento che mi viene in mente, insieme a Fuocoammare di Gianfranco Rosi). Qui si parla di un’altra rotta, quella del baltico, che il giovane Amin lotta per attraversare da esule afghano. Il tutto è raccontato in prima persona da Amin (è una storia vera) che si fa riprendere dall’amico regista Jonas Poher Rasmussen mentre ricorda e racconta steso su un… tappeto persiano. L’apertura sull’infanzia anni ’80 a Kabul è magistrale: il piccolo Amin, già consapevole della sua omosessualità, corre e danza per le strade della città con Take on Me degli A-Ha nel walkman. Amin vive con la madre, il fratello e due sorelle maggiori. Ma ben presto la guerra incombe, e tutti quanti devono scappare. Prima a Mosca, dove vengono vessati dalla polizia corrotta e poi alla spicciolata in qualche paese baltico, prima le sorelle, poi Amin stesso. Amin riesce ad arrivare da solo in Danimarca raccontando una storia non vera (deve dire di essere orfano per ottenere lo status di rifugiato) e solo dopo anni riuscirà a ricontattare gli altri membri della sua famiglia. Resterà ancora da confessare la propria omosessualità, altro grande problema per la cultura afgana. La risoluzione di questo nodo avviene con una scena magistrale, che fa ridere e piangere al tempo stesso. Flee è un documentario di animazione che usa diverse tecniche (anche molti inserti di filmati di repertorio), che ha diversi aspetti tragici e molti buffi (la cotta adolescenziale del protagonista per Jean Claude Van Damme è il più notevole). Uno sguardo vero e intimo sulla “normalità” dell’essere apolide, rifugiato, diverso. È (giustamente) candidato a tre oscar (miglior film documentario, miglior film d’animazione, miglior film straniero): spero ne vinca almeno uno.

NIGHTMARE ALLEY (Guillermo Del Toro, 2021)

“Un film in cui persone molto cattive fanno cose molto cattive molto lentamente”: questa #recensioneflash l’ho letta in giro su qualche sito inglese prima di vedere Nightmare Alley di Guillermo del Toro, e devo dire che bon, ha detto tutto. Il film è un omaggio lussuosissimo al noir anni ’40 (anzi se non erro proprio un remake di un film con Tyrone Power, infatti fa un cameo nientemeno che Romina Power in carne, ossa e parrucca anni ’40). Luci da noir anni ’40, dark lady da noir anni ’40, antieroe con cicca sempre in bocca e di poche parole come nei noir anni ’40. L’ambientazione nel mondo dei giostrai anni ’40 lo accomuna a quel filone che da Freaks di Tod Browning arriva a Freaks Out di Mainetti passando per il Dumbo di Tim Burton. Qui c’è Bradley Cooper bello e maledetto come sempre che fa una roba brutta a inizio film e poi vaga solitario finché non si imbatte in un carnival (quelle fiere di giostre e attrazioni freak tra cui il GEEK, il misterioso uomo bestia che decapita le galline a morsi). Si installa lì, impara il mestiere da un’anziano mentalista (David Strathairn) e dalla sua compagna tarologa (Toni Collette) e quando ha imparato abbastanza porta via con sé la ragazza elettrica (Rooney Mara) e avvia una carriera luminosa al Copacabana. Dopo più di un’ora di film incontra quindi la darkissima e platinatissima psicologa Cate Blanchett che alla fine dei conti è mille volte più diabolica di lui ma lui accecato dalla brama di denaro non se ne accorge e mal gliene incoglie. Un thriller abbastanza convenzionale con qualche guizzo, tenuto in piedi dall’ottima fotografia e da solide interpretazioni attoriali. Soltanto, un po’… lento.

LICORICE PIZZA (Paul Thomas Anderson, 2021)

Lo aspettavo da mesi, Licorice Pizza. Quando esci dalla sala sei preso da un senso di euforia e incredulità. Euforia perché è uno di quei film che “ti fa stare bene”, ti dà una sorta di rush visivo. Incredulità perché ti sembra strano che un film apparentemente esile come questo lasci un segno tale che anche il giorno dopo sei ancora lì che pensi a quella scena o quell’inquadratura. È la magia di PT Anderson, ma è anche la magia di Cooper Hoffman (figlio di Philip Seymour) e Alana Haim (musicista che non conoscevo e che qui recita con tutta la sua vera famiglia). I due protagonisti che si incontrano, si amano, si cercano, duellano, si sfidano, si incazzano ma soprattutto corrono, corrono sempre come dei matti non sono “belli”, non sono “fighi” (anche se lei in uno dei loro battibecchi afferma di essere “comunque più figa di lui”). Lui ha 15 anni ma è più maturo della sua età e ha delle idee imprenditoriali bizzarre. Lei ne ha 25 ma ha ancora un evidente bisogno di adolescenza, sospensione temporale, dispersione di energia. La trama è un pretesto: scenette gustose infilate una dietro l’altra senza senso (ma non compiaciute come nell’altro Anderson, Wes) al solo scopo di fare da contrappunto alla natura ondivaga della relazione tra Gary e Alana. Cameo eccellenti (Sean Penn, Tom Waits, soprattutto Bradley Cooper) di cui alla fine ce ne frega relativamente perché noi vogliamo solo capire se quel bacio tra Gary e Alana arriverà o no. Anderson (qui anche sceneggiatore e operatore) usa veloci carrellate laterali, riprende i primi piani da lontano, con lo zoom, schiacciando tutto e i campi medio-lunghi da vicino, con grandangoli al limite dell’esasperazione, creando spazi magici leggermente deformati e mettendo in evidenza brufoli, occhiaie e dentature imperfette dei protagonisti che a causa di questo non fanno che diventare più amabili. E l’amabilità assoluta di Gary e Alana è quello che tiene in piedi il film (oltre ad una splendida colonna sonora con chicche non banali dai primi ‘70). Un film d’amore, un’amore di film.

ANNO NUOVO, PILLOLA ROSSA NUOVA

Ehi, ciao. Anno nuovo, vita… uguale. Chiusi in casa quasi sempre, con il solo aiuto delle piattaforme di streaming e della pesca d’altura. Vorrei dirvi tante cose, ma è meglio se cominciamo subito che c’è tanto da leggere.

HILDA AND THE MOUNTAIN KING (Andy Coyle, 2021)

Primo dell’anno, prima #recensioneflash per tutta la famiglia! Hilda and the Mountain King su Netflix è la degna conclusione, dopo tre stagioni, di una delle serie animate più belle degli ultimi anni. Il film sconta un po’ il problema di essere una sorta di capitolo finale (cioè, devi aver visto le tre stagioni di Hilda per goderlo appieno), ma del resto anche l’ultimo Spider-Man richiedeva un po’ di studio pregresso, no?

Comunque sia, Luke Pearson e il suo team sono riusciti a trasporre in modo eccezionale il mondo di Hilda dalle pagine del fumetto al film (Hilda e il re della montagna è uno dei libri più belli di Pearson). Il mondo dei troll si contrappone a quello degli umani sulle montagne intorno alla ridente cittadina di Trollberg: i personaggi che chi ha visto la serie ha già imparato ad amare stanno cercando di sciogliere l’enigma di Hilda, la bambina che è stata scambiata con un troll e adesso vive nel cuore della montagna. Un coinvolgente e mai banale apologo sulla guerra, la diplomazia, l’accettazione delle diversità e dell’amore familiare. Spero sempre che comunque facciano un’altra serie di Hilda, perché è veramente troppo bella.

LA FAMOSA INVASIONE DEGLI ORSI IN SICILIA (Lorenzo Mattotti, 2017)

Piccolo gioiello forse poco apprezzato dell’animazione italica (d’altronde, Lorenzo Mattotti, e ho detto tutto), La famosa invasione degli orsi in Sicilia è la trasposizione filmica dell’omonimo romanzo illustrato “per bambini” di Dino Buzzati (che – insieme al suo “Poema a fumetti” – si contendevano con Gianni Rodari il posto d’onore sui miei scaffali negli anni ‘70).

Questo LFIDOIS di Mattotti che qui cura regia, sfondi e character design è più debitore degli ultimi sviluppi del suo lavoro più recente come fumettista e illustratore (Ghirlande, la serie dei Pittipotti) che dei famosi fumetti degli anni ‘70 realizzati ad esempio per Alter Alter con il gruppo Valvoline (Dottor Nefasto, Fuochi) e non vorrei sbagliarmi ma presenta una cornice narrativa che non ricordavo – quella del cantastorie e della ragazzina che raccontano la storia all’anziano orso nella caverna.

Per il resto la storia è nota, il re Orso Leonzio perde suo figlio Antonio (il principe Orso). Per ritrovarlo si troverà ad interagire con gli umani, una razza infida e malevola, non certo onesta come gli orsi. Tra avventure naïf e creature mitiche (ma senza abdicare alla critica sociale che già era di Buzzati) e con l’aiuto di voci di punta come Toni Servillo, Mattotti porta a casa il risultato realizzando il film animato italiano degli anni ‘10 – se la giocano questo e La gatta Cenerentola, per dire. Da recuperare. #recensioniflash

GHOSTBUSTERS: AFTERLIFE (Jason Reitman, 2021)

Come si poteva pensare di riallacciarsi ai primi due Ghostbusters cancellando in un colpo solo l’odiatissimo film del 2016 di Paul Feig (che per la cronaca a me era pure piaciuto)? Solo Jason Reitman (col babbo a produrre) poteva osare tanto. E la cosa bella è che i Ghostbusters originali hanno solo un cameo.

Mi spiego meglio. Reitman non ha giocato tutto sull’effetto nostalgia rimettendo in campo Venkman, Stantz, Spengler e Zeddemore (anche perché Harold Ramis è deceduto da mo’), ma è riuscito a fare un film nuovo, diverso, con un tot di agganci e di legami con gli originali ma con protagonisti “nuovi” (vabbè, la figlia e i nipoti di Spengler, che guarda caso muore in circostanze misteriose all’inizio del film).

Per il resto è una bella cavalcata tra cimeli anni ‘80, nuove sensibilità anni ‘20, vecchi ritornelli (il mastro di chiavi e il guardiano di porta) e antagonisti (Gozer il Gozeriano), un’ambientazione decisamente inedita. Ottimo come sempre Paul Rudd (non fa rimpiangere Rick Moranis) e bravi i giovani protagonisti. Dove il film secondo me si incarta un po’ è proprio quando arrivano gli attesissimi Ghostbusters quasi tutti in carne ed ossa. Lì l’equilibrio si spezza ed è tutto un po’ “ooh guarda come sono invecchiati, ooh Venkman fa le stesse battute” e niente, diventa fan service. Ma con la lacrimuccia. Scene post credits (due) totalmente inutili ma simpatiche. #recensioniflash

FREE GUY (Shawn Levy, 2021)

Vabbè, questo è un curioso cocktail di Matrix, Groundhog’s Day, They Live (gli occhiali), Truman Show, Bandersnatch, Tron, Lego Movie (è tutto meravigliosooo) e chi più ne ha più ne metta. Non è indigesto e non è nemmeno così stupido come sembra a prima vista – di certo è il film perfetto per “staccare”. Guy (Ryan Reynolds, sempre simpatico nonostante vorresti odiarlo) è un PNG – personaggio non giocante – di un videogame genere Grand Theft Auto dove si fan punti compiendo crimini qua e là.

Nel mondo reale invece ci sono Millie (Jodie Comer) e Keys (Joe Keery), i programmatori che hanno creato il gioco. O meglio, una prima build del gioco, poi rubata dal perfido Antwan (Taika Waititi, meravigliosamente stronzissimo) e nascosta tra le pieghe del suo MMO. Millie gioca come una pazza per trovare prove del furto di Antwan nel gioco, ma nel frattempo Guy – che sviluppa una sorta di libero arbitrio – si innamora di lei.

La scrittura e la regia (Shawn Levy) non offrono grandi sorprese ma il film soddisfa per i suoi effetti speciali “buttati là” come se niente fosse e per un paio di strizzate d’occhio Marvel/Lucas… per il resto è derivativo, ma almeno deriva dalle sorgenti giuste. #recensioniflash

ANTLERS (Scott Cooper, 2021)

Antlers (in italiano “Spirito insaziabile” LOL ma anche CRINGE) è una curiosa variazione ecologica sul tema del Wendigo, la mitica creatura delle storie di paura native americane. Una storia pesa perché c’entrano bambini abusati, storie acide di metanfetamine e porte sprangate con diversi lucchetti. La componente splatter mi è parsa eccellente e basata su effetti prostetici di buona qualità – per lo più cadaveri e/o parti di corpi mezzi mangiati. Il problema è che il Wendigo, come viene spiegato ad un certo punto, una volta che assaggia la carne umana va in modalità berserk e sono cazzi.

Tutto è intrecciato con la storia di una maestra che inizia ad indagare sulla vita del suo allievo Lucas, un bambino evidentemente traumatizzato e – pensa lei – abusato dal padre. Solo che non si tratta dell’abuso che pensa lei. La aiuta il fratello sceriffo Jesse Plemons, per me attore dell’anno 2021. Comunque, più che guardabile, anche se sul Wendigo Larry Fessenden aveva messo la parola fine già qualche anno fa. Ah, c’è di mezzo Guillermo Del Toro, solitamente garanzia di qualità. #recensioniflash

MATRIX RESURRECTIONS (Lana Wachowski, 2021)

E finalmente ho visto The Matrix Resurrections. Avevo un po’ paura. Molti dicevano “bah, occasione sprecata”, altri dicevano “troppo meta”, altri “troppo poco meta”, alcuni dicevano “combattimenti mosci” e poi insomma, ormai è fin troppo facile arrivare alla visione di un film con la testa già piena di (pre)giudizi negativi. Invece devo dire che io ho goduto abbastanza. Perché io ho un sentire comune con Lana Wachowski.
Al di là di Bound e della trilogia originale di Matrix, io ho amato alla follia anche creature imperfette come Speed Racer o Jupiter Ascending, per non parlare di capolavori come Cloud Atlas. E – pur con un certo ritardo – ho scoperto Sense 8, vera summa del wachowski-pensiero. E proprio da Sense 8 (che cede alcuni attori a Matrix Resurrections) vorrei partire. L’interesse di Lana Wachowski, alla fine, è “banalmente” l’amore. E Matrix Resurrections, con buona pace di tutti è un film d’amore. Un fottutissimo film su una storia d’amore oltre la morte, oltre le macchine, oltre il mindfuck. Se questa cosa non vi va giù, meglio non vederlo.
Poi certo, c’è tutto il sottotesto filosofico: “It is so much simpler to bury reality than it is to dispose of dreams”, è la citazione di Don De Lillo scritta nel cesso del cafè dove Thomas Anderson incontra l’elusiva Tiffany nel “nuovo” Matrix frutto della mente perversa dell’Analista (il nuovo Architetto, in pratica). Ma è un sottotesto con cui Lana Wachowski gioca perché deve, in modo a volte un po’ imbarazzante con continui insert dai film precedenti come a dire “Vedi? Questo è il nuovo agente Smith, tienilo a mente” (e comunque Jonathan Groff si mangia ogni scena dove appare e il combattimento tra lui e Keanu Reeves è una delle cose migliori del film).
Quindi sì, tutta la prima parte del film è un po’ una selvaggia presa per il culo delle convenzioni di hollywood, un’autosatira a grana a volte un po’ grossa. Poi improvvisamente siamo di nuovo con gli uomini liberi, con le macchine, i baccelli, Niobe (Jada Pinkett invecchiata fighissima), i tentativi di liberare Trinity, il braccio di ferro con l’Analista, la super battaglia finale… Tutto molto giusto e (qualcuno potrebbe dire) tutto molto compitino.
A me che c’ho 50 anni e che ho cominciato a leggere cyberpunk nel 1990 e che nel 1999 mi esaltavo per le avventure di Neo, The Matrix Resurrections è sembrato comunque affascinante pur con i suoi lati imperfetti. Sono invecchiati anche loro come me, nessuno di noi si prende troppo sul serio, ma quando c’è da rivivere certe storie e certi temi, ci mettiamo d’impegno.
Che altro posso dire… occhio a Christina Ricci, all’autocitazione di Rise Up dei RATM nella cover di Sophia Urista e soprattutto alla scena dopo i titoli di coda, che non aggiunge un cazzo ma è assolutamente geniale.

THE ETERNALS (Chloé Zhao, 2021)

Quando ero piccolo, per me non esisteva la Marvel. Esisteva solo l’Editoriale Corno, i cui fumetti divoravo ogni giorno. I miei preferiti erano quelli di Jack Kirby, di cui adoravo il lavoro su Kamandi e i Fantastici 4, e di Marv Wolfman, che con il suo penchant per i vampiri aveva dato vita a Dracula con Gene Colan e ovviamente a Blade. Inutile dire che uno dei miei “giornaletti” preferiti era Gli Eterni, in cui Kirby e Wolfman titaneggiavano con le serie dedicate agli Eterni e al supereroe Nova.
Flash forward al 2022. Ricordo vagamente Gli Eterni come una saga complessa e filosofica, e mi approccio al film di Chloé Zhao con curiosità: la regista di Nomadland in un film Marvel? Cosa potrebbe mai andare storto? Sulla carta, molte cose. Alla prova dei fatti, Eternals è un film-fiume di 157 minuti che – almeno per la mia sensibilità – non è per niente noioso. È certamente contemplativo, filosofico, a tratti verboso (ma ci sta), epico in un senso in cui nessuno dei precedenti 25 film Marvel è mai stato “epico”. Ma non noioso.
Scopro dopo averlo visto che il film è stato preventivamente stroncato perché – orrore – reo di non aver rispettato il materiale d’origine (ma che noia, cazzo) e soprattutto di aver inserito tra gli Eterni un gay di colore e sovrappeso, una ragazzina androgina, una sordomuta, due asiatici, un indiano e Angelina Jolie. Finalmente, direi.
Polemiche a parte, Zhao ha fatto un film equilibrista, in linea con le sue consuete scelte registiche pur nel solco della “tradizione Marvel”. Perciò sì, è un film che a tratti ha delle questioni irrisolte, lungaggini, scene d’azione potenti, ma che è destinato a lasciare l’amaro in bocca ai fan dei film spensierati e cazzoni ma anche ai duri e puri dell’autorialità. Per me Zhao ha fatto una scelta coraggiosa e Kevin Feige indica Eternals come il film chiave per la nuova fase MCU (il che mi fa pensare che andremo sempre più verso il lato cosmico della Marvel, e da piccolo kirbyano questo non può che farmi piacere).
La trama, dai che la sapete, in due parole gli Eterni sono una razza “super” creata dai Celestiali che viene mandata sui pianeti a difendere la popolazione locale dai Devianti (che in questo film purtroppo sono mostroni in CGI) e far evolvere la civiltà. Da piccolo non avevo capito che molti dei nomi degli Eterni erano divinità olimpiche o comunque personaggi della mitologia (Ikaris/Icaro, Thena/Atena, Phastos/Efesto, Makkari/Mercurio, Sersi/Cerere, etc). Poi però gli Eterni si comportano come una qualsiasi famiglia (molto) disfunzionale e lì sono cazzi amari. A scompaginare il tutto la notizia che dentro la terra c’è un Celestiale intrappolato che vorrebbe uscire (ma per uscire deve distruggere il pianeta).
Due o tre flash interessanti: l’uso di Time dei Pink Floyd all’inizio del film, L’arrivo di Harry Styles (!!) nella scena post-credits, la riproposizione della rivalità tra Jon Snow e Robb Stark (qui rispettivamente fidanzato umano e amore Eterno di Sersi). Ah, ovviamente le scene post credits sono due. Guardatele entrambe. #recensioniflash

THE HOUSE (Niki Lindroth von Bahr, Paloma Baeza, 2022)

Due parole su The House, il film animato a episodi uscito di recente su Netflix, per il quale scomoderei Jan Svankmajer, il mio regista ceco favorito. The House è un film unico perché protagonista è la stessa casa in tre storie differenti: una si svolge nel lontano passato, in un’atmosfera da favola dei fratelli Grimm; una nel presente, una in un futuro post-apocalisse climatica. Tutti e tre gli episodi sembrano usciti da un misto di Henry Selick + Twilight Zone + Creepshow + Edgar Allan Poe.
Non si può dire che sia esplicitamente un film horror, anche se ne ha tutte le caratteristiche. Il primo episodio racconta la genesi della casa in un tripudio di scricchiolii, zone buie, inquadrature sghembe, silenzi carichi di tensione e un character design fortemente disturbante. Il secondo episodio (il cui protagonista ha la voce di Jarvis Cocker, nientemeno) è un esempio di grottesco urbano che con la scusa dell’ironia e del nonsense racconta una storia di discesa nella follia abbastanza agghiacciante. Il terzo episodio, forse il più “debole” si abbandona alla malinconia dell’ignoto ma ha comunque dei momenti visivamente molto potenti.
Tutto il film è animato in stop motion, con tre diverse regie e tre diversi character design. Sulla trama non dirò nulla di più perché ogni episodio riesce a spiazzare con soluzioni e svolte inaspettate. Alla fine c’è una canzone di Jarvis Cocker (obbligatoria, direi). Ho scomodato Svankmajer perché il mood è quello, per chi avesse mai avuto il piacere e l’inquietudine di vedere i suoi cortometraggi. Se non lo avete avuto, abbiatelo ora. E poi guardate The House. #recensioniflash

THE CONJURING 2 / THE CONJURING: THE DEVIL MADE ME DO IT (Michael Chaves, 2021)

Negli ultimi giorni (notti, per la verità) ho costretto la Titti a immergersi con me nel Conjuring Universe, di cui avevo visto finora solo tre film su otto (vabbè, direte voi, non che sia una gran perdita). Eppure, va detto che The Conjuring 2 e The Conjuring 3: The Devil Made Me Do It hanno un loro perché nel mercato dell’horror degli ultimi 10 anni. La serie “ufficiale” (se lasciamo perdere gli spinoff di Annabelle, The Nun, La Llorona) è quella che gradisco di più, probabilmente per l’efficacia della coppia Patrick Wilson / Vera Farmiga nel ruolo di Ed e Lorraine Warren, gli investigatori del paranormale e dell’occulto nei gloriosi seventies.
Conjuring 2 è l’episodio più lungo ed epico della saga (basato sul caso famosissimo degli Enfield Poltergeist, ma con un accenno alla storia di Amityville, dove anche i Warren avevano messo lo zampino), non a caso – a quanto pare – il maggior incasso horror di tutti i tempi dopo L’Esorcista di Friedkin.
Conjuring 3 è più un legal thriller che un horror vero e proprio (è basato sul caso che non conoscevo di un omicidio il cui colpevole era posseduto da un demone – e su questo si basò la sua difesa) ma ha comunque i suoi spaventoni, le sue ragnatele, i suoi angoli bui, il suo villain inquietante. I Warren si amano TANTISSIMO e con la forza dell’amore sconfiggono satanisti, streghe, suore demoniache, tizi contorti e ghignanti e tutto l’armamentario spaventoso tipico degli horror anni ’70 aggiornati al gusto di oggi (che poi è un po’ il motivo per cui apprezzo la saga). Insomma, se amate il genere non sono da buttar via, non dei capolavori ma molto godibili.
Sui titoli di coda, come nel primo Conjuring, ci sono sempre le registrazioni originali dei Warren dei vari esorcismi praticati, che comunque un filo di angoscia te lo lasciano. La Titti li guarda con la coperta sugli occhi e poi alla fine vuole vedere “un episodio di Seinfeld” per stemperare l’orrore. #recensioniflash

SING 2 (Garth Jennings, 2021)

Per dirvi di Sing 2 di Garth Jennings parto da alcune domande e una premessa. La premessa è che a me i musical piacciono, i film animati pure, quindi di base non potrei dire (troppo) male della serie di Sing. La prima domanda è: quanto senso ha nel frenetico mondo dell’intrattenimento attuale lanciare un sequel CINQUE anni dopo il film originale? Tipo, i piccoli fan del film originale saranno, come dire, un po’ cresciuti? Ma vabbè. La seconda domanda è: va bene che un sequel secondo il canone commerciale deve sempre essere la stessa cosa dell’originale ma DIPPIU’ MOLTO DIPPIU’, ma non è parso all’ineffabile Jennings di aver messo forse troppa carne al fuoco? Mi spiego.
Gli adorabili animali antropomorfi che già conoscevamo, il koala Buster Moon, l’elefante Meena, la porcospina Ash, il gorilla Johnny, la maiala Rosita etc etc partono da dove eravamo rimasti (stanno in cartellone con una produzione di Alice in Wonderland che prevede un numero su Let’s Go Crazy di Prince: un ottimo inizio) ma non sembra abbastanza. Loro vogliono sfondare nella big city stile Las Vegas. E ci provano, con un musical fortemente ispirato a Barbarella creato dal maiale Gunther e prodotto da un lupo manager che poi è il supercattivo del film. Fino qui tutto bene, ognuno ha il suo numero musicale, ci sono tante canzoni, tanti colori, una cura del dettaglio abbastanza maniacale.
Tanta roba. Forse… troppa? Il problema di Sing 2 è che accumula talmente tanti numeri musicali che ti stordisce, la bellezza della theatricality di cui il film (come il suo predecessore) è intriso non riesci quasi a godertela, dovresti mettere in pausa ogni tot per vedere le scenografie ma non puoi perché è già finita e si passa ad un’altra superhit. E poi il macguffin del leone/Bono che son 15 anni che non canta più ma loro lo convincono a cantare di nuovo le canzoni degli U2 (gli U2 che hanno anche fatto un pezzo nuovo apposta per il film).
Non so, a me questa cosa di metterci in mezzo Bono (che peraltro recita in growl costante) mi è sembrata vagamente forzata, un po’ come quando la Apple aveva infilato di straforo in tutti gli iPhone del mondo l’album Songs of Innocence. Poi magari la forzatura ce la vedo solo io e in realtà Sing 2 è proprio un film diretto ai fan adulti del musical MA ANCHE ai fan degli U2, e quindi bon. Però mi è sembrato sì “più grande” del primo ma non “più bello”.
A parte Mrs. Crawley. C’è bisogno di più Mrs. Crawley per tutti. #recensioniflash

GRANDI FILM, GRANDI RESPONSABILITÀ

Vi appoggio qui, mentre è ancora festa, la raccolta delle rece di dicembre: un mese tutto sommato dominato – almeno in sala – dall’uscita del nuovo Spider-Film, che inaspettatamente ha richiamato grandi numeri pur con obbligo di FFP2, distanziamento, Green Pass potenziato e sticazzi. Cioè, forse potevano intitolarlo Spider-Man: Una nuova speranza… (Ba-dum! Tss…!). Vabbè ho fatto la battuta d’ordinanza, possiamo passare alla raccoltona, che in un certo senso in retrospettiva dice molto del mio avvicinamento al santo Natale.

REAZIONE A CATENA (Mario Bava, 1971)

Negli ultimi giorni, per celebrare il clima natalizio, in famiglia stiamo rivedendo (o vedendo per la prima volta, in alcuni casi) alcuni grandi classici di Mario Bava. L’altra sera è stata la volta di Reazione a catena (altrimenti noto come Ecologia del delitto, Bay of Blood per gli anglofoni, ma a me piace ricordare il geniale titolo di lavorazione “Così imparano a fare i cattivi”). Se poco poco amate gli slasher, i gialli e gli horror in generale riconoscerete, (ri)vedendo Reazione a catena che è del 1971 tutta una serie di “semi” che germoglieranno poi nell’horror americano di fine anni ’70 / inizio anni ’80 (Venerdì 13 e Halloween, soprattutto, vedi foto). Bava qui fa anche da operatore, con le sue soluzioni storte e psichedeliche (la sequenza dell’omicidio della vecchia contessa all’inizio del film, per dire). Sanguinoso come non mai, con le classiche musiche di Stelvio Cipriani, Reazione a catena è cattivissimo ma anche ricco di humor nero acidissimo (vedere ad esempio il colpo di scena finale da teatro dell’assurdo). Machete, arpioni, coltelli, corde e asce protagonisti assoluti, in una fiera dello splatter il cui testimone verrà raccolto pochi anni dopo da Argento e Fulci. Della trama, confesso, si capisce poco. Cioè: è una storia intricatissima di eredità, proprietà immobiliari e speculazione edilizia in cui tutti ammazzano tutti, ci vanno di mezzo anche quattro giovinastri e in cui sostanzialmente non si salva nessuno perché sono tutti irrimediabilmente stronzi. Il fatto è che a Bava probabilmente interessa poco, e noi ci distraiamo con gli effetti speciali (Rambaldi) e con le continue transizioni fuori fuoco / a fuoco. Comunque imprescindibile. #recensioniflash

CANI ARRABBIATI (Mario Bava, 1974)

Altro grande capolavoro di Mario Bava (perduto fino a pochi anni fa) che qui non si era colpevolmente mai visto è Cani arrabbiati (internazionalmente noto come Kidnapped), che tanta influenza ha evidentemente avuto su Tarantino ed epigoni vari. Qui siamo in territorio che – per essere Mario Bava – non mi aspettavo assolutamente. Parte da un genere caro all’Italia dei ’70 (il cosiddetto poliziottesco, pieno di centrali operative fantascientifiche e di Alfa Giulia verde oliva all’inseguimento pazzo) per sfociare in un thriller claustrofobico e nerissimo, tutto girato nell’abitacolo di una macchina (una Opel Rekord Caravan del ’74, tanto per farci stare dentro tutti, anche George Eastman che è una pertica). Senza speranza, violentissimo e sanguinoso, Cani arrabbiati è la storia di una gang di rapinatori che scappa da una rapina finita male. Gli hanno fatto fuori l’autista quindi sequestrano la macchina di un distinto signore che sta portando il figlio malato gravemente all’ospedale, intanto hanno anche una tizia in ostaggio (ne avevano due, ma una la sgozzano per sbaglio). C’è Don Backy nel ruolo di Bisturi, quello bravo col coltello. George Eastman nel ruolo di Trentadue (si scopre poi nel film perché si chiama così) e Maurice Poli nel ruolo del capo, il Dottore. L’autista estemporaneo è Riccardo Cucciolla. Il livello di tensione, violenza malata e brutalità è molto alto, tanto che oggi secondo me manco lo farebbero uscire, un film così. Ha avuto una storia produttiva comunque travagliatissima già allora (esistono tipo sei versioni diverse del finale, per dire). Su Amazon Prime (dove risiedono tutti i maggiori film di Bava) c’è comunque il finale quello figo con il plot twist che non ti aspetti. Geniale. #recensioniflash

THE POWER OF THE DOG (Jane Campion, 2021)

Allora, c’è il nuovo film di Jane Campion (è in sala oppure su Netflix) che è un capolavoro. Sicuramente nella lista dei migliori film dell’anno che – non temete – arriverà presto sulle vostre bacheche come un colpo di mannaja natalizio. Intanto c’è Benedict Cumberbatch che fa il cowboy cattivo, e già solo per questo avrei detto la magica frase “SHUT UP AND TAKE MY MONEY”. Ma in realtà poi io amo Jane Campion da almeno 30 anni, l’ho scoperta con Sweetie nell’89 e con lei ho cominciato la mia carriera di wannabe critico cinematografico su miriadi di fanzine universitarie italiane (figuratevi poi come sono finito bene a fare le #recensioniflash del menga su Facebook, LOL). Eppoi c’è un cast sottotono ma azzeccatissimo e molto interessante: Kirsten Dunst imbruttita e alcolista, Jesse Plemons nella parte del fratello buono e boccalone (Jesse Plemons per me è uno degli attori più sottoutilizzati di Hollywood, fatelo lavorare, perdio!) e soprattutto Kodi Smit-McPhee nella parte dell’inquietante figlio adolescente. E c’è questa cosa del western atipico. Cioè, è un western a tutti gli effetti (incrociato ad arte con il mélo più straziante che possiate immaginare). Quindi non è un western revisionista. Ma è un western crepuscolare, nel senso che si svolge nel 1925, esistono già le macchine, i piaceri lussuosi come la vasca da bagno con l’acqua calda, i vestiti da dandy. Lo scontro è per l’appunto tra George, il fratello buono e desideroso di vivere nel presente e Phil, il fratello apparentemente stronzo, attaccato alle tradizioni da cowboy di 100 anni prima, sempre lì a strimpellare un banjo che fa molto Deliverance, che vive nel ricordo di tal Bronco Henry che in passato ha insegnato loro tutto quanto fa il vero cowboy. Ma a George fottesega dell’etica del cowboy brutto sporco e cattivo, e vuole sposare la minuta e piacente vedova Rose, che si porta appresso un attrezzo di figlio nerd e spilungone che ovviamente viene accusato di frociaggine da Phil e dai suoi mandriani. Avrete già capito che si vira verso il melodramma queer, perché chi di frociaggine ferisce di frociaggine perisce, ma non mi addentro nei particolari. Diciamo che dal momento in cui moglie e figlio adottivo entrano nella vita di George, la famiglia diventa sempre più disfunzionale e i rapporti sempre più esercizi di crudeltà senza limiti. Ma il “potere del cane” (metafora biblica che sta ad indicare Satana, o comunque il male) alla fine sta dove meno te lo aspetti. Io l’ho trovato un film abbagliante, che ti lascia senza fiato con poco, che si prende tutto il tempo di raccontare una parabola agghiacciante e che ha uno dei suoi punti di forza nella performance degli attori (sì, anche di Kirsten “cagna maledetta” Dunst). Guardatelo, poi mi dite.

THE LAST DUEL (Ridley Scott, 2021)

Ciao carissimi, oggi è la volta di The Last Duel di Ridley Scott che in verità, in verità vi dico ho visto due o tre sere fa ma mi ha lasciato talmente interdetto che non sono riuscito a scriverne prima. Ovviamente i film brutti sono altri, per carità. E poi c’è sempre Adam Driver. E poi è una sceneggiatura di Matt Damon e Ben Affleck, dai. I due si ritagliano anche due ruoli importanti nel film. E poi che bella fotografia, e quei fiocchi di neve che volteggiano e baluginano e gli spadoni medievali, il sangue e le urla delle battaglie e tutto grigio grigio grigio e Notre Dame in costruzione aaah che bel vedere. E poi la costruzione narrativa alla Rashomon, con le “tre verità” intorno a un fattaccio, quella di Matt Damon, quella di Adam Driver e quella di Jodie Comer (che diciamolo subito è la migliore del gruppo, poi vi spiego). Con Ben Affleck a fare da contraltare malefico in tutte e tre le storie. Insomma, sulla carta fico, no? Eppure The Last Duel ha qualcosa di stonato. Due ore e mezza di film per raccontare l’amicizia poi rivalità tra Jean de Carrouges (Matt Damon), legnoso scudiero con un terrificante mullet nu-metal anni ’90 e Jacques Le Gris (Adam Driver), sinuoso scudiero con la capigliatura goth/piratesca di un Ian Astbury nel 1987. Il primo impalma la bella Lady Marguerite ma c’è una storia acida di doti, tasse, feudi, feudatari, valvassini e valvassori per cui insomma ad un certo punto Le Gris stupra Lady Marguerite e ovviamente i due scudieri non sono più amici, anzi, si affrontano in THE LAST DUEL. Last nel senso che è una storia vera ed è proprio l’ultimo duello all’ultimo sangue autorizzato in Francia. Ora, è chiaro che Affleck (che nel film interpreta il perfido CONTE PIERRE con capello e pizzetto biondo platino molto pop punk anni ’90) e Damon, aiutati anche da Nicole Holofcener che ha scritto la “parte femminile”, hanno voluto scrivere un film che affrontasse di petto le ORIGINI DEL PATRIARCATO. Solo che è tutto estremamente didascalico, della serie “vedete come trattavano le donne nel medioevo?” (e non si capisce se la risposta implicita debba essere “adesso va molto meglio” o “fondamentalmente adesso è uguale”: se dipende dallo spettatore, cioè da me, io propenderei per la seconda ipotesi). Cioè: ad un certo punto c’è il dialogo ultradidascalico che dice proprio qualcosa tipo “Hahaha ma lo stupro mica è un crimine contro la persona è un crimine contro la proprietà”. Nel procedere delle “tre verità” (quella di Lady Marguerite è l’unica “verità vera”, se non ce ne rendiamo conto da soli ci pensa la didascalia didascalica) scopriamo che tutti i maschi del film sono dei pezzi di merda chi per un motivo e chi per l’altro, ma scopriamo anche che il personaggio di Lady Marguerite è l’unico che salva il film, grazie all’interpretazione di Jodie Comer che lascia margine a un minimo di ambiguità e mistero. Per il resto, è proprio il caso di dirlo, un film a tesi tagliato con l’accetta. In sostanza, in questo film tematicamente parlando io ci vedo della buona volontà: però c’è qualcosa che stona, sulla quale non riesco a puntare bene il dito. Magari se anche voi l’avete visto mi sapete dire (al momento è disponibile su Disney+). #recensioniflash

È STATA LA MANO DI DIO (Paolo Sorrentino, 2021)

È stata la mano di Dio di Sorrentino: non so se arriverei a dire uuuh il capolavoro di Sorrentino. Perché Sorrentino (che io amo assai) ha fatto almeno due film che mi fanno venire l’orchite, lascio a voi indovinare quali, ma tutti gli altri per me sono eccelsi. Questo è… diverso. Che non vuol dire meno bello o più bello, è proprio un altro approccio, un’altra angolazione. Ho amato molto e con molta tenerezza il fatto che lui si sia messo in gioco così, sulla sua storia personale. Ho apprezzato molto che i cosiddetti “sorrentinismi” siano decisamente ridotti (in foto uno dei sorrentinismi più efficaci del film, la signora Luciana). A dire il vero già il film inizia con un paio di sorrentinate mica da ridere, poi però si assesta sulla descrizione agrodolce di una famiglia allargata non disfunzionale ma comunque peculiare con il protagonista Fabietto alter ego del regista (Filippo Scotti, bravissimo e secondo me anche somigliante a Sorrentino stesso), il padre (Toni Servillo), la madre un po’ lunare (Teresa Saponangelo), la zia bona e un po’ matta (Luisa Ranieri) e via dicendo. La prima parte del film si dipana tra una strizzata d’occhio a un certo Fellini (di cui si sente anche la voce) e situazioni che in linea di massima non abbiamo mai molto visto nei film di Sorrentino (nella prima metà si ride, diciamo così per semplificare). Poi accade il fattaccio e nella seconda metà non si ride più. O meglio si ride ancora (epocali le scene della faccia d’o’cazz o della superfessa) ma solo per esorcizzare il dolore e le lacrime: tutto il discorso vira sul metacinematografico e su come trasformare il dolore in arte. Per questo È stata la mano di Dio dà l’impressione di essere due film in uno: ma “non ti disunire”, come dice Antonio Capuano a Fabietto verso la fine. E il film stesso “si tiene”. Mi ha fatto piacere questo ritorno a Napoli (che non si vedeva dai tempi de L’uomo in più”). Il film si conclude con l’unica canzone possibile: prima di quella non sentiamo mai cosa c’è nelle cuffiette del walkman di Fabietto. E l’ultima sorrentinata ha luogo alla stazione di Sessa Aurunca, un non-luogo tra Napoli e Roma da cui sono passato moltissime volte da adolescente, e anche questo mi ha colpito assai, anche se non ve ne potrà fregare di meno. Comunque, è ancora in sala ed è pure su Netflix, io direi che vale la pena. #recensioniflash

THE FRENCH DISPATCH (Wes Anderson, 2021)

Com’è come non è, l’altro giorno mi dirigo col mio amico Lorenzo a recuperare The French Dispatch prima che lo facciano sparire dalle sale del regno. Non si trova più in V.O. e vabbè, poco male. In foto c’è la mia inquadratura preferita del film (sta più o meno all’inizio). Cita una famosa sequenza di Mon Oncle di Tati mentre la voce fuori campo parla e parla di questo giornale (The French Dispatch, appunto), e del suo editore (Bill Murray). Il film, ma lo sapete già, è una collezione di cortometraggi molto wesandersoniani che dovrebbero rappresentare altrettanti articoli dell’ultimo numero della rivista in un curioso tentativo di connubio tra giornalismo e cinema (e anche un po’ metacinema). La sequenza con Owen Wilson infatti richiama tantissimo Tati, quella con Timothée Chalamet è molto Godard, e via inquadrando. Nel film c’è una valanga di attoroni, alcuni dei quali in brevi cameo, che assicurano che tutto sia ben fatto, ben recitato, ben inquadrato. Il problema con The French Dispatch è che è una collezione fighissima di potenziali sfondi per il mio desktop o per il mio smartphone, ma non è un film che coinvolge altro che l’occhio. Il santo Graal del film wesandersoniano perfetto, lo stesso Wes Anderson l’ha trovato giusto due o tre volte (I Tenenbaum, Steve Zissou, Moonrise Kingdom): film dove ti importava dei protagonisti, oltre a godere delle inquadrature perfettamente simmetriche, dell’accumulo di oggetti, dell’ossessività dei colori pastello, dei movimenti millimetrici e dei set a orologeria. The French Dispatch, un po’ come Grand Budapest Hotel, per me è un film da domenica pomeriggio. Nel senso che devi essere perfettamente riposato per vederlo senza ad un certo punto assopirti. E ve lo dice uno che adora le inquadrature perfettamente simmetriche, l’accumulo di oggetti, l’ossessività dei colori pastello, i movimenti millimetrici e i set a orologeria. Detto ciò, vado a scaricarmi qualche immagine per i miei sfondi. #recensioniflash

RON’S GONE WRONG (Sarah Smith, JP Vine, 2021)

Spinto dalla Creatura che lo voleva fortissimamente, abbiamo visto Ron’s Gone Wrong, che sta da poco su Disney+ ed è un fulgidissimo esempio di come anche nella vecchia Inghilterra sappiano fare i film animati ad alto livello quando vogliono. La storia è quella che ormai appartiene ad un preciso sottogenere di film animato che annovera tra i suoi esempi Ralph Spacca Internet, Next Gen, Emoji Movie, I Mitchell contro le Macchine. Il sottogenere “spieghiamo le big tech ai bambini strizzando l’occhio agli adulti e facendo vedere che internet e i device sono il male ma poi in fondo sono anche il bene”. Qui però la coppia di protagonisti, lo sfigatello Barney (Jack Dylan Grazer) e il robot difettoso Rob (Zach Galifianakis, tanto amore) è di quelle che funzionano alla grande. Tutte le parti del film che ruotano intorno al loro rapporto sono vere, coinvolgenti, mai stucchevoli (anche il finale, è un finale che non ti aspetti e infatti la Creatura l’ha gradito poco). Comunque, in due parole: Barney soffre perché è l’unico bambino della sua scuola a non avere un B-Bot, un device che sta a metà tra un Facebook che prende le decisioni al posto tuo, un hoverboard senziente e Baymax di Big Hero Six. Quando il padre e la nonna gliene regalano uno di seconda mano si scopre che è fallato e “non ha il codice giusto”. Seguono bizzarre avventure e rocambolesche fughe. Per il resto c’è tutto un contorno di compagni di scuola delle medie che sembrano usciti da un episodio di Black Mirror, una famiglia di origini bulgare che da un lato è la fiera dello stereotipo dall’altro aggiunge follia a un film già bizzarro, e ovviamente i tecnocrati (quello buono e quello cattivo) che vivono per i keynote, guardano ai profitti, ai dati personali degli utenti, agli algoritmi e alle vendite. Tolto tutto il folklore tecnologico, Ron’s Gone Wrong è un film sulla difficoltà di relazionarsi che i preadolescenti possono sperimentare, un saggio animato su “la maschera e il volto”. Certo, va bene per un pubblico più giovane. Se avete un dodici-tredicenne in casa, sulle stesse tematiche meglio il mai troppo celebrato Eight Grade di Bo Burnham. #recensioniflash

LA VETTA DEGLI DEI (Patrick Imbert, 2021)

Una cosa bellissima che potete guardare è il film La vetta degli dei su Netflix. Premetto, io ho una paura fottuta di tutto ciò che riguarda la montagna, l’alpinismo, l’arrampicata, le valanghe, etc. Quando ero piccolo diverse persone che conoscevo sono morte in montagna e ancora oggi non posso vedere film tipo 127 ore o Alive – Sopravvissuti e simili. Però riconosco un bel film (anche se doloroso) quando lo vedo. Tratto da una delle opere più recenti di Jiro Taniguchi (a sua volta tratta da un romanzo), La vetta degli dei non è propriamente un anime. Si svolge in Giappone (e più che altro in Nepal sull’Himalaya) con personaggi giapponesi, ma è in tutto e per tutto un film francese, di Patrick Imbert. Quindi un curioso ibrido tra animazione asiatica ed europea, con una storia intrigante a metà tra il documentario e la fiction, un sacco di ossessione per la montagna e per il superamento del limite e parecchie sequenze di scalata impressionanti. La storia è quella di un reporter che cerca la fotocamera dei primi scalatori dell’Everest scomparsi nel nulla negli anni ’20. Pare che la fotocamera ce l’abbia un famoso alpinista giapponese che però ha fatto perdere le sue tracce… Seguono investigazioni, scalate, flashback, scalate, momenti di contemplazione delle montagne, scalate, gente che muore, scalate, valanghe, ipotermia e hybris. Uno dei migliori film animati dell’anno, sicuramente. #recensioniflash

THE CARD COUNTER (Paul Schrader, 2021)

Ora, amici, vi dico perché The Card Counter è uno dei migliori film del 2021. Intanto perché è un film di Paul Schrader e voi ed io sappiamo che ogni film di Paul Schrader che esce è automaticamente nella top ten dei film dell’anno in cui è uscito. Poi perché è un noir bellissimo e atipico, tutto in sottrazione, il che non è facile per un film che ha le sue basi nello scandalo delle torture del carcere di Abu Ghraib. Poi anche perché probabilmente è il ruolo migliore mai interpretato da Oscar Isaac, nel ruolo del protagonista William Tell (haha ma non è il suo vero nome) che non è un collezionista di carte come dice il fuorviante titolo italiano ma “uno che conta le carte”, quindi uno che ha “il metodo” per vincere nei casinò. Comunque sia, lui lo vediamo che fa quello di mestiere ma vola basso e vince poco e spesso, per non farsi sgamare. Un bel giorno incontra La Linda (Tiffany Haddish) che è una sorta di scopritrice di giocatori di poker che lo assolda per fare i tornei. Lui accetta ma solo perché la sera prima ha incontrato Cirk (Tye Sheridan, il bietolone di Ready Player One che qui invece è figo e tormentato) che gli fa una misteriosa e inquietante proposta che rimesta le acque torbide del suo passato (suo di William), e lui rimane colpito da questa proposta ma in un modo un po’ strano, come se volesse quasi prendersi cura di questo ragazzo, e infatti accetta di giocare per vincere soldi per lui. William peraltro è uno che dorme solo in motel scrausi e prima di dormire toglie tutti i quadri e impacchetta metodicamente tutti i mobili in lenzuola bianche che si porta dietro per l’occasione, tanto per aggiungere mistero al mistero. Guardi un film così ed è impossibile non pensare alla follia di Taxi Driver. Poi pensi “adesso esplode la follia” e poi niente, non esplode mai. Allora pensi “dai è un bel film anche senza mazzate” e lì la mazzata arriva quando meno te lo aspetti, magari fuori campo, che ti sembra che ti arrivi di meno e invece arriva comunque. Occhio alla sequenza dei titoli di coda giocata su un’unica inquadratura che quantomeno offre uno spiraglio di redenzione. Azzardo un flash in due parole: un film squallidamente ipnotico. #recensioniflash

ENCANTO (Byron Howard e Jared Bush, 2021)

Mentre siamo ancora qui che ce la meniamo, due parole su Encanto, da oggi su Disney+. Vabbè, allora, visione pressoché obbligata e comunque, dato che per Natale ci siamo regalati un televisore nuovo eravamo lì a dire ooh aah come si vede bene come si sente bene. A parte il folclore di CasaIzzo, è ovviamente un film tecnicamente ineccepibile, che porta al limite estremo del sopportabile i musical di Lin-Manuel Miranda che secondo me (qui lo dico anche se può risultare impopolare) meglio farebbe a tornare alla sua antica passione, l’hip hop, invece di propinarci costantemente salsa, cumbia, ritmi latini e va bene che sei immigrant e you get the job done, ma hai anche un po’ rotto il cazzo. Detto ciò, è indubbio che le canzoni del film, specie in originale, hanno quella qualità per cui ti si appiccicano in testa e non ti lasciano più e la cosa bella è che tutti i numeri da musical (non tantissimi) sono messi in scena con la tipica follia Disney al cubo (tipo: La bella e la bestia + Alladin + Le follie dell’imperatore ma con un reparto tecnico spettacolare, decisamente sopra la media). Comunque Encanto è la storia tutta colombiana di una famiglia che ha ricevuto in dono una magia alla morte del nonno e da lì in poi vive in una casa magica e tutti sono magici in qualche modo tranne Mirabel che non sa fare un cazzo. Ovviamente poi invece sarà lei a salvare la situazione quando la casa e la famiglia stessa saranno in pericolo. La storia è esile, i personaggi tanti (e io già non ci capivo nulla perché poi parlano e cantano velocissimi e mi fanno vorticare le balle a colpi di cumbia, vallenato e merengue) ma non hai tempo di annoiarti, perché effettivamente è come assistere ad uno spettacolo di fuochi d’artificio dove ogni inquadratura ti lascia senza fiato (o forse è il televisore nuovo, chissà). Comunque sia, io che son vecchio ho pensato tutto il tempo a Saludos Amigos e ai Tre Caballeros e a quanto è cambiato il rapporto della Disney con l’America Latina. Però tutto sommato è un film veramente con poca sostanza, con l’unico messaggio di “quando sei sotto pressione non cercare la perfezione ma stai scialla che va bene uguale” e con il blando richiamo a Garcìa Marquez delle farfalle gialle nel finale. #recensioniflash

SPIDER-MAN: NO WAY HOME (Jon Watts, 2021)

Che posso dire di Spider-Man: No Way Home? Che la baracconata (intesa in senso positivo come “attrazione cinematografica da luna park”) funziona e funziona anche bene. Si recupera quel senso di meraviglia che era proprio dei primi film di Raimi abbinandolo allo Spidey che più di ogni altro ha funzionato (questo di Tom Holland, che con buona pace di Maguire e Garfield è la faccia giusta per Peter Parker). L’idea del multiverso già pompata in Into the Spiderverse e richiamata a più non posso nell’ultimo anno da WandaVision, Loki, What If (nonché protagonista assoluta del prossimo Dr. Strange, guarda caso di Raimi) è sfruttata appieno con tutte le apparizioni del caso. Le scene di combattimento funzionano bene (ottima quella tra Spider-Man e Strange), gli approfondimenti e lo spessore dato al Parker di Holland anche. I comprimari di gran lusso servono a far crescere sempre più la figura eroica di questo giovane Spider-Man che finalmente, al terzo film, è diventato il supertizio che tutti conosciamo dai fumetti. Ci arriva tardi ma ci arriva. Il resto è fan service servito in maniera impeccabile, con le battutine, gli easter egg, le strizzate d’occhio e via così. L’ultima scena tra Peter, MJ e Ned è di una bellezza e una melanconia infinita, nemmeno Tobey Maguire riusciva ad essere così cane bastonato. Menzione speciale per i bellissimi titoli di coda con “Three is a magic number” dei De La Soul (LOL) e – parlando di pezzi iconici – chapeau per “I Zimbra” dei Talking Heads nella sequenza iniziale. Non so se vale ancora lo spoiler (ho resistito almeno 15 giorni senza leggere nulla su questo film, anche se immaginavo tranquillamente tutte le sorprese positive e negative della storia), comunque nel caso se ne discute nei commenti. #recensioniflash

BELFAST (Kenneth Branagh, 2021)

Confesso alla Universal e a voi fratelli che ho molto peccato perché ho visto il film dell’anno con metodi non propriamente legali, ma – a mia discolpa – mi è capitato sotto gli occhi e non ho potuto fare a meno di cliccare play. Domani, dopodomani al massimo, esce il mio personale listone dei film dell’anno, e stavolta ho deciso di farvi uno spoilerone grosso così: al primo posto ci sarà questo film (che in Italia temo uscirà tra un paio di mesi), di cui però voglio parlarvi un po’ più diffusamente oggi. Il film è Belfast, il regista è Kenneth Branagh. Sì lo so, pazzesco, vero? Belfast non è il solito film di Branagh (diverso nello stile, nella storia, nei contenuti) ma alla fine è 100% un film di Branagh (cinematico ma teatrale, con una grandissima attenzione ai personaggi e alla direzione degli attori). Belfast è un film autobiografico, che racconta il 1969 dell’inizio dei troubles nell’Irlanda del nord dal punto di vista di Buddy (Jude Hill), un bambino di 9 anni che è Branagh stesso. Branagh, come Buddy, è originario di Belfast ma – proprio come il piccolo protagonista del film – è costretto a trasferirsi in Inghilterra a causa delle tensioni tra protestanti e cattolici. Questa la premessa. Incorniciato da alcune inquadrature silenziose a colori di viste della Belfast odierna, il film passa al bianco e nero scavalcando il muro di un quartiere e inizia la rievocazione della memoria, tra giochi di bambini e bottiglie molotov, esplosioni di violenza e prime cotte, cattolici e protestanti, fumetti Marvel e televisione, litigi dei genitori e nonni che danno consigli bizzarri, piccoli furti al supermercato e l’esperienza della morte, giorni di scuola e pomeriggi al cinema o a teatro (i film che il piccolo Buddy guarda, “Un milione di anni fa” e “Chitty Chitty Bang Bang” sono le uniche cose a colori di Belfast, una scelta un po’ naif ma che si sposa bene con il punto di vista infantile). Buddy è sempre il centro della narrazione, le inquadrature sono quasi sempre basse, ad altezza bambino, dove lui non è in campo si scopre che è nascosto da qualche parte, in un angolo dell’inquadratura o ai margini del campo perché tutto è filtrato dal suo sguardo, dalla sua sensibilità. Eccezionali i genitori (Caitriona Balfe e Jamie Dornan) che sembrano usciti da un vecchio film di Truffaut e ancor più i nonni (Ciaran Hinds e Judi Dench, cui è riservato l’intenso primo piano finale) che rappresentano lo spirito e la saggezza dell’Irlanda che fu. Mi rendo conto che dalle mie parole esce fuori l’idea di un film tutto sommato moscetto, ma non è così. Belfast ti tiene incollato allo schermo per il mix di storia personale e Storia che si riversa nelle inquadrature tramite schermi televisivi, radio o direttamente barricate, filo spinato, spranghe che entrano a far parte della quotidianità. Quando esce, insomma, non perdetelo. Io lo andrò a rivedere in sala. #recensioniflash
EDIT: Ho dimenticato di parlarvi della colonna sonora IMMENSA costituita da tutti pezzi stratosferici di Van Morrison che praticamente si comporta come un personaggio a sé (ogni canzone parte nel momento giusto e commenta nel modo più giusto possibile l’azione) e lo so che detta così sembra un videoclippone, ma Van Morrison, capite…?!?