BAMBINI ZOMBI, BAMBINI IN CAMPING (PER TACER DEL TORO)

Le #recensioniflash di giugno, per il vostro piacere intellettuale e filosofico.

FERDINAND (Carlos Saldanha, 2017)
Premetto che non sono un grande amante di Blue Sky Studios. Cioè, adoro i “corti” di Scrat (come tutti, credo, lo considero il Wile E. Coyote degli anni zero) ma a parte il primo Era Glaciale e Ortone e il mondo dei Chi, gli altri film che hanno realizzato mi hanno sempre fatto storcere il naso, forse proprio per la pretestuosità delle storie. Perciò avevo bellamente snobbato Ferdinand al cinema, e invece non dovevo. Ferdinand è un toro diverso, che ha la forza incredibile di opporsi ad uno status quo in cui i tori, persi in una mascolinità tossica, o combattono nell’arena o vanno al macello e diventano bistecche. Il film è fin lungo per lo standard di un lungometraggio animato (108 minuti), ma passa senza problemi, perché la storia (mutuata da un vecchio corto di Walt Disney, per chi come me è abbastanza anzyano da ricordarlo) è articolata, ben scritta, tutti i personaggi sono sviluppati con le loro motivazioni e le gag non sono mai fini a sé stesse. In Spagna pare che il film sia stato ferocemente criticato per il suo messaggio anti-corrida e per il fatto di instillare nella mente dei bambini questo messaggio assolutamente innaturale che sia un bene diventare animalisti. Al di là di questa prevedibile assurdità, io ci ho visto soprattutto un messaggio chiaro e forte contro il bullismo e un’implicita difesa della tolleranza nei confronti della diversità di genere. E quindi… fatelo vedere alle vostre Creature. Peraltro il ritmo è indiavolato, la mia di Creatura si mangiava le unghie tifando per la sopravvivenza di Ferdinand e dei suoi amici. #recensioniflash

RIM OF THE WORLD (McG, 2019)
Ci sono quelle volte che vuoi vedere un film del cazzo (si dice proprio così, il film del cazzo è un po’ una categoria dello spirito), e Netflix in genere ti viene incontro con quei prodotti abbastanza ben congegnati da non farti spegnere ma anche abbastanza raffazzonati da farti pensare che non ci avresti mai speso un biglietto in sala. Comunque, mi stupisco che nessuno nella mia bolla abbia parlato di Rim of the World (neanche Alessandro Apreda, e sì che ho cercato un po’ sull’Antro). In pratica c’è McG (non dite nulla) che fa la sua cosa su una sceneggiatura di Zack Stentz (Fringe, Thor, X-Men First Class). Mi son detto “come film del cazzo promette bene”. E infatti. Non è uno di quei film che tenta di ricreare il sense of wonder dei film coi ragazzini anni ’80 (oddio, ci prova, ma non ci riesce). È più uno di quei film che ti dice YO GUARDA SE RICONOSCI LA CITAZIONE (un po’ alla Stranger Things insomma, e in questo il suo lavoro lo fa bene). In un’ora e mezza abbiamo accenni di Meatballs, Breakfast Club, Ferris Bueller, Indipendence Day, Jurassic Park, Goonies, Wargames, Transformers, Stranger Things stesso, Top Gun, Alba Rossa, ET, Firestarter, Cujo (Spielberg e King a pacchi, come va di moda adesso) e via dicendo. C’è persino una traccia di Moonrise Kingdom di Wes Anderson. Attenzione: questo è sia il punto di forza che il limite stesso del film, che peraltro viaggia su un doppio registro comico e thriller/horror sempre ben bilanciato e sempre molto anni ’80, tanto che i personaggi (pur interpretati da quattro adolescenti molto bravi e funzionali) sono evidentemente stereotipati, la spalla comica di colore, la cinese che non parla e/o le parlano a gesti citandole Jackie Chan… Sì, è tutta una citazione, anche nei dialoghi (gradevoli) che a un certo punto tirano in ballo WERNER HERZOG e il suo Grizzly Man (me fa un salto sul divano). Se sono qui a parlarvene è perché comunque è un prodottino che alla fine ti diverte e ti tiene sveglio, pur nella sua estrema prevedibilità. Sarà la simpatia degli attori, sarà un vezzo per la color correction molto à la Nicolas Winding Refn, non so. La trama? Quartetto di tredicenni problematici in un campeggio estivo passano dalle preoccupazioni tipiche dei tredicenni a quelle di unici superstiti di un attacco alieno e unici in grado di salvare il mondo con la “criptochiavetta” ceduta da un’astronauta morente prima che il cattivissimo alieno in CGI la divori. Segue pedissequo viaggio dell’eroe, dal richiamo all’avventura fino alla (pseudo) morte e resurrezione. Papale papale. Carine le scene demenziali prima dei titoli di coda. Vabbè, dai, a me è piaciuto. A Roger Ebert a quanto pare invece no. #recensioniflash

PET SEMATARY (Kevin Kölsch, Dennis Widmyer, 2019)
Vi dirò. Ho recuperato la nuova versione di Pet Sematary (per me uno dei romanzi migliori del Re e – sinceramente – uno dei migliori film horror anni ’80). Partivo scettico avendo già sentito le consuete campane del web (1: era meglio l’originale e 2: hanno cambiato delle cosearghhh) e le ancor più consuete campane degli uffici stampa (1: è dieci volte più spaventoso dell’originalehhh e 2: a Stephen King è piaciuto tanto tanto, quest’ultima considerazione a valere un po’ come bacio della morte per il film). Eppure vi dirò, sarebbe difficile fare un brutto film da un materiale di partenza così potente. Il lutto per la perdita di un figlio che si trasforma nell’orrore di averlo appaiato con qualcosa di “estraneo” è qualcosa che fa stare con stomaco e culo chiuso comunque. Qui si prende il materiale di partenza e si costruisce un remake che fa qualche accenno in più sulla backstory del “cimitero vivente” (i bambini mascherati che fanno i funerali agli animali, una delle parti più creepy del film), non tralascia l’angosciante sorella Zelda (che muore diversamente rispetto all’originale), non teme lo splatter duro, in un paio di occasioni strizza l’occhio allo spettatore che crede di sapere “da dove arriverà” la morte imminente e soprattutto opera un importante cambiamento di trama che porta ad un terzo atto meno semplicemente fisico e perciò più spaventoso ancora. Il finale arriva inaspettato, beffardo e sottilmente agghiacciante. Well done, un bell’adattamento. #recensioniflash

#OPENHOUSETORINO, UNA FESTA IN CITTÀ

Da torinese, mi sento di dire che ci sono almeno tre momenti di vera, grande festa cittadina. Il primo – il più “datato” – è il Torino Film Festival, che dal 1982 per chi ama il cinema come me è il vero momento aggregante e festivo della città. Nel 1982 (allora era noto come Festival Cinema Giovani) ci vidi in anteprima The Wall di Alan Parker e di lì a poco ho tentato di rasarmi le sopracciglia come Bob Geldof con grande preoccupazione dei miei e grande scherno dei miei compagni delle medie.

Il secondo momento di grande festa in città è il Torino Pride, che dal 2006 in avanti – in maniera sacrosanta – è diventato il momento di massima aggregazione tra cittadini torinesi all’insegna della tolleranza, dell’uguaglianza, del rispetto reciproco e dell’amore universale. Inutile ribadire ai miei 25 lettori che non è solo una festa gay ma anzi, è una festa di tutti e per tutti che da 13 anni rende Torino un posto più respirabile.

Ma dal 2016 è arrivato in città un nuovo momento di festa: Open House Torino è di nuovo una questione di inclusione. Open House ci fa sentire tutti come se uscissimo su un ideale ballatoio cittadino e ci infilassimo ognuno nelle case degli altri. Con grandissima sabaudaji, ovviamente. Non sia mai che noi torinesi facciamo i maleducati con i vicini di casa. Eppure, è innegabile che nel torinese esiste quella curiosità un po’ morbosa di vedere “le case degli altri”, e Open House la soddisfa pienamente.

Per chi ama l’architettura e la storia cittadina, non c’è niente come il weekend di Open House. Totalmente gestito sul campo da meravigliosi volontari in maglietta blu (ma l’organizzazione a monte, in tre anni, è diventata sempre più solida), Open House apre le porte di palazzi, chiese, case private, spazi di lavoro, ex fabbriche ristrutturate e molte altre realtà che normalmente sono chiuse al pubblico, blindate per abbandono o semplicemente non valorizzate per mancanza di personale. Non è come visitare un museo, è un’esperienza molto più intima e totalizzante.

Ci sono 150 location da visitare (cambiano un pochino ogni anno) e il tutto diventa come un album di figurine in cui l’appassionato torinese, torinista e torinologo comincia a dire “celo”, “manca” e ad immaginarsi i percorsi di scoperta o riscoperta dei luoghi della sua città. Io, dal canto mio, mi riduco a scalmanarmi nei ritagli di tempo. Ho goduto appieno del Torino Film Festival per almeno 18 anni, prima che la vita reclamasse il suo tributo di sangue e diventasse troppo oneroso prendere continui permessi sul lavoro per infilarsi in sala 24/7. Ho goduto del Pride per almeno 6 anni prima che la mia nuova condizione di papà rendesse a volte (ma non sempre) difficile partecipare.

Open House è iniziato in una fase della mia vita in cui sono in continuo sclero, perciò non riesco mai a vedere tutto quello che vorrei. Ad esempio, in 3 anni di frequentazione, non sono ancora riuscito a vedere alcuni edifici per me totemici come Casa Hollywood, Palazzo Lancia, Casa Y, Palazzo Novecento, la Nuvola Lavazza e il Lanificio di Torino, o a rivederne altri che per me hanno un valore affettivo forte come Palazzo del Lavoro (che quest’anno mi ha fregato, all’ultimo hanno chiuso i battenti per motivi non meglio precisati), i Magazzini dei Murazzi o il quartiere Falchera.

Il problema è che io mi faccio gli itinerari, metto le crocette nei posti già visti e i pallini in quelli che vorrei vedere e poi devo intersecare tutto con la spesa da fare (cerca un posto vicino a un Lidl è la soluzione), la necessità di fare commissioni in centro (ottimizza con gli edifici in zona, ormai quasi tutti battuti), il paradigma dell’edificio vicino a casa che quindi con una scappata a piedi ce la fai alla veloce (a patto che non ci siano code chilometriche come tradizionalmente accade al 25 Verde di Via Chiabrera).

Ma va bene così. È una specie di caccia al tesoro. Un album di figurine che ci metterò una decina d’anni a completare. Lunga vita a #openhousetorino.

DOPPELGÄNGER E REPERTI DAL PASSATO

Maggio è stato un mese un po’ convulso, ho visto pochi film, prevalentemente ho fatto recuperi dal passato – anche perché ero troppo impegnato a seguire come un tifoso l’ultima stagione di Game of Thrones. Recupererò quanto prima. Intanto, ecco quattro piccole #recensioni flash, due a proposito di film recenti e due no.

UNCLE BUCK (John Hughes, 1986)
Ci sono momenti in cui uno è un po’ stressato, in generale. In quei momenti io vado alla ricerca di un film di John Hughes. E nella filmografia del mai troppo compianto re degli anni ’80, ho scelto quello che probabilmente è il ruolo di una vita per John Candy, un altro personaggio larger than life che non possiamo far altro che rimpiangere. Uncle Buck (Io e zio Buck) lo ricordavo solo per essere un film tipo Mamma ho perso l’aereo (perché c’è Macaulay Culkin) ma in effetti non è che il bambino abbia tutto questo spazio. La scena se la prende tutta lui, Buck, e non è per niente una commedia banale. Acida quando serve, veicolo per la follia di Candy che è meno dirompente di Belushi (ma di poco). Dentro c’è anche una stranissima Laurie Metcalf che oggi conosciamo per essere la mamma di Sheldon Cooper in The Big Bang Theory. John Candy – in perfetta consonanza con John Hughes – ha quella comicità che in fondo in fondo ti spezza un po’ il cuore. Quindi, per farselo spezzare definitivamente, niente di meglio che bissare subito con Planes, Tranes and Automobiles (Un biglietto in due), dove Candy gigioneggia accanto all’altro mostro sacro Steve Martin. Questi sono i double feature che reggono all’usura del tempo. A margine, ho anche scoperto una sorta di leggenda urbana fighissima e cioè che Belushi, Candy e altri attori comici degli anni ’80 sarebbero morti in seguito alla lettura di una sceneggiatura maledetta intitolata Atuk. Weird! #recensioniflash

TEEN TITANS GO TO THE MOVIES (Aaron Horvath, 2018)
Con il cinquenne in casa occorre recuperare anche quei lungometraggi animati che ti sei perso negli ultimi, diciamo, tre anni almeno. E il film dei Teen Titans è un caposaldo dei recuperoni familiari. Fedele alla serie omonima di Aaron Horvath su Cartoon Network, il film presenta i Titans (Robin, Starfire, Raven, BeastBoy e Cyborg) in versione parodistica e super-deformed per un’ora e mezza. Il trucco per non annoiare? Metacinema a pacchi, riflessioni sulla cultura e l’ossessione per i supereroi, camei di Stan Lee anche se è un film DC, canzoni anni ’80 (c’è Michael Bolton in versione “cats with synthetizer” e per buona misura c’è anche Take On Me), rivisitazione di tutte le origin story DC, un’animazione scattante e semplice che affascina i più piccoli ma stuzzica anche gli adulti, un sacco di inside jokes fumettistici e almeno una canzone memorabile che è possibile sentire sia in italiano che in inglese sui titoli di coda. La trama? Vabbè, è un pretesto: Robin vorrebbe che venisse girato un film anche su lui e sui Titans per non essere da meno in un mondo in cui non si fa altro che fare film su supereroi anche minori, ma il suo desiderio diventa anche la sua più grande debolezza nel momento in cui viene sfruttato dal supercattivo Slade, maestro di manipolazione mentale. Per il resto, esilaranti gag su scoregge, cacca e gabinetti. #recensioniflash

US (Jordan Peele, 2018)
Il secondo album è sempre il più difficile, cantava qualcuno. Per Jordan Peele non era facile eguagliare il successo di pubblico e critica di Get Out, ma ecco che con Us, il suo secondo film, fa saltare il banco. Il tema della razza, della classe, della discriminazione, dei rapporti basati sulla violenza e la sopraffazione è sempre lì (e del resto Us, noi, è anche US, Stati Uniti d’America). Qui però le cose si fanno ancora più filosofiche, con il tema del doppio. Adelaide, bambina negli anni ’80, ha un’esperienza traumatica in una “casa stregata” di un luna park. Da adulta, sposata con due figli, torna nello stesso luogo e si scatena l’inferno. Pare che ogni singolo americano abbia un “doppio” vestito di rosso e armato di affilate forbici e bestiali istinti omicidi. Non è difficile capire da dove Peele pesca a piene mani (il Romero di The Crazies, per esempio, ma anche qualche suggestione di slasher anni ’80 come Friday the 13th o Nightmare). Ma quando pesca lo fa in modo organico, rendendo tutto assimilabile alla sua visione (anche il ricorrere del classico hip hop anni ’90 “I Got five on it” dei Luniz modulato in vari modi all’interno del film). Non rinuncia a qualche stoccata di ironia tagliente (l’home assistant tipo Alexa che quando la padrona di casa morente dice “call the police” capisce male e risponde “OK, I’m playing Fuck the Police by NWA”) ma in generale è cupo e claustrofobico come un buon horror deve essere. La parte forse un po’ indigesta è lo spiegone scientifico/cospirativo che dovrebbe farci capire chi sono i “doppi” e perché sono in piena furia omicida. Però c’è un notevole twist finale, relativamente inaspettato. In generale, un film che colpisce molto, con una duplice performance di Lupita Nyong’o veramente sorprendente. #recensioniflash

A GOOFY MOVIE (Kevin Lima, 1995)
A volte ripeschi delle cose che hanno dello sconvolgente. Chi si ricorda di In viaggio con Pippo? Poteva essere un Classico Disney e invece no (lo è Dinosauri, invece, e il motivo di questa scelta rimarrà eternamente un mistero). Perché non è un Classico Disney? Ha tutte le caratteristiche di un film d’animazione di primo piano, ma… era prodotto dai famigerati WDTA (Walt Disney Television Animation, quelli dei sequel inutili tipo Peter Pan 2, Il libro della giungla 2, Bambi 2 e altre amenità). Però lo zampino dei WDFA (Walt Disney Feature Animation, poi più semplicemente WDAS, Walt Disney Animation Studios) si vede chiaramente: In viaggio con Pippo ha una qualità di animazione e di scrittura nettamente superiore alla media televisiva del tempo. Il film è il debutto alla regia di Kevin Lima, uno che arrivava come animatore da Oliver & Company, La sirenetta, La bella e la bestia e Aladdin, che in seguito avrebbe diretto Tarzan e poi… beh… I film live action della Carica dei 101. C’è Pippo, il che costituisce di per sé uno dei motivi principali per vedere il film, ma soprattutto c’è Max, suo figlio adolescente. Chi non ha mai visto In viaggio con Pippo (o la serie Ecco Pippo! di cui questo film è una rielaborazione) è in stato di shock: quindi nell’universo disneyano esistono anche i figli oltre ai nipotini! Quindi Pippo è separato, divorziato o vedovo (della mamma di Max non esiste traccia)! E poi c’è una storia di contrasti tra padre e figlio immersa in una quotidianità anni ’90 che fa paura talmente è l’effetto nostalgia. In sintesi: Max ama Roxanne ma è timido, Max riesce a ottenere un appuntamento con Roxanne, Pippo rompe le uova nel paniere a Max costringendolo a fare una vacanza on the road padre/figlio e allontanandolo da Roxanne, Max per fare il figo dice a Roxanne che andranno a vedere un concerto della rockstar Powerline e che lui salirà sul palco per salutarla in diretta TV. Seguono disavventure e lieto fine. Ci sono un sacco di invenzioni visive, la musica è totalmente diversa da qualsiasi altro film Disney, ed è un recupero che consiglio, specialmente per chi – come me – oggi sta dalla parte di Pippo più che da quella di Max. #recensioniflash