I BAMBINI SON CRESCIUTI (IN COREA)

La raccolta delle rece di novembre, mese un po’ incasinato per vari motivi (mi sono impigrito al punto di non presenziare nemmeno al Torino Film Festival) e quindi niente, poca roba. Ma interessante. Ah, beh, no, è che ho visto la filmografia di Bong Joon-Ho, ma era tutto solo per prepararmi a Parasite. Questo anche per giustificare il titolo. Enjoy.

GOOD BOYS (Gene Stupnitsky, 2019)
Bene, ci sono quelle sere in cui vuoi spegnere il cervello e ridere un po’. Le cose di Seth Rogen e Evan Goldberg (Superbad, Sausage Party, This Is the End) a me hanno sempre fatto ridere assai. In più, qui al timone ci sono due che si son fatti le ossa scrivendo The Office. E poi c’è Jacob Tremblay, che quando parliamo nel 2019 di attori bambini bravi, uno dei primi nomi che mi viene in mente è lui (Room, The Book of Henry e Wonder, per dire). E quindi chi sono io per snobbare la loro nuova commedia uscita quest’estate? Good Boys, diciamolo subito, è Superbad ambientato in prima media invece che al liceo. Siamo sempre lì a dire quanto sono smart i ragazzini di oggi che battono ogni generazione precedente, quindi perché non fare una commedia sexy, sboccata e demenziale con un trio di protagonisti undicenni? Intendiamoci, non è niente di terribile, anche se in patria è “Rated R” (più che altro per il linguaggio). Good Boys magari non è un film per undicenni (anche se ad undici anni io avrei pregato in ginocchio per poter vedere un film così), ma è certamente un film per quegli adulti che ricordano bene com’era avere undici anni e – per dirla con il personaggio di Tremblay “avere tutti i giorni gli ormoni talmente in palla da volersi strusciare contro ogni albero”. In pratica, una versione live action di South Park, con lo stesso tipo di progressione catastrofica di un episodio di South Park. Inizia un po’ alla American Pie con gli inevitabili riferimenti alla masturbazione, e continua in un tripudio di sex toys clamorosamente fraintesi, droni distrutti, incidenti in BMX, spaccio di ecstasy, battaglie di paintball, uso creativo di parolacce. Ma Good Boys non è solo un film cazzaro, vuole avere anche un cuore (proprio come Superbad a suo tempo) e lo dimostra nei passaggi più sentimentali tipici delle commedie coming-of-age. La trama ve la cercate voi (è veramente esile, e comunque si può riassumere in “ragazzi, si cresce”). Però – e lo dico perché forse leggendo ciò che ho scritto resta il dubbio – per me è un sì abbastanza convinto. Cioè, non sembra di aver buttato via un’ora e mezza. E i tre bravi ragazzi sono veramente convincenti. #recensioniflash

IT CHAPTER 2 (Andrés Muschietti, 2019)
Ho visto It Chapter 2 con poche aspettative, dato che gli entusiasmi qualche settimana fa erano scarsi e boh, nessuno veniva a vederlo. Ammetto che l’effetto nostalgia del primo film non lo potevano ripetere, e nemmeno la chimica perfetta del gruppo di giovini attori nel ruolo dei Losers. Però, c’è un però. Sarà lunghissimo, sarà imperfetto, sarà sbilanciato, sarà episodico (ma lasciatemi dire anche il romanzo ha alcuni di questi difetti), ma io l’ho trovato coinvolgente. In apertura c’è la famigerata scena di Adrian Mellon (una delle due parti del romanzo considerate “poco filmabili”). Un pugno nello stomaco con il cameo di Xavier Dolan (!) che setta il tono per il resto del film, nonché per una tematica LGBTIQ che il romanzo aveva molto meno (e c’è un cambiamento significativo per quanto non troppo esplicito sull’orientamento sessuale di uno dei protagonisti). Poi parlando di cameo c’è il Re in persona nella parte di un negoziante inquietante, e Peter Bogdanovich (!!) nel ruolo di… sé stesso. Ci sono attori che tentano disperatamente di essere credibili, ognuno con la propria backstory e qui (a parte Bill Hader, eccezionale) casca un po’ l’asino. Ma soprattutto c’è il Pennywise di Bill Skarsgard, sempre più proiettato nell’olimpo dei mostri più efficaci e iconici del cinema horror. Muschietti spinge sempre sul pedale del gore, e questo è un bene, non risparmia sangue e violenza (almeno due bambini divorati brutalmente) e le creature deliranti in cui It si trasforma fanno passare davanti ai nostri occhi John Carpenter, Tobe Hooper, Wes Craven – il tutto con il solito tocco “alla Spielberg” che normalizza un po’ la potenziale carica eversiva del film e che forse andava bene nella prima parte ma qui era da evitare. Vale una notte insonne, via. #recensioniflash

SCARY STORIES TO TELL IN THE DARK (André Øvredal, 2019)
Tipico film da Halloween, con produzione di Guillermo del Toro (motivo principale per cui l’ho approcciato), questo simpatico film per ragazzi è tratto da una collana di storie creepy scritte da Alvin Schwarz per un pubblico di young adult. Per cui, insomma, lo spirito c’è, ma gli spaventi non sono molti e soprattutto sono, come dire, risaputi. Possiamo definirlo un incrocio abbastanza ben riuscito tra le creepypasta del nuovo millennio e i fumetti EC Comics degli anni ’50 e ’60 da cui non a caso era tratto Creepshow, che mi pare il film di riferimento per tutta l’operazione, tolto il narratore “from the crypt”. Se vi stuzzica, accomodatevi: c’è uno che vomita paglia e si trasforma in uno spaventapasseri, uno spezzatino con dentro un alluce di morto, una pletora di ragni che escono da un enorme foruncolo e una bella creatura capace di smembrarsi e ricomporsi. I ragazzi protagonisti sono abbastanza in palla e c’è tutta una patina di nostalgia per via del fatto che l’azione principale si svolge nientemeno che nel 1968, chissà perché. #recensioniflash

KLAUS (Sergio Pablos, 2019)
Netflix ha deciso di investire moltissimo nell’animazione originale e bla bla bla, avete letto tutti i comunicati stampa. Io posso solo confermare che Klaus è un film ben costruito, equilibrato, che racconta una immaginaria “origin story” di babbo Natale e che può piacere ai bambini come agli adulti. C’è un postino viziato (Jason Schwartzmann, ricalcato un po’ sull’imperatore Kuzco di Disney) che viene spedito su un’isola del circolo polare artico per punizione. Qui dovrebbe teoricamente lavorare ma nessuno scrive lettere, quindi lui si inventa un sistema di lettere e di spedizioni alle spalle di Klaus (J.K. Simmons), boscaiolo burbero e inquietante con l’hobby di costruire giocattoli. Ovviamente dietro c’è una storia triste e altrettanto ovviamente ci sono un paio di momenti emotionally challenging, ma di base il film è ricco di gag non stupide e ha un ritmo invidiabile. Dal punto di vista visivo, che dire. Pablos arriva dal rinascimento Disney (Hercules, Il gobbo di Notre-Dame) e si vede. Ma qui cerca di riprendere il discorso dell’animazione tradizionale dopo più di 20 anni di CGI e lavora tantissimo sull’illuminazione e sugli sfondi (o meglio sul rapporto tra i personaggi e gli sfondi): da questo punto di vista, Klaus è un piccolo capolavoro. Segnalo per amor di completezza che i doppiatori italiani sono Pannofino e Mengoni (no, non Mangoni, che sarebbe stato veramente geniale). #recensioniflash

PARASITE (Bong Jooh-Ho, 2019)
Finalmente ho visto Parasite. Veramente rimarchevole. Ci arrivo dopo un mese di “cura Bong” (nelle ultime settimane ho visto Memories of Murder, Mother, The Host, Okja, Snowpiercer, Shaking Tokyo). Perciò, oltre ad essere una festa per gli occhi, ci arrivo un po’ preparato dall’essermi immerso in quella che una volta si chiamava “la poetica dell’artista”. Parasite rispetto agli altri film mi è sembrato forse più studiato, più programmatico e meno anarchico nella consueta commistione tra generi diversi, ma comunque preciso e geometrico come pochi altri film contemporanei sanno essere. Un film “in verticale”, fatto di scale, discese, fognature, bunker, lotta di classe e metaforoni (a volte un po’ buttati lì per provocazione), divertente e amaro come certi classici italiani che inevitabilmente vengono in mente, da Pasolini a Scola passando per Totò. Ma anche un film che ripropone molte lezioni hitchcockiane muovendosi in uno spazio chiuso perfettamente “cinematografabile” dove le azioni in contemporanea e la profondità di campo sono sfruttate al massimo. Inevitabile che sia piaciuto così tanto, piacevole sorpresa trovare una coda tipo Starbucks al Nazionale, ultima sala torinese a programmarlo. Urge rivederlo in originale. #recensioniflash

DOWNTON ABBEY ( Michael Engler, 2019)
Se ne sentiva il bisogno? Forse no. Eppure il film di Downton Abbey, proprio come la serie, è uno di quei prodotti confezionati alla perfezione che ti prendono e ti portano con sé anche se tu non vuoi. Per dire, cosa me ne può fregare di una rappresentazione molto britannica di una lotta di classe tra servitù e nobili nella campagna inglese sullo sfondo della monarchia pre-Elisabetta? Niente, sulla carta, ma quella era la premessa di tutta la serie. Alla fine bastavano dieci minuti di un episodio, e la presenza della dowager countess Violet Crawley e ogni resistenza andava a farsi friggere. Lo stesso per il film. Siamo nel 1937, Downton continua a vivacchiare come si poteva intuire dal series finale di un paio d’anni fa, ma improvvisamente arrivano il re e la regina in visita: paura e delirio. Tutti si agitano tantissimo ma il bello arriva quando si capisce che i reali si vogliono portare la loro servitù e defraudano i valorosi camerieri di Downton del privilegio di servire il loro Re. Frega un cazzo, direte voi? Eppure. Ovviamente ci sono mille sottotrame e mille intrighi amorosi e non, come un’intera stagione della serie concentrata in un paio d’ore. In questo Fellowes è sempre bravissimo. #recensioniflash

Commenti da Facebook:

1 risposta a “I BAMBINI SON CRESCIUTI (IN COREA)”

  1. Niente, raga, qui non commenta più nessuno, vorrei dirvi che non esistono solo i social, dai. Ciao.

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