DOPPELGÄNGER E REPERTI DAL PASSATO

Maggio è stato un mese un po’ convulso, ho visto pochi film, prevalentemente ho fatto recuperi dal passato – anche perché ero troppo impegnato a seguire come un tifoso l’ultima stagione di Game of Thrones. Recupererò quanto prima. Intanto, ecco quattro piccole #recensioni flash, due a proposito di film recenti e due no.

UNCLE BUCK (John Hughes, 1986)
Ci sono momenti in cui uno è un po’ stressato, in generale. In quei momenti io vado alla ricerca di un film di John Hughes. E nella filmografia del mai troppo compianto re degli anni ’80, ho scelto quello che probabilmente è il ruolo di una vita per John Candy, un altro personaggio larger than life che non possiamo far altro che rimpiangere. Uncle Buck (Io e zio Buck) lo ricordavo solo per essere un film tipo Mamma ho perso l’aereo (perché c’è Macaulay Culkin) ma in effetti non è che il bambino abbia tutto questo spazio. La scena se la prende tutta lui, Buck, e non è per niente una commedia banale. Acida quando serve, veicolo per la follia di Candy che è meno dirompente di Belushi (ma di poco). Dentro c’è anche una stranissima Laurie Metcalf che oggi conosciamo per essere la mamma di Sheldon Cooper in The Big Bang Theory. John Candy – in perfetta consonanza con John Hughes – ha quella comicità che in fondo in fondo ti spezza un po’ il cuore. Quindi, per farselo spezzare definitivamente, niente di meglio che bissare subito con Planes, Tranes and Automobiles (Un biglietto in due), dove Candy gigioneggia accanto all’altro mostro sacro Steve Martin. Questi sono i double feature che reggono all’usura del tempo. A margine, ho anche scoperto una sorta di leggenda urbana fighissima e cioè che Belushi, Candy e altri attori comici degli anni ’80 sarebbero morti in seguito alla lettura di una sceneggiatura maledetta intitolata Atuk. Weird! #recensioniflash

TEEN TITANS GO TO THE MOVIES (Aaron Horvath, 2018)
Con il cinquenne in casa occorre recuperare anche quei lungometraggi animati che ti sei perso negli ultimi, diciamo, tre anni almeno. E il film dei Teen Titans è un caposaldo dei recuperoni familiari. Fedele alla serie omonima di Aaron Horvath su Cartoon Network, il film presenta i Titans (Robin, Starfire, Raven, BeastBoy e Cyborg) in versione parodistica e super-deformed per un’ora e mezza. Il trucco per non annoiare? Metacinema a pacchi, riflessioni sulla cultura e l’ossessione per i supereroi, camei di Stan Lee anche se è un film DC, canzoni anni ’80 (c’è Michael Bolton in versione “cats with synthetizer” e per buona misura c’è anche Take On Me), rivisitazione di tutte le origin story DC, un’animazione scattante e semplice che affascina i più piccoli ma stuzzica anche gli adulti, un sacco di inside jokes fumettistici e almeno una canzone memorabile che è possibile sentire sia in italiano che in inglese sui titoli di coda. La trama? Vabbè, è un pretesto: Robin vorrebbe che venisse girato un film anche su lui e sui Titans per non essere da meno in un mondo in cui non si fa altro che fare film su supereroi anche minori, ma il suo desiderio diventa anche la sua più grande debolezza nel momento in cui viene sfruttato dal supercattivo Slade, maestro di manipolazione mentale. Per il resto, esilaranti gag su scoregge, cacca e gabinetti. #recensioniflash

US (Jordan Peele, 2018)
Il secondo album è sempre il più difficile, cantava qualcuno. Per Jordan Peele non era facile eguagliare il successo di pubblico e critica di Get Out, ma ecco che con Us, il suo secondo film, fa saltare il banco. Il tema della razza, della classe, della discriminazione, dei rapporti basati sulla violenza e la sopraffazione è sempre lì (e del resto Us, noi, è anche US, Stati Uniti d’America). Qui però le cose si fanno ancora più filosofiche, con il tema del doppio. Adelaide, bambina negli anni ’80, ha un’esperienza traumatica in una “casa stregata” di un luna park. Da adulta, sposata con due figli, torna nello stesso luogo e si scatena l’inferno. Pare che ogni singolo americano abbia un “doppio” vestito di rosso e armato di affilate forbici e bestiali istinti omicidi. Non è difficile capire da dove Peele pesca a piene mani (il Romero di The Crazies, per esempio, ma anche qualche suggestione di slasher anni ’80 come Friday the 13th o Nightmare). Ma quando pesca lo fa in modo organico, rendendo tutto assimilabile alla sua visione (anche il ricorrere del classico hip hop anni ’90 “I Got five on it” dei Luniz modulato in vari modi all’interno del film). Non rinuncia a qualche stoccata di ironia tagliente (l’home assistant tipo Alexa che quando la padrona di casa morente dice “call the police” capisce male e risponde “OK, I’m playing Fuck the Police by NWA”) ma in generale è cupo e claustrofobico come un buon horror deve essere. La parte forse un po’ indigesta è lo spiegone scientifico/cospirativo che dovrebbe farci capire chi sono i “doppi” e perché sono in piena furia omicida. Però c’è un notevole twist finale, relativamente inaspettato. In generale, un film che colpisce molto, con una duplice performance di Lupita Nyong’o veramente sorprendente. #recensioniflash

A GOOFY MOVIE (Kevin Lima, 1995)
A volte ripeschi delle cose che hanno dello sconvolgente. Chi si ricorda di In viaggio con Pippo? Poteva essere un Classico Disney e invece no (lo è Dinosauri, invece, e il motivo di questa scelta rimarrà eternamente un mistero). Perché non è un Classico Disney? Ha tutte le caratteristiche di un film d’animazione di primo piano, ma… era prodotto dai famigerati WDTA (Walt Disney Television Animation, quelli dei sequel inutili tipo Peter Pan 2, Il libro della giungla 2, Bambi 2 e altre amenità). Però lo zampino dei WDFA (Walt Disney Feature Animation, poi più semplicemente WDAS, Walt Disney Animation Studios) si vede chiaramente: In viaggio con Pippo ha una qualità di animazione e di scrittura nettamente superiore alla media televisiva del tempo. Il film è il debutto alla regia di Kevin Lima, uno che arrivava come animatore da Oliver & Company, La sirenetta, La bella e la bestia e Aladdin, che in seguito avrebbe diretto Tarzan e poi… beh… I film live action della Carica dei 101. C’è Pippo, il che costituisce di per sé uno dei motivi principali per vedere il film, ma soprattutto c’è Max, suo figlio adolescente. Chi non ha mai visto In viaggio con Pippo (o la serie Ecco Pippo! di cui questo film è una rielaborazione) è in stato di shock: quindi nell’universo disneyano esistono anche i figli oltre ai nipotini! Quindi Pippo è separato, divorziato o vedovo (della mamma di Max non esiste traccia)! E poi c’è una storia di contrasti tra padre e figlio immersa in una quotidianità anni ’90 che fa paura talmente è l’effetto nostalgia. In sintesi: Max ama Roxanne ma è timido, Max riesce a ottenere un appuntamento con Roxanne, Pippo rompe le uova nel paniere a Max costringendolo a fare una vacanza on the road padre/figlio e allontanandolo da Roxanne, Max per fare il figo dice a Roxanne che andranno a vedere un concerto della rockstar Powerline e che lui salirà sul palco per salutarla in diretta TV. Seguono disavventure e lieto fine. Ci sono un sacco di invenzioni visive, la musica è totalmente diversa da qualsiasi altro film Disney, ed è un recupero che consiglio, specialmente per chi – come me – oggi sta dalla parte di Pippo più che da quella di Max. #recensioniflash

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