DÈI SCONOSCIUTI, TOSSICODIPENDENZA E PEDOFILIA

Marzo è finito anche lui, e io sono di nuovo qui con un carico di #recensioniflash, quelle che probabilmente avete lasciato correre mentre le postavo su Facebook e invece io, implacabile come una cartella Equitalia, ve le ripropongo qui come un minestrone riscaldato. Ma saporito. Si va ad incominciare.

IL PRIMO RE (Matteo Rovere, 2019)
Difficile dire qualcosa di compiuto su questo film, un oggetto completamente alieno nell’Italia degli ultimi 30 anni. Cosa non è Il primo re: non è una rivisitazione del sandalone o peplum fantastorico anni ’50-’60. Non è un’astuta operazione metaforica in cui si vuol parlare del presente raccontando il passato. Non è il tipico film italiano. Sicuramente è vicino a produzioni come Valhalla Rising, Apocalypto, in qualche misura Revenant, ma trova un suo stile e una sua via narrativa unica pur con qualche lungaggine nella parte centrale. La storia sappiamo tutti come va a finire, quindi l’interesse sta nel vedere la dinamica tra i due fratelli prima della soluzione finale, e – diciamocelo – nelle ossa spezzate, nelle mazze chiodate, negli spadoni e nei roghi, nelle carni dilaniate, nel sangue, nella pioggia, nel fango, nel fiume, nel fuoco. Nessun film italiano mai aveva messo in campo una tale professionalità negli effetti prostetici. Lode a Matteo Rovere per aver indicato la via. Il protolatino, la luce naturale, la colonna sonora discreta, elettronica ma tribale il giusto, tutto contribuisce ad un’esperienza immersiva e totale. Poche cose stonano (forse solo un coro di voci bianche a una cerimonia funebre e una comparsa troppo simile a Caparezza). Io comunque spero che questo sia solo un inizio. #recensioniflash

SORRY TO BOTHER YOU (Boots Riley, 2018)
I grandi recuperi della domenica sera: Sorry to Bother You. A parte che è un film di Boots Riley, uno che conoscevo solo per aver fatto il rapper antagonista negli anni ’90 (lo associo a Rage Against The Machine, Living Colour, The Roots, questa gente qua). A parte che c’è Lakeith Stanfield, che da un paio d’anni apprezzo molto per il suo ruolo in Atlanta (la serie di Donald Glover / Childish Gambino). A parte la colonna sonora di Tune-Yards che urla alt-pop, noise-folk, lo-fi, free-jazz punk inglese a ogni cambio di inquadratura. Insomma a parte tutte queste cose fighe, il film è una – ehm – commedia di fantascienza anticapitalista che racconta la storia di un lavoratore di call center che si invischia in una strana agenzia per il lavoro che fa esperimenti genetici inquietanti per creare una sorta di nuovo proletariato. Ma va beh, non voglio fare spoiler. È un film intelligente, divertente, parecchio inquietante (il protagonista fa carriera nel call center perché riesce a fare bene la “voce da bianco”) e rende bene alcune dinamiche di organizzazione del lavoro, del sindacato, dell’esperienza afroamericana (in alcuni punti mi ha ricordato il sarcasmo nero di Get Out o di BlacKKKlansman). Insomma, ci sono voluti 27 anni perché Boots Riley passasse dalla musica (e dall’attivismo) al cinema, ma ne è valsa la pena. Ah, soluzioni registiche alla Michel Gondry in agguato quasi in ogni scena (in uno spezzone di animazione è addirittura citato quasi letteralmente). Un punto a favore in più. #recensioniflash

FREE SOLO (Jimmy Chin e Elizabeth Chai Vasarhelyi, 2019)
Oscar per il miglior documentario? Mi ci ficco. Free solo è un film che ti tiene incollato alla poltrona perché beh… parla di arrampicata a mani nude e mette in scena senza mezzi termini una sfida mortale tra l’uomo e la natura. Alex Honnold, il protagonista, è un simpatico cazzone oltre che un atleta estremo. Empatizziamo con lui mentre cucina robe improbabili e le mangia dalla padella, fa la doccia nel suo minivan, parla della sua vita amorosa pressoché inesistente (fino all’arrivo dell’attuale fidanzata). Ma l’altro protagonista è El Capitan, la formazione rocciosa più nota dello Yosemite Park, che Alex decide di scalare. La preparazione è tutto, e a poco a poco arriviamo al punto in cui tutti, Alex, fidanzata e collaboratori vari realizzano che l’indomani potrebbe essere il giorno dell’incontro con la morte. Segue ultima mezz’ora da mangiarsi le unghie. Recuperatelo ovunque potete (a Torino credo lo diano al Cinema Massimo). #recensioniflash

AQUAMAN (James Wan, 2019)
Aquaman, che vi devo dire. Per me i film dei supereroi dovrebbero essere tutti così. Un po’ cartooneschi, in fondo sono tratti da fumetti per ragazzi, non me ne vogliano i nerdissimi amici. Cioè, alla fine, ci piacciono i supereroi perché in fondo restiamo un po’ ragazzini. E il Cavaliere Oscuro e il Soldato d’Inverno sono drammatici, tormentati e hanno più livelli di lettura, ma gratta gratta vuoi le mazzate e le battute alla Bud Spencer, con il bonus degli attoroni e degli effetti speciali al top. E Aquaman è tutto questo: soddisfa abbastanza i filologi fumettofili, strizza l’occhio qua e là, ci stanno Nicole Kidman e Willem Dafoe, c’è un protagonista che buca lo schermo (e che in casa Marvel – Deadpool escluso – se lo sognano), e insomma figo. Un po’ lungo, ma figo. E poi c’è il topos della sequenza in Italia nel film americano, dove è palese a tutti che noi siamo sempre il paese del bar in piazzetta, della pizza, del gelato artigianale e del “buongiorno”. Salvo che poi arriva Black Manta e spacca tutto. #recensioniflash

BEAUTIFUL BOY (Felix Van Groeningen, 2019)
L’avevo lì da un po’, timoroso. Ho scoperto solo dopo che è tratto da una storia vera: in pratica è tratto da due libri paralleli, quello del padre e quello del figlio. Perciò, come in tutti i film tratti da una storia vera, alla fine ci sono le scrittine, quelle che ti dicono “poi va a finire così e cosà”. Comunque. Tentennavo perché Beautiful Boy è un film di padri e figli che parla del peggior incubo che si possa instaurare tra un padre e un figlio, dove il primo sclera perché non ha nessun modo di aiutare il secondo che si autodistrugge a poco a poco. Intendiamoci, è una storia di una banalità angosciante, se vogliamo: c’è Timothée Chalamet che si inietta ogni droga possibile e Steve Carrell che annega nell’impotenza. Vanno avanti così finché non ti aspetti il peggio, e poi c’è il twist finale: sono ancora tutti vivi, hanno fatto il libro e adesso il film. E niente, loro due sono bravissimi, questo è il punto di forza del film. Anche una certa giustapposizione in montaggi che sembrano alternati e invece sono… beh, sì, alternati ma non sul piano spaziale bensì su quello temporale (è curioso, non si vede tantissimo in giro). E poi una colonna sonora molto 1999, tipo Mogwai, Massive Attack, Tortoise, Aphex Twin, Nirvana, Sigur Ròs, ma anche Bowie, Neil Young, Grace Slick. Come film sulla droga non sta in una ideale top five (Requiem for a Dream, Trainspotting, Drugstore Cowboy, Panico a Needle Park, Basketball Diaries sarebbe la top five per me). Come film sul rapporto quotidiano tra padri e figli (es. Paris Texas, Kikujiro, Big Fish), invece, è abbastanza su. #recensioniflash

LAZZARO FELICE (Alice Rohrwacher, 2018)
Lorenzo mi dice che c’è Lazzaro Felice su Prime Video e allora via, recuperone! Volevo vederlo da tempo pur non sapendone nulla, se non che persone fidate lo avevano trovato eccezionale. E infatti. Vengo inizialmente sconvolto da una sorta di Albero degli Zoccoli 2.0, ambientato in una versione rurale degli anni ’90 in una zona imprecisata un po’ umbra, un po’ tuscia viterbese. Poi c’è questo personaggio totalmente alieno di Lazzaro, sorta di idiota (nel senso buono del termine) motore immobile della storia. C’è una storia, un intrigo che non racconto perché è sorprendente vederlo senza sapere nulla e accogliere a poco a poco quel che di mistico e di surreale accade all’incirca a metà film. Basti sapere che c’è una cesura netta tra la campagna della prima metà e la città tentacolare della seconda metà del film, che i torinesi ameranno. Ci sta piazza Baldissera, il dancing Le Roi che gli amanti di Carlo Mollino ben conoscono, Piazza Carlo Alberto, Galleria Umberto 1°, e altri luoghi probabilmente montati da altre periferie di altre città. Un film molto originale, che innesta nella contemporaneità suggestioni del nostro migliore cinema (io ci ho visto tanto Pasolini, ma indubbiamente anche De Sica, Fellini o Rossellini ci stanno): perciò, insomma, un film “fuori dal tempo”. Una bellissima sorpresa. #recensioniflash

LEAVING NEVERLAND (Dan Reed, 2019)
Ci ho messo un po’ perché insomma, dura 4 ore, è un po’ come sucarsi una miniserie. E poi diciamocelo, è pesantuccio. Ed è curioso perché è un documentario che ruota intorno a un personaggio centrale ingombrantissimo, ma in realtà è la storia di due uomini spezzati, di due famiglie distrutte, di due vite che meritano tutto lo spazio che gli è stato concesso. La cosa degli abusi, insomma, era nota per chi ci voleva credere e chi no. Non mi sembra il punto del film, anche se sfido chiunque a dire che i due protagonisti si sono inventati tutto. Il punto semmai è la testimonianza vertiginosa e asfissiante (i primi due aggettivi che mi vengono in mente) che i due ormai adulti danno di quello che a tutti gli effetti era una sorta di “fidanzamento” con Michael Jackson, che loro amavano, abbagliati come da una seduzione infinita, tra videogames, popcorn e ogni tipo di pratica sessuale (non si risparmiano i dettagli). Lo amavano e lo coprivano, finché gli effetti degli abusi subiti, complice anche il diventare padri di entrambi, sono esplosi in crisi di ansia, fasi depressive e quant’altro. Il film è la loro storia, e anche se ogni tanto mi trovavo a pensare che forse si poteva anche alleggerire un po’, e che tutte queste interviste lunghissime potevano essere sintetizzate in montaggio, poi alla fine mi son detto che se era l’unico modo per far sentire la loro voce e la loro verità, ben venga Leaving Neverland. #recensioniflash

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