VIAGGIO NEL KORE’EDA-VERSE

Il mese di aprile vi riserva una raccolta di #recensioniflash un tantino atipiche. In effetti, ho passato quasi tutto il mese a visionare (con tanto amore) tutta la filmografia di Kore’eda Hirokazu, un regista immenso che qui da noi conoscono magari gli addetti ai lavori, quelli che seguono attentamente i festival o gli appassionati di cinema orientale, e che invece merita ripetute visioni ed estasi cinefile. Il suo ultimo film, da cui sono partito, ha sfiorato l’Oscar. Ma tutti gli altri sono piccole gemme perfette. Per me, che ho sempre praticato più che altro il cinema giapponese di genere (anime e horror soprattutto, qualche chanbara moderno e poi i grandi autori del passato come Ozu, Kurosawa, Oshima e Mizoguchi), è stata una vera sorpresa scoprire un regista che è al pari dei maestri. Quindi mettetevi comodi e… enjoy the reviews.

SHOPLIFTERS (Kore’eda Hirokazu, 2018)
Shoplifters (Manbiki Kazoku) stava lì da un po’, la mini locandina mi osservava dal mio browser, e io sotto sotto sapevo che sarebbe stato uno dei film più belli che avrei potuto recuperare del passato 2018. Forse proprio perché lo sapevo, un po’ aspettavo. Probabilmente ero partito col piede sbagliato con Kore’eda Hirokazu. Avevo visto un film un po’ lento ed esile, credo tratto da un manga (Air Doll), e non mi aveva colpito più di tanto. Invece questo è un film quieto ma potente, per il quale possiamo scomodare senza problemi il termine capolavoro. Adesso capisco perché lo paragonano a Ozu, adesso capisco perché nelle interviste lui dice sì, bello Ozu ma io sono influenzato anche da Loach. Adesso capisco chi è il miglior regista di bambini in circolazione. Adesso sto scaricando torrent come un pazzo da oscuri siti russi per recuperare tutta la sua filmografia. Perché se Shoplifters è solo l’ultimo di una serie di film così, io li devo vedere tutti. Il tema: la famiglia come scelta personale, la vita fatta di espedienti, una serie di piccoli grandi colpi di scena rivelati poco a poco, un amore diffuso anche dove i soldi mancano, piccoli crimini, metà film quasi idilliaco, l’altra metà duro come un pugno nello stomaco. Alla fine tutto ritorna nella legalità, ma al prezzo di disperdere l’amore (e comunque è stato bello e utile aver amato, per ognuno dei personaggi). Un affare di famiglia, insomma, come recita – per una volta in modo non becero – il titolo italiano. I primi piani finali dei bambini svelano un intero mondo di emozioni. Roma di Cuaròn è bello, ma Shoplifters è assolutamente eccezionale. Peccato per il mancato Oscar. #recensioniflash

I WISH (Kore’eda Hirokazu, 2011)
Proseguo nella mia intenzione matta e disperatissima di recuperare tutta la filmografia di Kore’eda sparandomi I Wish (Kiseki). Il film è la storia di due fratelli (anche i due attori sono fratelli) con genitori separati. Uno vive con la madre e i nonni a Kagoshima, l’altro col padre musicista a Fukuoka. Le due città sono collegate da una linea di treni veloci Shinkansen, e a quanto credono i bambini (in particolare Koichi, il più grande) vedere due Shinkansen incrociarsi sviluppa una tale energia da far avverare i desideri. Il desiderio di Koichi è ovviamente quello di riunire la famiglia. Tra amici di scuola, pomeriggi a mangiare patatine e bere té, piccoli problemi familiari, la cenere del vulcano Sakurajima, Koichi e Ryu decidono di incontrarsi proprio là, dove i desideri si avverano. Il racconto di formazione è delicatissimo e ha quella punta di amaro che è inevitabile – non tutti i desideri si possono avverare – e anche questa volta ho incontrato forse l’unico grande regista di bambini contemporaneo. Meraviglioso il montaggio di dettagli e frammenti temporali al passaggio dei treni. E alla fine non è detto che la cenere del vulcano si debba per forza posare su tutto. #recensioniflash

LIKE FATHER LIKE SON (Kore’eda Hirokazu, 2013)
Kore’eda Hirokazu, terza puntata: continua l’esplorazione della filmografia di quello che ormai è il mio nuovo regista giapponese preferito. Like Father Like Son (Soshite Chichi ni Naru) è un altro di quei film che esplora il concetto di famiglia, tema evidentemente centrale per Kore’eda. Il punto di partenza stavolta è un espediente narrativo che può sembrare ritrito: lo scambio di neonati subito dopo il parto. Ma ancora una volta lo sviluppo è assolutamente non banale e molto profondo nello scavo delle emozioni. Ci sono due famiglie, i Nonomiya, upper class, padre algido e super-esigente, appartamento di design a Shibuya, e i Saiki, piccolo borghesi un po’ caciaroni ma affettuosi, con un negozio di materiali elettrici a Maebashi. I rispettivi figli, Keita e Ryusei, diventano una sorta di “campo di gioco” per il dilemma del film: la famiglia è quella “di sangue” o è quella costituita dalla frequentazione e dall’amore quotidiano? Ryota Nonomiya imparerà a sue spese che – ovviamente – è buona la seconda. Seguiamo le due famiglie nel difficile percorso di “scambio di figli”, in cui Kore’eda con poche inquadrature riesce a veicolare mille sfumature emozionali. Alla fine si piange e si capisce che 1) i bambini insegnano ai genitori più di quanto i genitori insegnino ai bambini e 2) l’amore va solo a sommarsi e più si è a crescere i bambini, meglio è. Un altro colpo di fulmine. #recensioniflash

NOBODY KNOWS (Kore’eda Hirokazu, 2004)
Quarta incursione nel cinema di Kore’eda Hirokazu che ormai è diventato un’ossessione personale. Nobody Knows (Dare mo Shiranai) è un colpo al cuore, tratto da una storia vera successa a Sugamo, un quartiere periferico di Tokyo, negli anni ’80. Di nuovo, uno studio su una famiglia e su come questa riesce a sopravvivere anche “monca” (e soprattutto su come non sia il sangue a creare la famiglia). C’è una madre sui generis, Keiko, con quattro figli: Akira, il dodicenne protagonista, Kyoko, Shigeru e Yuki (circa 11, 7 e 4 anni). La madre è evidentemente una escort, e li lascia soli per lunghi periodi di tempo confidando nella maturità di Akira, responsabile di spese, bollette, affitto e quant’altro. Akira è l’unico figlio” riconosciuto”, gli altri tre devono stare nascosti e non farsi mai vedere fuori casa, pena lo sfratto. Un bel giorno, Keiko se ne va e abbandona i figli a loro stessi. Ogni tanto manda dei soldi. A un certo punto non ne manda più. La ritualità della famiglia si disgrega. L’infanzia si disgrega. Tutto scivola pian piano nel caos, fino a un finale agghiacciante. In tutto ciò, Kore’eda riesce a rendere una storia estremamente drammatica con leggerezza. Non intendo dire con humor e levità, anche se non mancano molti momenti di gioia e spensieratezza. Intendo che anche le situazioni più dure (e ce ne sono, nell’ultima ora di film) vengono raccontate in punta di piedi, senza spingere il melodramma, con estremo pudore. Io più continuo più sono innamorato di Kore’eda. Il protagonista Yūya Yagira ha vinto il premio a Cannes come migliore attore (credo sia stato il più giovane e forse il primo giapponese): guardate il film e capirete perché, anche se vi spezzerà un po’ il cuore. #recensioniflash

AFTER THE STORM (Kore’eda Hirokazu, 2016)
Quinto bollettino dal Kore’eda-verse, stavolta ho visto After the storm (Umi yori mo Mada Fukaku). Meno programmatico e più libero di altri suoi film, questo “Ritratto di famiglia con tempesta”, come recita il titolo italiano, è un raro e prezioso esempio di film che riesce ad essere non consolatorio e consolatorio nello stesso tempo. Cioè: a Hollywood ci sarebbe stata una scenata, qualche casino eclatante che poneva il protagonista sull’orlo dell’abisso e poi una bella riconciliazione finale. A Cinecittà più o meno lo stesso, ma con più urla e scenate isteriche e pesanti accenti romani. Ecco, no. Questa è la storia di Ryota (Hiroshi Abe, un grande), uno scrittore che ha azzeccato il romanzo d’esordio 15 anni fa e poi non è più riuscito a scrivere nulla. Ora galleggia lavorando in un’agenzia investigativa di terz’ordine, tra piccole truffe, gratta e vinci e alimenti da pagare. Infatti è divorziato, la moglie si vede con un altro uomo (ovviamente danaroso) e il figlio Shingo è oggetto del più classico dei tira-e-molla. Sta arrivando un uragano e quella notte tutti si fermano a casa dell’anziana madre di Ryota a Kiyose (ridente cittadina nella cintura ovest di Tokyo, mi piace annotare le location perché poi vado sempre a cercarmele su street view). E chiaramente durante la notte di tempesta ci saranno confronti intensi e rivelatori tra ex marito ed ex moglie, tra padre e figlio, tra madre anziana e figlio adulto, il tutto con lo spirito del padre di Ryota, morto da qualche tempo, che è ancora ben presente nel cuore dei protagonisti. Confronti che – come succede nella vita – sono utili a livello emozionale ma a livello pratico non cambiano le cose, non c’è “cambiamento” se non piccoli smottamenti di cuore, il cambiamento vero avverrà probabilmente molto tempo dopo la conclusione del racconto. Inutile dire che è un film che mi tocca da vicino, e che ha dei dialoghi che in qualunque altro contesto potrebbero essere banali, ma qui, per la maestria di Kore’eda brillano come gemme del quotidiano. Tipo (prendo una battuta dell’anziana madre): “Perché i maschi sono incapaci di vivere nel presente? Se non inseguono qualcosa che credono di aver perduto, si perdono in sogni irrealizzabili. Non ci si può godere la vita, in questo modo. Non si trova la felicità fino a che non si è capaci di disfarsi di certe cose”. E niente, come sempre, colpo di fulmine. #recensioniflash

STILL WALKING (Kore’eda Hirokazu, 2008)
Kore’eda Hirokazu come Ozu Yasujiro: il paragone nel tempo mi convinceva poco. Poi oggi ho visto Still Walking (Aruimato aruimato) e lì ho capito. In effetti, è proprio così. Se dovessi prendere ad esempio solo questo film, è come se fosse un concentrato di Ozu trasportato nel 21° secolo. Qui c’è la classica riunione di famiglia a casa dei nonni a Yokosuka nella baia di Tokyo, e chiunque può riconoscere le proprie riunioni di famiglia, con i nonni che raccontano i loro problemi, i figli ognuno con le loro famiglie e le loro storie, i bambini che osservano in silenzio. La riunione è per un’occasione speciale, in ricordo del primogenito morto per salvare un bambino in mare. Sarà ormai il dodicesimo anniversario della morte di Junpei, e Ryota (il fratello di mezzo, sposato con una vedova con figlio) e la sorella minore Chinami (quella casinista e un po’ trafficona) sono cambiati, anche se gli anziani genitori li vedono sempre uguali. Tutto il film consta di preparazione di piatti tradizionali in cucina, pranzi, cene, pennichelle, bambini che giocano fuori, bagni serali, passeggiate, visita al cimitero alla tomba di Junpei, ma in questa routine quotidiana succedono molte cose sotto la superficie. Meravigliosa Kiki Kirin (praticamente la “nonna” in tutti i film di Kore’eda) nel momento in cui svela che ogni anno invita il ragazzo ormai adulto salvato da Junpei solo per farlo sentire una merda e “avere qualcuno da odiare” per la morte del figlio. Molto Ozu anche la farfalla gialla (tradizionalmente anima di un defunto) che si posa sulla foto di Junpei. Basato su un libro autobiografico dello stesso regista. #recensioniflash

OUR LITTLE SISTER (Kore’eda Hirokazu, 2015)
Ancora dal Kore’eda-verse (no, non ho smesso). Ho visto Our Little Sister (Umimachi Diary). Questo è un film tratto da uno shojo manga abbastanza popolare in Giappone: la storia in breve è – come sempre – quella di una famiglia con delle ferite. Un padre che ha abbandonato tre figlie (Sachi, Yoshino e Chika) e che quindici anni dopo muore, lasciando come sorpresa una sorella adolescente di secondo letto alle tre protagoniste. Kore’eda ha shiftato il punto di vista dalla sorella piccola Suzu (voce narrante del manga) alla maggiore Sachi, spostando l’accento dal racconto di formazione adolescenziale alla riflessione adulta su come possono sanarsi le ferite di un’infanzia negata (abbandonate anche dalla madre, le tre sorelle si sono autogestite per anni a casa della nonna a Kamakura, con la supervisione di Sachi maturata troppo in fretta). Dirò subito che è il film che ho apprezzato meno di Kore’eda finora, perché non ha la stessa risonanza emotiva degli altri. Accoglie alcuni stilemi formali di Ozu (molte inquadrature delle sorelle fanno pensare al Maestro, che peraltro ha vissuto a lungo a Kamakura e ci è pure sepolto), ma a livello più profondo Still Walking era molto più Ozu-iano. C’è un racconto molto ondivago, emergono sporadicamente dei conflitti, ma nulla di paragonabile ad altri film di Kore’eda. In generale poco convincente, ma comunque un piacere per gli occhi (cast quasi tutto femminile e notevoli bellezze asiatiche). #recensioniflash

AFTER LIFE (Kore’eda Hirokazu, 1998)
Credevate forse avessi smesso con Kore’eda? No. In questi giorni ho visto anche After Life (il suo secondo film, noto in patria come Wandafuru Raifu, “Wonderful Life”). Ed è curioso andare così a ritroso nella filmografia di un regista da trovare un qualcosa di completamente diverso dalle opere viste finora. Qui siamo di fronte a un particolare misto di fantasy, dramma, documentario e metacinema. C’è questo casermone squallido e un po’ cadente dove lavorano degli impiegati. È lunedì, e comincia una nuova settimana di lavoro. Arrivano i “clienti”. Si tratta di persone morte da poco, che stazionano in questa anticamera dell’aldilà e – aiutati dai solerti impiegati – devono scegliere un singolo ricordo felice da portare con sé per l’eternità. Una volta scelto il ricordo (entro il mercoledì sera) gli altri giorni della settimana saranno impegnati a ricreare il ricordo su pellicola con l’aiuto di una troupe dedicata. Gli attori che interpretano i morti sono quasi tutti non professionisti, e gran parte del film è basato su interviste improvvisate sui ricordi da passare in rassegna. Ma c’è un intrigo romantico tra gli impiegati Takashi e Shiori (la bellissima Oda Erika) che avrà un risvolto inaspettato. Un film sorprendente, che nella prima metà sa di documentario, nella seconda metà mette in scena il lavoro cinematografico come creatore/conservatore di coscienza. La metafora dell’aldilà come un luogo dimesso dedito alla burocrazia (bellissimo l’archivio della vita delle persone in forma di VHS da ri-visionare) non è nuova – non lo era nemmeno nel 1998 – ma Kore’eda la rende in modo coinvolgente e poetico. E lo sfogo della triste e arrabbiata Shiori nella prima neve è una sequenza da antologia. #recensioniflash

MABOROSI (Kore’eda Hirokazu, 1995)
La fine del mio meraviglioso viaggio coincide con il primo lungometraggio di fiction di Kore’eda, Maborosi (Maboroshi no Hikari), tratto da un romanzo di Miyamoto Teru. Il film si svolge tra Osaka e la penisola di Noto, un posto abbastanza selvaggio poco più a nord. A Osaka, Yumiko (che in passato ha avuto i suoi bei problemi ad accettare la morte della nonna) è felicemente sposata con un figlio piccolo. A un certo punto, senza preavviso, suo marito si fa investire da un treno. Un suicidio inesplicabile che lascia Yumiko senza parole. Dopo qualche anno, Yumiko si risposa con un altro uomo e si trasferisce a Noto. La vita procede tranquilla e bucolica con il nuovo marito Tamio e la di lui figlia, però… c’è un però. Il buco nero del mistero della morte del primo marito la perseguita, e tornata a Osaka per il matrimonio del fratello, tutto le ripiomba addosso. Il lutto ricomincia a soffocarla, e in una sequenza lenta, onirica e impressionante Yumiko vaga sulla spiaggia intorno alla pira funeraria di uno sconosciuto chiedendosi “Perché”. Eroina quasi da tragedia greca, Yumiko si muove in questo film come una figurina trasportata da forze più grandi di lei. Il film stesso ha pochissimi movimenti di macchina, si contano sulle dita di una mano (può darsi sia l’eredità del precedente stile di Kore’eda documentarista). In sintesi, un altro tassello nell’universo narrativo di Kore’eda che evidenzia il lato spirituale delle sue storie più che quello “mondano”. Comunque eccezionale. #recensioniflash

DÈI SCONOSCIUTI, TOSSICODIPENDENZA E PEDOFILIA

Marzo è finito anche lui, e io sono di nuovo qui con un carico di #recensioniflash, quelle che probabilmente avete lasciato correre mentre le postavo su Facebook e invece io, implacabile come una cartella Equitalia, ve le ripropongo qui come un minestrone riscaldato. Ma saporito. Si va ad incominciare.

IL PRIMO RE (Matteo Rovere, 2019)
Difficile dire qualcosa di compiuto su questo film, un oggetto completamente alieno nell’Italia degli ultimi 30 anni. Cosa non è Il primo re: non è una rivisitazione del sandalone o peplum fantastorico anni ’50-’60. Non è un’astuta operazione metaforica in cui si vuol parlare del presente raccontando il passato. Non è il tipico film italiano. Sicuramente è vicino a produzioni come Valhalla Rising, Apocalypto, in qualche misura Revenant, ma trova un suo stile e una sua via narrativa unica pur con qualche lungaggine nella parte centrale. La storia sappiamo tutti come va a finire, quindi l’interesse sta nel vedere la dinamica tra i due fratelli prima della soluzione finale, e – diciamocelo – nelle ossa spezzate, nelle mazze chiodate, negli spadoni e nei roghi, nelle carni dilaniate, nel sangue, nella pioggia, nel fango, nel fiume, nel fuoco. Nessun film italiano mai aveva messo in campo una tale professionalità negli effetti prostetici. Lode a Matteo Rovere per aver indicato la via. Il protolatino, la luce naturale, la colonna sonora discreta, elettronica ma tribale il giusto, tutto contribuisce ad un’esperienza immersiva e totale. Poche cose stonano (forse solo un coro di voci bianche a una cerimonia funebre e una comparsa troppo simile a Caparezza). Io comunque spero che questo sia solo un inizio. #recensioniflash

SORRY TO BOTHER YOU (Boots Riley, 2018)
I grandi recuperi della domenica sera: Sorry to Bother You. A parte che è un film di Boots Riley, uno che conoscevo solo per aver fatto il rapper antagonista negli anni ’90 (lo associo a Rage Against The Machine, Living Colour, The Roots, questa gente qua). A parte che c’è Lakeith Stanfield, che da un paio d’anni apprezzo molto per il suo ruolo in Atlanta (la serie di Donald Glover / Childish Gambino). A parte la colonna sonora di Tune-Yards che urla alt-pop, noise-folk, lo-fi, free-jazz punk inglese a ogni cambio di inquadratura. Insomma a parte tutte queste cose fighe, il film è una – ehm – commedia di fantascienza anticapitalista che racconta la storia di un lavoratore di call center che si invischia in una strana agenzia per il lavoro che fa esperimenti genetici inquietanti per creare una sorta di nuovo proletariato. Ma va beh, non voglio fare spoiler. È un film intelligente, divertente, parecchio inquietante (il protagonista fa carriera nel call center perché riesce a fare bene la “voce da bianco”) e rende bene alcune dinamiche di organizzazione del lavoro, del sindacato, dell’esperienza afroamericana (in alcuni punti mi ha ricordato il sarcasmo nero di Get Out o di BlacKKKlansman). Insomma, ci sono voluti 27 anni perché Boots Riley passasse dalla musica (e dall’attivismo) al cinema, ma ne è valsa la pena. Ah, soluzioni registiche alla Michel Gondry in agguato quasi in ogni scena (in uno spezzone di animazione è addirittura citato quasi letteralmente). Un punto a favore in più. #recensioniflash

FREE SOLO (Jimmy Chin e Elizabeth Chai Vasarhelyi, 2019)
Oscar per il miglior documentario? Mi ci ficco. Free solo è un film che ti tiene incollato alla poltrona perché beh… parla di arrampicata a mani nude e mette in scena senza mezzi termini una sfida mortale tra l’uomo e la natura. Alex Honnold, il protagonista, è un simpatico cazzone oltre che un atleta estremo. Empatizziamo con lui mentre cucina robe improbabili e le mangia dalla padella, fa la doccia nel suo minivan, parla della sua vita amorosa pressoché inesistente (fino all’arrivo dell’attuale fidanzata). Ma l’altro protagonista è El Capitan, la formazione rocciosa più nota dello Yosemite Park, che Alex decide di scalare. La preparazione è tutto, e a poco a poco arriviamo al punto in cui tutti, Alex, fidanzata e collaboratori vari realizzano che l’indomani potrebbe essere il giorno dell’incontro con la morte. Segue ultima mezz’ora da mangiarsi le unghie. Recuperatelo ovunque potete (a Torino credo lo diano al Cinema Massimo). #recensioniflash

AQUAMAN (James Wan, 2019)
Aquaman, che vi devo dire. Per me i film dei supereroi dovrebbero essere tutti così. Un po’ cartooneschi, in fondo sono tratti da fumetti per ragazzi, non me ne vogliano i nerdissimi amici. Cioè, alla fine, ci piacciono i supereroi perché in fondo restiamo un po’ ragazzini. E il Cavaliere Oscuro e il Soldato d’Inverno sono drammatici, tormentati e hanno più livelli di lettura, ma gratta gratta vuoi le mazzate e le battute alla Bud Spencer, con il bonus degli attoroni e degli effetti speciali al top. E Aquaman è tutto questo: soddisfa abbastanza i filologi fumettofili, strizza l’occhio qua e là, ci stanno Nicole Kidman e Willem Dafoe, c’è un protagonista che buca lo schermo (e che in casa Marvel – Deadpool escluso – se lo sognano), e insomma figo. Un po’ lungo, ma figo. E poi c’è il topos della sequenza in Italia nel film americano, dove è palese a tutti che noi siamo sempre il paese del bar in piazzetta, della pizza, del gelato artigianale e del “buongiorno”. Salvo che poi arriva Black Manta e spacca tutto. #recensioniflash

BEAUTIFUL BOY (Felix Van Groeningen, 2019)
L’avevo lì da un po’, timoroso. Ho scoperto solo dopo che è tratto da una storia vera: in pratica è tratto da due libri paralleli, quello del padre e quello del figlio. Perciò, come in tutti i film tratti da una storia vera, alla fine ci sono le scrittine, quelle che ti dicono “poi va a finire così e cosà”. Comunque. Tentennavo perché Beautiful Boy è un film di padri e figli che parla del peggior incubo che si possa instaurare tra un padre e un figlio, dove il primo sclera perché non ha nessun modo di aiutare il secondo che si autodistrugge a poco a poco. Intendiamoci, è una storia di una banalità angosciante, se vogliamo: c’è Timothée Chalamet che si inietta ogni droga possibile e Steve Carrell che annega nell’impotenza. Vanno avanti così finché non ti aspetti il peggio, e poi c’è il twist finale: sono ancora tutti vivi, hanno fatto il libro e adesso il film. E niente, loro due sono bravissimi, questo è il punto di forza del film. Anche una certa giustapposizione in montaggi che sembrano alternati e invece sono… beh, sì, alternati ma non sul piano spaziale bensì su quello temporale (è curioso, non si vede tantissimo in giro). E poi una colonna sonora molto 1999, tipo Mogwai, Massive Attack, Tortoise, Aphex Twin, Nirvana, Sigur Ròs, ma anche Bowie, Neil Young, Grace Slick. Come film sulla droga non sta in una ideale top five (Requiem for a Dream, Trainspotting, Drugstore Cowboy, Panico a Needle Park, Basketball Diaries sarebbe la top five per me). Come film sul rapporto quotidiano tra padri e figli (es. Paris Texas, Kikujiro, Big Fish), invece, è abbastanza su. #recensioniflash

LAZZARO FELICE (Alice Rohrwacher, 2018)
Lorenzo mi dice che c’è Lazzaro Felice su Prime Video e allora via, recuperone! Volevo vederlo da tempo pur non sapendone nulla, se non che persone fidate lo avevano trovato eccezionale. E infatti. Vengo inizialmente sconvolto da una sorta di Albero degli Zoccoli 2.0, ambientato in una versione rurale degli anni ’90 in una zona imprecisata un po’ umbra, un po’ tuscia viterbese. Poi c’è questo personaggio totalmente alieno di Lazzaro, sorta di idiota (nel senso buono del termine) motore immobile della storia. C’è una storia, un intrigo che non racconto perché è sorprendente vederlo senza sapere nulla e accogliere a poco a poco quel che di mistico e di surreale accade all’incirca a metà film. Basti sapere che c’è una cesura netta tra la campagna della prima metà e la città tentacolare della seconda metà del film, che i torinesi ameranno. Ci sta piazza Baldissera, il dancing Le Roi che gli amanti di Carlo Mollino ben conoscono, Piazza Carlo Alberto, Galleria Umberto 1°, e altri luoghi probabilmente montati da altre periferie di altre città. Un film molto originale, che innesta nella contemporaneità suggestioni del nostro migliore cinema (io ci ho visto tanto Pasolini, ma indubbiamente anche De Sica, Fellini o Rossellini ci stanno): perciò, insomma, un film “fuori dal tempo”. Una bellissima sorpresa. #recensioniflash

LEAVING NEVERLAND (Dan Reed, 2019)
Ci ho messo un po’ perché insomma, dura 4 ore, è un po’ come sucarsi una miniserie. E poi diciamocelo, è pesantuccio. Ed è curioso perché è un documentario che ruota intorno a un personaggio centrale ingombrantissimo, ma in realtà è la storia di due uomini spezzati, di due famiglie distrutte, di due vite che meritano tutto lo spazio che gli è stato concesso. La cosa degli abusi, insomma, era nota per chi ci voleva credere e chi no. Non mi sembra il punto del film, anche se sfido chiunque a dire che i due protagonisti si sono inventati tutto. Il punto semmai è la testimonianza vertiginosa e asfissiante (i primi due aggettivi che mi vengono in mente) che i due ormai adulti danno di quello che a tutti gli effetti era una sorta di “fidanzamento” con Michael Jackson, che loro amavano, abbagliati come da una seduzione infinita, tra videogames, popcorn e ogni tipo di pratica sessuale (non si risparmiano i dettagli). Lo amavano e lo coprivano, finché gli effetti degli abusi subiti, complice anche il diventare padri di entrambi, sono esplosi in crisi di ansia, fasi depressive e quant’altro. Il film è la loro storia, e anche se ogni tanto mi trovavo a pensare che forse si poteva anche alleggerire un po’, e che tutte queste interviste lunghissime potevano essere sintetizzate in montaggio, poi alla fine mi son detto che se era l’unico modo per far sentire la loro voce e la loro verità, ben venga Leaving Neverland. #recensioniflash

NAZI-ZOMBIE, LESBISMO A CORTE E SHA-LA-LA-LOW









Tra recuperi storici, film nuovi di pacca, serie A, B e C, ecco qui una raccolta delle #recensioniflash di febbraio 2019 (come sempre, i film che mi hanno fatto venir voglia di dire qualcosa, perché su quelli che non mi lasciano nulla difficilmente spendo parole).

CREED II (Steven Caple Jr., 2018)
C’è questa cosa che chi mi conosce non sospetta, che ho un debole per i film di boxe. Cioè, io non guardo sport (non li capisco). Capisco solo le mazzate, la boxe, le arti marziali, il sumo, eventualmente le mazzate più metaforiche, la scherma, il tennis. In ogni caso l’uno contro uno. Solo nello scontro frontale capisco il valore dell’eroe. Ed è fuor di dubbio che Stallone è da sempre riuscito a rendere bene questa epica. Tanto quanto i film di Rocky sembrano fuori dal tempo oggi, questo Creed (e il precedente, che comunque era stata una piccola rivelazione) sorprendono per aggancio al presente, solidità narrativa, certo anche prevedibilità. Questo sequel è come da manuale più grosso, più pompato, più ansiogeno del precedente. Ma in un modo classico, sorprendente proprio perché senza troppe sorprese forzate e voglia di stupire a tutti i costi. Le mazzate ci sono, la saliva, il sangue, il sudore pure. Le sequenze di allenamento che fomentano, la sconfitta clamorosa esattamente alla fine del secondo atto, la rimonta con i 10 round in tempo reale del terzo atto, le costole rotte, l’asciugamano per terra. E quando parte il tema di Rocky, anche se non vuoi hai la pelle d’oca. Piccola annotazione: bisogna essere dei gran signori per lasciare a terra in sala di montaggio una scena in cui Rocky Balboa e Ivan Drago si menano duro in un corridoio (vista su YouTube). E Stallone, modestamente, lo è. #recensioniflash

NEXT GEN (Kevin R. Adams e Joe Ksander, 2018)
Ieri per caso stavo guardando Next Gen su Netflix: bella sorpresa. Un mix cinese di suggestioni da Terminator a Transformers passando per il riferimento più evidente a Big Hero 6, con annessi Keynote finto Apple, colonna sonora pop punk e protagonista problematica. Molto godibile anche perché la visione degli animatori cinesi della metropoli cyberpunk ha qualcosa di particolare e di diverso dagli approcci occidentali. In alcuni punti (il campetto da gioco preservato in mezzo ai grattacieli futuribili) mi ha ricordato certe visioni del futuro di Doraemon. La voce originale del robot è di John Krasinski, il che dà al tutto quella patina di malinconia. #recensioniflash

A STAR IS BORN (Bradley Cooper, 2018)
Nella mia famiglia “È nata una stella” è un po’ una staffetta. Mia madre stravedeva per Judy Garland e James Mason, io sono cresciuto con Barbra Streisand e Kris Kristofersson, nessuno ha visto l’originale del ’37 (e comunque non era un musical quindi non vale). Il recuperone era dovuto. Che posso dire. A confronto per esempio con La La Land ne esce un prodotto hollywoodiano “classico” nel senso migliore del termine, laddove il film di Chazelle era più costruito, postmoderno, citazionistico. Cooper canta suona dirige recita fa il figo come riesce bene solo a lui e spinge avanti Lady Gaga (che beninteso io adoro sempre) per spaccare meglio con le canzoni. Un film di personaggi – di archetipi direi – risaputi ma “risonanti”. Sam Elliott si becca una delle inquadrature che da sole valgono un mélo intero. Si fa guardare e ascoltare, non sfigura affatto. Lo trovo un risultato straordinario. #recensioniflash

THE FAVOURITE (Yorgos Lanthimos, 2018)
Spiace che l’irresistibile sgradevolezza di Lanthimos si sia un po’ ammorbidita, ma forse è il suo normale percorso verso il mainstream. Intendiamoci, è comunque una storia di prevaricazioni e violenza psicologica reiterata, pur mascherata da “commedia” in misura maggiore rispetto ad altri suoi film (laddove quello più “divertente” era The Lobster, dal quale piomba come un rapace la presenza di Rachel Weisz). Gli intrighi di corte – un classico del film in costume – sono qui affidati a un trio di donne eccezionali, che rappresentano alla perfezione un discorso universale sul potere e sul sesso come mezzo per ottenerlo e mantenerlo. Non ci si può distrarre, il potere va e viene, un po’ come i conigli, protagonisti dell’ultima, assurda inquadratura. Stile di regia provocatorio e in contrasto con gli ambienti e il contesto (che richiamano subito Kubrick e Greenaway), largo uso di fish eye, grandangoli, steadicam a effetto straniante. Il disagio qui è soprattutto affidato a primissimi piani tenuti ben al di là del necessario, uno scavo quasi bergmaniano sui personaggi. Degna di nota la colonna sonora: Bach, Handel, Purcell e Vivaldi, ovviamente, ma anche un paio di momenti romantici totalmente fuori contesto e un pezzo di Elton John alla spinetta che un po’ manda tutto in vacca. Una curiosità per grafici e designer, tutti i titoli di testa e di coda sono il trionfo del kerning. I miei occhi hanno festeggiato. #recensioniflash

OVERLORD (Julius Avery, 2018)
Per prima cosa voglio dire: ci sono film dove vengono spaccati crani a suon di mazzate, e questo è uno di quelli. Se amate i crani sfondati e avete apprezzato Irreversible, Brawl in Cell Block 99 o Drive, Overlord è un film che fa per voi. Se non amate i crani sfondati, il gore estremo alla Tom Savini anni ’80 (tipo Day of the Dead per intenderci) e l’assurdità di zombie movie come Il ritorno dei morti viventi, ecco allora anche no. Fatta questa doverosa premessa, Overlord parte con 10 minuti di adrenalina pura e totale con i soldati americani che la notte prima dello sbarco in Normandia si devono paracadutare in un villaggio dell’entroterra. Obiettivo: far crollare un campanile dove i nazi hanno un centro di comunicazione. Solo che ovviamente i nazi fanno gli esperimenti con i sieri zombificanti e usano i contadini francesi come cavie per ottenere il supersoldato immortale. Ok, stronzata, ma la resa è spettacolare. Da metà in poi il film diventa praticamente Wolfenstein 3D, quindi anche lì, se subite il fascino dell’effetto nostalgia per i vecchi videogame, Overlord fa per voi, altrimenti anche no. Di sicuro il tizio che fa Euron Greyjoy in GoT con la mascella aperta che sghignazza sputazzando sangue e denti e menando colpi devastanti stile Hulk vale la visione. In quota citazionismo estremo abbiamo: donna francese che neutralizza nazi zombie con lanciafiamme (Aliens, ma anche un po’ Inglorious Basterds), supernazizombie che viene impalato da un tubo di metallo (Commando), soldato buono che viene appeso a gancione da macellaio (Non aprite quella porta). Come avrete capito, per me è un sì. #recensioniflash

CAN YOU EVER FORGIVE ME? (Marielle Heller , 2018)
Ebbene. Aspettavo al varco questo film perché c’è Melissa McCarthy, per me la migliore attrice comica degli ultimi vent’anni. Che poi uno pensa, è il suo primo ruolo drammatico e tutti ooooh che bella interpretazione perché si sa che il comico che improvvisamente fa il dramma è come se fosse “promosso” ad attore vero. In realtà, dopo anni di gavetta, per me McCarthy rappresenta pienamente al femminile il mondo di Judd Apatow e Paul Feig, fautori di una commedia obliqua e molto realistica, a metà tra lo sboccato e il mumblecore, e insomma come sempre alla fine non sto parlando del film. Il film è “tratto da una storia vera”, non sto a dirvi quale perché sarebbe tutto un gran spoiler. Basti dire che è essenzialmente un film per gattare un po’ alcolizzate, che c’è Richard E. Grant ed è subito Shakespeare a colazione 30 anni dopo, che contiene un pezzo da urlo di Lou Reed prima coverizzato e poi in versione originale sui titoli di coda, che il feticismo per le macchine da scrivere e i word processor d’epoca dilaga, che i cardigan della protagonista sono qualcosa che fa venir voglia di strapparsi gli occhi. Ah, Melissa McCarthy non solo fa il ruolo drammatico ma sta imbruttita e senza trucco (perché se fai la donna brutta si sa che ti nominano agli Oscar). Altro merito incredibile del film è quello di far conoscere Dorothy Parker all’ignaro pubblico non americano. Ora voglio leggere tutti i suoi libri. #recensioniflash