GUERRE E LIBERAZIONI

GUERRE E LIBERAZIONIAllora, le cose stanno così.
Nel 1934 i nonni si sposavano e veniva loro assegnata la gestione del cinema comunale “Littorio” di Barge. Lui proiezionista, lei addetta al bar e alla cassa. Nell’ottobre del 1935, il nonno viene richiamato e spedito in Etiopia a combattere. Viene ferito a un ginocchio e – considerato spacciato – viene rispedito a casa. Rasato a zero e dimagrito di 15 kg, viene accolto da moglie e suocera, che al binario della stazione di Barge gli rivolge la fatidica domanda “Voes-tu dui oeuv al palèt?” (Vuoi due uova al tegamino?). Curato a suon di clisteri, il nonno riprende le forze, tanto che nel dicembre del 1937 nasce mia madre. Le cose procedono relativamente bene tra il cinema e la vita familiare, finché non spirano di nuovo venti di guerra.

A quel punto, prima dell’entrata in guerra ufficiale dell’Italia, il nonno riesce ad ottenere il trasferimento nel corpo dei Vigili del Fuoco. Il tempo della guerra passerà così, a scavare tra le macerie dei bombardamenti, a portare in salvo paesani e partigiani quando poteva, senza le interferenze dei tedeschi asserragliati nel loro quartier generale, l’albergo Cannon d’Oro di fianco al Comune.

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LE TEMPS DE L’AMOUR

I love you, but...C’è da dire che quando proclamo in giro anche a chi non ha il minimo interesse ad ascoltarmi che Moonrise Kingdom è il film dell’anno (ma per me, oserei dire, di brutto anche uno dei cult della vita) ottengo reazioni contrastanti. Chi lo ha amato tantissimo e chi l’ha trovato una cagata pazzesca. Ora, io vi voglio bene lo stesso, anche se sputate su Wes Anderson e sulle sue piccole manie. Ma se avete amato il film sapete di cosa sto parlando.

Piccoli accumuli di oggetti, situazioni, frasi, contesti. Frammenti di un limbo surreale tra infanzia e età adulta che alcuni di noi condividono, e che ci è rimasto un po’ appiccicato dentro.

Un film come Moonrise Kingdom non fa altro che dirci “Ehi, ti ricordi di noi? Siamo i tuoi frammenti appiccicosi! Forse la prima rata del mutuo ti ha costretto a relegarci lì, in un angolino buio, ma noi siamo sempre qui, e segretamente governiamo ogni tua emozione”. Io, per dire, se dovessi fare un film wesandersoniano, lo ambienterei a cavallo tra il 1980 e il 1981 e ci metterei dentro questi frammenti qua (cliccare per approfondire, magari ascoltando questo pezzo in sottofondo):

  • una collezione di view-master e dischi cartonati per view master
  • un mangiadischi a 45 giri che preveda in dotazione almeno “Amoureux Solitaires” e “Paradise
  • una collezione di riproduzioni di monete antiche romane, ellenistiche e persiane
  • una serie di libri di Peter Kolosimo (il Giacobbo di noi settantini)
  • pantaloni di panno pied-de poule e gilet smanicati di lana
  • una serie di adesivi promozionali del brand Sinclair (ZX80, ZX81 e Spectrum)
  • gli adesivi fustellati dell’Editoriale Corno o di Alan Ford
  • poltrone in velluto color vinaccia
  • una soffitta in cui passare il tempo a toccarsi con compagni e compagne di scuola (*)
  • una cantina labirintica in cui perdersi
  • risse epocali con le bande da cortile
  • un certo numero di pallonate in faccia prese stando in porta dopo essere stato scelto per ultimo in squadra
  • pericolosi ragazzini sardi che si avvicinano minacciosamente al protagonista
  • fascicoli ciclostilati di inni sacri da imparare a memoria per il catechismo del mercoledì pomeriggio
  • una pila di vecchie riviste pornografiche nascosta nella sede AGESCI di zona
  • una collezione di granchi vivi di dimensioni da minuscolo a ommioddio
  • capelli sempre incrostati di sale
  • ghiaccioli a 200 lire gusto anice e tamarindo
  • cabine da spiaggia in cui passare il tempo a toccarsi con gli amici e le amiche del mare (*)
  • costumi a slippino, un tot
  • libri polverosi con illustrazioni risalenti al secolo precedente
  • un diario talmente pieno di bigliettini, commenti e chiose altrui da sembrare un Facebook ante litteram
  • una serie di bambole di pezza dall’innocuo all’inquietante
  • una serie di Big Jim e GI Joe impiccati
  • snack inusuali come le pesche nel barbera o il rosso d’uovo nel caffé nero
  • tirare i sacchetti della spazzatura nel fiume (antiecologico, lo so, ma non esistevano i cassonetti)
  • una radura nei boschi in cui passare il tempo a toccarsi con le cuginette e i cuginetti (*)
  • un certo numero di proto-videogames come questo
  • almeno un’apparizione di Carlo Massarini vestito di bianco
  • album di figurine di ogni tipo compreso almeno un esemplare dove le figurine profumano se grattate
  • una collezione di calendarietti profumati con le donne nude (il barbiere te li regalava se non facevi casino)
  • gli occhialini 3D quelli immortali blu e rossi
  • sigarette trovate per strada e fumate di nascosto fino a vomitare
  • qualche sequenza animata di Hiroshi Sasagawa o di Leiji Matsumoto
  • i film di Mario Bava, Umberto Lenzi, Antonio Margheriti visti di nascosto (Fulci è arrivato un po’ dopo)
  • gabinetti alla turca, vespasiani o gabinetti comunque fuori casa, freddi e scomodi
  • magliette con pubblicità di medicinali
  • occhiali finto tartaruga con montatura “per la crescita”
  • un tubetto di caramelle PEZ
  • una collezione di caleidoscopi
  • un quaderno dove annotare le collezioni di qualunque cosa
  • un quaderno dove annotare i sogni e gli incubi
  • una serie di paurosi armadi in legno scuro
  • un certo numero di scatole in cui accumulare oggetti che non fanno parte di nessuna collezione ma vanno comunque conservati

Alcune di queste cose le conservo ancora con me, altre restano solo in memoria…
E mi fermo qui, non per mancanza di frammenti, di oggetti, di situazioni, ma perché rischierebbero di prendere il sopravvento.
Potrei pensare di calcarmi un cappello di pelliccia sulla testa e darmi alla fuga.

(*) Nel 1981 in effetti passavamo la maggior parte dei pomeriggi in questo tipo di attività, ma non temete: dovendo mostrare queste situazioni, proprio come nel film di Wes Anderson, ci sarebbe un’ellissi temporale e/o uno stacco di montaggio per evitare di incorrere nella censura. Anche se mi domando cosa i censori pensano che possa escogitare un gruppo di preadolescenti lasciati a sé stessi per passare il tempo, se non quello.

CI HANNO RUBATO IL VINTAGE

Il vintageOggi mi facevo un giro da FNAC e pensavo a quanto tutto invecchia precocemente.
E mentre vagavo tra uno scaffale di film horror anni ’40 con un mano il mio Orlando Furioso commentato da Calvino (provvidenziale e rinfrescante acquisto di oggi), ho adocchiato l’inenarrabile.

La Atari (sì, proprio quella Atari) è appena uscito con una console a 59 euro, un po’ più piccola dell’originale VCS del 1978, con la stessa rifinitura in finta radica, e i due joystick gommosi col tastone rosso, simbolo assoluto del divertimento vintage.

La novità è che non c’è lo slot per le cartucce dei giochi, dato che la capiente memoria di questa console “blindata” contiene tutto il catalogo originale Atari a 8 bit, da Centipede a Space Invaders, da Pong a Night Driver, da Combat a Warlords.

Pensavo che il bieco sfruttamento ai danni di noi poveri vecchi nostalgici fosse arrivato al suo punto più basso con l’app per iPad Atari’s Greatest Hits. Invece no, qui siamo ad un livello ancora più subdolo. La console, capite, si collega al televisore di casa. E puoi manovrare il joystick originale mentre in TV bizzarri pixel grossi come un unghia del mio mignolo si muovono sullo schermo.

E tutto mentre io faccio la posta alle console originali in vendita su eBay, generalmente (se funzionanti) a non meno di 100 euro. Cosa non si fa per indurre bisogni nelle persone dalla psiche debole.

Ormai ci hanno rubato anche il vintage, e io resto qui a domandarmi se vale più la pena ricomprarmi la console originale ed esporla nel mio personale museo della tecnologia retro, cedere alle ubbie del mercato e giocare effettivamente con una console pura imitazione, o mandare a cagare la Atari e dedicarmi anima e corpo a BIT.TRIP Complete per Nintendo Wii.