SINDROME AFFETTIVO/NORMATIVA

Sono circa otto mesi che non scrivo roba più lunga di un post su Facebook o un tweet. Il tempo passa in fretta, quando ci si diverte. I terribili due, intanto, sono diventati gli apocalittici tre. E se i due anni della Creatura sembravano un interminabile palude di capricci, piedi pestati e respiro trattenuto, i tre anni… Beh, sediamoci. Lasciate che vi racconti. Prendete un tè sencha. O un tè bancha, vedete un po’ voi, che è ricco di antiossidanti.

Avere un bimbo di tre anni in casa è un po’ come avere a che fare con un alieno che sta cominciando a imitare il vostro comportamento e i vostri modi di dire in attesa di conquistare il pianeta e sottomettere l’intero genere umano. E tu lo vedi chiaramente, dal suo sguardo, che non ha intenzione di fare prigionieri.

Si alza il livello dello scontro: da un lato c’è la scuola materna, che gli offre strumenti per impostare la sua socialità (la sua personale visione della socialità, quantomeno, basata — diciamo così — sull’espressione corporea).

Dall’altro c’è la famiglia, vincolo amorevole dal quale giustamente la Creatura tenta in ogni modo di fuggire. Dico “giustamente” perché ritengo sia normale che ci sia un forte desiderio di indipendenza dai tre anni in avanti, che però entra un filino in conflitto con alcune regole familiari del tipo “non correre in mezzo alle arterie metropolitane nell’ora di punta” o “non giocare a pugnalarti le cosce con il coltello”.

E sempre di più entra in gioco sottilmente, anche se non lo vorresti, il confronto con gli altri. Perché invariabilmente, il figlio del vicino è sempre più verde. Poi scopri che non è così, ma questa è un’altra storia. Di certo i piccoli alieni fanno molta attenzione a non svelarsi con gli estranei.

Inevitabile quindi che a questo punto ci si trovi nel guado della schizofrenia genitoriale più acuta. Quella che io chiamo la sindrome affettivo/normativa, dalla doppia valenza che l’analisi transazionale dà al ruolo genitoriale (non ve l’aspettavate, eh, la botta culturale). Di base, la nostra è una famiglia piena di amore. Noi ci baciamo molto, tutti. Io ho sempre creduto nel bacio come veicolo di amore, amicizia, stima, rispetto. E microbi, ovviamente.

Il nostro modello ideale è quello di un genitore che sta vicino, ma che sa anche stare in disparte, che supporta, che incita a farcela ma che dà una mano in caso di necessità, che abbraccia e mette il cerottino sulle ferite delle ginocchia e del cuore, che legge le storie e occasionalmente si fa strapazzare nei giochi un po’ più fisici, che propone nuove esperienze ma che rinuncia e rimanda se sente che il bambino non è pronto. Tutto molto bello, ma c’è bisogno anche del lato oscuro.

Quindi anche se non ci piace, in famiglia cerchiamo anche di essere detentori di alcune regole di base inderogabili, sanzionatori quando è il caso e comunque capaci anche di fermezza nel non cedere di un millimetro durante le continue, logoranti contrattazioni che la Creatura mette in atto instancabilmente dal momento in cui apre gli occhi al mattino al momento in cui si addormenta la sera.

Perché, ve lo dico in tutta sincerità, qui da noi continua ad essere una guerra, mese dopo mese. Una guerra atipica, in cui i due genitori novecenteschi ancora si vedono e si sentono “in trincea”, mentre la Creatura del ventunesimo secolo adotta naturalmente e senza alcuna difficoltà tutte le tattiche di guerra asimmetrica e non convenzionale che l’istinto gli suggerisce.

Da quando va alla materna, la Creatura si è trasformata in una versione in sedicesimo di Sid Vicious. Tempo zero, ha detto “porca puttana” in classe, riferendosi se non ho capito male ad un giocattolo che gli era caduto di mano; sputa, spintona e prende a testate come se non ci fosse un domani; recentemente gli hanno dato una medaglia di buona condotta e lui l’ha posata per terra, si è calato i pantaloni e ci ha pisciato sopra. Ecco, io vorrei che prendeste in considerazione anche il fatto che è un bambino estremamente affettuoso, generoso, che riconosce il valore dell’amicizia e del volersi bene, che serve i pasti in modo impeccabile e che non sbaglia un congiuntivo (anzi, siamo al punto che potrebbe correggere lui noi genitori, sugli usi linguistici familiari). Però piscia sulle medaglie di buona condotta.

La cosa che toglie il sonno a noi genitori è: ma sarà che proprio non capisce le regole, non recepisce il significato di quello che gli andiamo ripetendo ormai come un mantra da otto mesi ogni singolo minuto di ogni giorno che il signore onnipotente manda su questa terra? O non sarà che capisce benissimo ma decide di fottersene allegramente? Io propendo fortemente per la seconda ipotesi.

Riconosco senza alcun problema tutti i copioni ruffiani e paraculi che propone, tipo abbracciarti e dirti “Ti voglio tanto bene papà” subito dopo aver sparso la maionese sul muro o attirare la tua attenzione su quanto è simpatico quel gufetto blu che si vede in una pubblicità mentre tu, esasperato da otto ore di lavoro e dall’ennesimo casino casalingo, stai urlando viola di rabbia una sequela di maledizioni del tipo “nientecartoniperunasettimana”, “colcazzochetiportoaigiardini”, “chiuditincameratuaepensallecazzatechefai”. E la cosa peggiore è quando intravedi i quindici anni dietro ai tre. Perché ogni tanto anche lui lascia cadere la maschera. Molto indicativo, a questo proposito, un recente scambio di battute del tipo: “Se continui così, a ogni cazzata che fai, sparisce un giocattolo da camera tua!” — “E buttateli pure, così facciamo un po’ di spazio” (non proprio testuali parole, ma quasi).

A due anni, era un problema di gestione della rabbia sua. A tre anni è diventato un problema di gestione della rabbia nostra. Rabbia e confusione generate dall’eterno dilemma: affettivi o normativi? Vogliamo essere affettivi, dobbiamo essere normativi, possiamo essere entrambi? Io credo che alla fine la soluzione sia questa, cercare di attivare al massimo la comprensione delle situazioni in modo da muoversi sempre sul filo del rasoio, un colpo al cerchio degli affetti, uno alla botte del terzo reich familiare. Ma è difficilissimo. Più che altro siamo ancora alla ricerca di una modalità di comunicazione efficace nel momento in cui proponiamo delle regole. Perché mentre sul piano del cuore ci intendiamo perfettamente, su quello del ragionamento dialettico siamo al muro contro muro.

Comunque, tutte le volte che la Creatura combina un casino di qualche tipo, c’è sempre qualcuno che ci dice “È perché è un bambino intelligentissimo”.
E niente, a me viene sempre in mente il Professore.

IL BLUES DELLA MATERNA

IL BLUES DELLA MATERNACome siamo arrivati a questo punto? Non lo so. I mesi passano: la Creatura, che già sei mesi fa correva con le forbici in mano, oggi parla correttamente tre lingue (italiano, inglese e hindi), si incazza se il suo hamburger non è a cottura media, sceglie con estrema concentrazione i video da guardare su YouTube (per l’appunto, in italiano, inglese o hindi), sa contare fino a sei senza che nessuno glielo abbia insegnato e insomma fa tutte quelle cose che ci inducono a pensare che una legione di demoni guidi le sue azioni. Tradotto in termini meno coloriti, ha il suo bel caratterino e non ha la minima intenzione di smussarlo per venire incontro a noi.

Detto ciò, le giornate passano veloci come il paesaggio fuori dal finestrino di un Frecciarossa e pesanti come le borse del mercato dopo due settimane che non fai la spesa. Alzati, docciati, sveglialo, litiga per la colazione, litiga per vestirlo, scaraventati giù in strada, macchina, seggiolino, nido, a lavorare. Poi esci, prendilo, litiga per tornare a casa, inseguilo per la strada, fallo giocare ai giardinetti se non si gela, immobilizzalo sul passeggino, prepara cena, litiga per farlo mangiare, un po’ di cartoni, pigiama, denti, libro, altro libro, ancora libro, spegnere luce, nanna, litiga per farlo dormire, addormentati anche tu con lui.

Ora però entra in scena un nuovo spauracchio: la scuola materna. Tutti i genitori che hanno i figli tra i due e i tre anni non parlano d’altro: bisogna scegliere la scuola materna. E bisogna sceglierla con criterio. Si apre un mondo nuovo: si parla di mense, di moduli di iscrizione, di borsellini elettronici, di circoscrizioni, di open day (poi mi dite dove cazzo trovate il tempo di andare agli open day che li fanno sempre in orario di lavoro), di graduatorie, di preferenze, di aree verdi, di maestre competenti e/o incompetenti, di POF, di econome (figure mitiche che credo esistano solo in questo ambito lavorativo) di rappresentanti di classe, di gruppi whatsapp di genitori, di psicomotricità. E a me viene l’orticaria.

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PENSIONE COMPLETA

PENSIONE COMPLETADa quando la Creatura riempie le nostre giornate, anche le vacanze devono contemplare le sue esigenze. Da qui la pensione completa in riviera adriatica. Non mi nascondo dietro a un dito: è verissimo che in Romagna c’è una cultura della famiglia e del bambino che fa spavento per quanto è efficiente, ma il punto vero è che per noi adulti ormai la vacanza consiste nel non dover possibilmente fare un cazzo a parte controllare che l’erede non affoghi. E dunque. Dieci giorni contati di mare in un posto così (di più no, ché i prezzi sono un po’ alti) fanno veramente la differenza in termini di relax. Purtroppo c’è un rovescio della medaglia. Come ce l’hai tu questa idea balzana di scialarti sulla spiaggia con la birra in mano, ce l’hanno anche altri 60 milioni di italiani. E se ti guardi intorno tra gli ombrelloni, o ai tavoli vicino, ci sono loro. Gli italiani veri, quelli che di solito vedi solo in TV.

Per cominciare, al primo giorno di mare capisco come mai l’attività di tatuatore/piercingatore tira sempre tantissimo (lavoro in Camera di commercio, e lasciatemelo dire, i tatuatori sono una delle poche attività in costante crescita). In pratica, non esiste un essere vivente sopra i 15 anni che non sia tatuato. I più discreti – una minoranza, di cui peraltro faccio parte anche io, non è che mi fanno schifo i tatuaggi, eh – hanno una scritta, un glifo, un qualcosa in parti del corpo anonime. La stragrande maggioranza ha gambe, braccia, collo, schiena, fondoschiena, mani, piedi, cuoio capelluto (per i rasati) completamente intessuto di creazioni a inchiostro nero dalle più trash a quelle decisamente inquietanti.

Io comincio lì a sentirmi a disagio, parte di un’umanità con la quale ho in comune giusto il fatto di avere un bambino piccolo che tenta di arare gli spazi sabbiosi con la bocca o di rubare qualsiasi gioco veda snobbando senza pietà i suoi. A parte quello, mi tengo in disparte e osservo. Le code all’italiana, quelle dove non esiste un ordine preciso e tutti hanno diritto a dirti che c’erano prima loro, che tizio ha tenuto il posto, quelle dove se non sei arrogante e furbo anche tu, passi per ultimo. Il modo in cui viene trattato il personale di servizio (camerieri, personale delle pulizie, bagnini), della serie “ho pagato e devi fare il tuo lavoro” – un concetto che sulla carta non ha niente di male, ma che si risolve in sigarette ciccate ovunque, dita schioccate, maleducazioni infinite, abitudine a dare del “tu” a tutti i lavoratori che hanno un nome straniero, e via dicendo. (Di questo se n’è accorta persino mia moglie, nel momento in cui una ragazza che puliva le stanze al piano ci ha guardato con terrore perché quando siamo arrivati dal mare lei non aveva ancora terminato di pulire la nostra stanza e si profondeva in scuse. Noi sabaudamente abbiamo detto “Ma si figuri, finisca con comodo che noi aspettiamo un po’ nella hall, ci leggiamo un giornale” – e intanto avevamo il magone per il modo in cui la tipa si era rivolta a noi).

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