UNA STORIA PORNO

La notizia del giorno (per gli Internet geek e i social media cosi) è che Tumblr viene acquistato da Automattic (la società dietro WordPress, cioè). C’è da dire che ci si può vedere una sorta di giustizia poetica: Tumblr, il mitico Tumblr, il social che ha inventato la parola “microblogging”, che nel lontanissimo 2007 sembrava la più grande novità del momento, almeno per noi che bloggavamo duro da almeno cinque anni, torna finalmente nelle mani di un soggetto che ha a cuore la creazione di contenuti.

Tumblr ha avuto una storia molto particolare, prima di tutto a livello aziendale: acquistato da Yahoo! nel 2013 per più di un miliardo di dollari, si è visto ben presto che fine ha fatto. Nel 2017 infatti Verizon ha comprato sia Yahoo! che Tumblr che Flickr (in buona sostanza non sapendo cosa farsene) e li ha lasciati a sé stessi tarpandogli le ali in maniera devastante. In pochi anni Tumblr ha perso il 30% del suo traffico, ma attenzione: almeno in USA rimane sempre uno dei siti più frequentati, tipo al 49° posto nella classifica di Alexa, dopo Spotify ma prima di Paypal. Cioè, un risultato di tutto rispetto.

Come è stato possibile rendere uno dei siti (delle comunità on line) più attivi dell’Internet una pallida imitazione di sé stesso, tanto che Automattic l’ha acquistato per una piccolissima frazione del suo valore (3 milioni di dollari, roba che ci compri un appartamento a San Francisco)? Semplice: andando contro una delle regole fondative di Internet stesso. Internet is for porn. Questo lo sanno tutti. Al massimo oltre al porno possiamo ammettere i gattini. Tumblr è sempre stata una comunità anarchica, aperta alle frange più estreme di creativi, appassionati anche di robe un po’ – in alcuni casi molto – NSFW (Not Safe For Work).

Sul discorso del Not Safe From Work, Pornhub ci aveva fatto più di un pensiero questa primavera. Immaginatevi una realtà alternativa in cui è Pornhub e non Automattic il proprietario di Tumblr. Via libera alla pornografia , al queer, alle fanart esplicite, a tutte le categorie di post “pop porno”, alla curatela di feticismi vari, e forse un po’ addio al microblogging non porno, che sarebbe stato tollerato ma non incoraggiato. Insomma, Tumblr con una pletora di pubblicità “Enlarge Your Penis” e “Scopa con ragazze brutte vicino a casa tua” ad ogni pagina visitata.

Automattic dichiara di voler mantenere il ban sui contenuti NSFW voluto da Verizon: male, molto male, secondo me. Perché quel ban è quello che ha affossato Tumblr che – intendiamoci – non è e non ha mai voluto essere un Pornhub basato su UGC, ma comunque negli anni ha basato gran parte della sua popolarità sui contenuti sessualmente espliciti vietati in qualsiasi altro social. C’è persino il neologismo Tumblr Girl, a indicare le tipe un po’ hipster con gli occhialoni a montatura spessa che si fanno i selfie e curano il loro profilo ossessivamente (diverse dalle influencer di Instagram, nota bene: in che modo adesso non sto ad approfondire, ma diverse).

Tutto questo discutere su Tumblr, perché… un po’ per nostalgia della diversità che fu nell’età dell’oro del Web 2.0, un po’ perché come è stato per Flickr l’anno scorso spiace vedere i primi amori social cadere così in basso. In fondo OK, capisco il problema di essere bannati come app dal Play Store o dall’App Store, ma forse ci voleva veramente uno sforzo congiunto di Automattic e Pornhub, con una differenziazione tra due tipi di profilo (SFW e NSFW) e ognuno sceglieva quello che voleva.

In fondo Tumblr non è mai stato 8chan, no? Vabbè, ingenuo io.
Resta sempre DeviantArt.

COME HO IMPARATO A NON PREOCCUPARMI E AD AMARE SNAPCHAT









COME HO IMPARATO A NON PREOCCUPARMI E AD AMARE SNAPCHATCome molti quarantenni-e-qualcosa, ho installato la app di Snapchat più per curiosità mediatica che altro. È noto che nella vita di una persona arriva un’età in cui, come diceva Douglas Adams, tutte le innovazioni tecnologiche immesse sul mercato da lì in poi sono “contro l’ordine naturale delle cose“. E Snapchat ha tutte le caratteristiche di uno strumento del demonio. Interfaccia poco comprensibile, curva di apprendimento apparentemente molto lenta, una generalizzata percezione di “strumento che i teenager usano per mandarsi le foto porno che si autodistruggono dopo tre secondi“. Al quarantenne medio rimangono in testa le parole “porno” e “autodistruzione”, et voilà: il giudizio finale (in positivo o in negativo, a seconda di quanto siate attratti dal porno e dai gadget alla James Bond) è servito.

Invece no: il giudizio va rivisto, e vi voglio spiegare perché (mi rivolgo qui ai miei amici matusa, perché ai gggiovani c’è ben poco da spiegare). Ci sono diversi motivi che rendono Snapchat l’applicazione più interessante degli ultimi anni, quella “da tenere d’occhio”. Hanno a che fare con la fruizione dei contenuti, con il futuro del giornalismo, con la percezione del video on line, con la conoscenza del mondo intorno a noi e solo marginalmente con l’evoluzione della comunicazione interpersonale. Ma per capirlo, dobbiamo vedere insieme l’interfaccia di Snapchat, così non avrete più scuse per ignorarlo.

Appena aprite l’app ci troviamo nella finestra di scatto della foto. Si può, ovviamente, scattare una foto usando il pulsante intuitivo in basso. Un tocco scatta, una pressione continua gira un video di massimo 10 secondi. In alto a sinistra il controllo del flash, mentre in alto a destra l’icona della fotocamera permette di passare dall’obiettivo posteriore a quello frontale, per decidere se scattare o meno un selfie (scusate, lo so che ai quarantenni la parola selfie causa un rientro automatico della testa tra le spalle, ma dobbiamo accettarla, almeno in questo contesto). Se si decide per il selfie, un tocco prolungato sulla vostra facciona attiverà il riconoscimento 3D di Snapchat e vi verrà mostrata in basso una serie di “filtri” tra cui scegliere per truccarvi da zombie, da unicorno che vomita arcobaleni, da alieno con gli occhi a palla e via dicendo. Qualunque foto abbiate scattato – un selfie normale, un selfie “potenziato” in 3D, una foto di ambiente – approderete ad una schermata di controllo sulla foto stessa.

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ME WANT COOKIE









ME WANT COOKIE[Perdonate il gioco col Cookie Monster, ma a me ogni volta che si parla di Cookie Law viene in mente lui. Quindi in queste settimane mi viene in mente almeno 20 volte al giorno].

Premessa dovuta: non sono un giurista. Nemmeno un informatico, anche se in linea generale vi so dire cos’è un cookie. Vi passo soltanto il punto di vista di uno che lavora nella comunicazione on line da 20 anni. Anni in cui sono cambiate moltissime cose, basta dire che nel 1995 non c’erano i telefoni cellulari (o almeno se ne vedevano pochi), c’erano i modem a 9.600, non c’erano i video, non c’erano i social e… Beh, i cookie non lo so se non c’erano. Comunque non costituivano un problema. Ma perché il pippone su quanto era pionieristico l’Internet del 1995? Niente, tanto perché possiate inquadrarmi come vecchio web designer brontolone. In realtà anche perché a mio avviso questa Cookie Law ci riporta al passato. E io sono tanto più basito in quanto si tratta di una legge che recepisce una normativa europea, mica la solita legge pizza e fichi.

Come la maggior parte di quelli che fanno cose sul web in Italia, sono arrivato al 2 giugno senza pensare troppo alla mannaia della legge (e delle supersanzioni) che la deadline prevedeva. Intanto leggevo articoli e basivo. Intanto visitavo siti che presentavano nuovi e alienanti banner sui cookie e basivo. Proprio in questi giorni leggo diversi aspetti di un dibattito sulla normativa e basisco sempre di più.

Vediamo perché: da un lato è cosa veramente buona e giusta che si crei una diffusa “cultura del cookie”: gli utenti web comuni magari non sanno cosa sono, e rientra nel quadro di un uso consapevole degli strumenti sapere di cosa si tratta, come disattivarli, come cancellarli, come funzionano e perché in alcuni casi ce n’è bisogno per navigare su un sito. Tutto ciò è lodevole, anche se non so quanti si prenderanno veramente la briga di leggere le cosiddette Cookie Policy (la mia è qua, raggiungibile dal footer, e vi assicuro che è ancora breve e sintetica).

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