MEMORABILIA 2017

E anche quest’anno volge al suo termine.
Fa freddo, c’è lo smog, c’è Salvini.
Siamo tutti un anno più vecchi e più stanchi. Siamo tutti reduci. Tra poco è Natale, il giorno più temuto dell’anno, e subito dopo è “cosa fai a capodanno?” (non che la domanda mi turbi particolarmente… capodanno è l’ultima serata in cui uscire). Ma come sempre, nello sconforto e nel disagio si stagliano luminosi alcuni fari, alcune pietre miliari che rallegrano la vita del misantropo sociopatico. In un barlume di pietas umana voglio quindi condividere la musica, il cinema, le serie TV e i libri che mi hanno aiutato a non diventare un serial killer per quest’anno. Ecco a voi.

ALBUM

1. American Dream (LCD Soundsystem) . Dopo sette anni un ritorno stellare, che sa di Bowie, di Eno, di Talking Heads, di New Order e Joy Division, di angoscia, di depressione, di glitter e di strobo. L’album perfetto.
2. DAMN. (Kendrick Lamar) – Se non vi esalta Kendrick Lamar, io non so. Per me esistono lui, Drake e Kanye. Ma quest’anno lui ha fatto l’album definitivo (e si è portato a casa pure gli U2)
3. Melodrama (Lorde) – Se dobbiamo cedere al pop che si appiccica alle orecchie cediamo con gusto. Lorde mi ricorda la giovane Kate Bush con il piglio iconoclasta della giovane Bjork. In una parola, molto gggiovane.
4. Masseduction (St. Vincent) – Se possibile ogni album di St. Vincent è meglio del precedente. Qui il noise si sposa con il glam e il funk minimale alla Prince per un ascolto forse più accessibile ma mai banale. Ironia musicale a pacchi.
5. Lust for Life (Lana Del Rey) – Niente, Lana del Rey continua ad essere la perfetta colonna sonora per lo scazzo esistenziale dei diversamente giovini come me. Peraltro a sto giro c’è anche Stevie Nicks. E una pseudo-cover di Creep.
6. Rest (Charlotte Gainsbourg) – Se è Gainsbourg è comunque una garanzia. A parte gli scherzi, questo album è la sorpresa/outsider. C’è dentro Moroder e McCartney, Daft Punk e Air, impossibile non amare questo dream-electro-pop.
7. L’amore e la violenza (Baustelle) – Bianconi: o lo ami o lo odi. A me piace sempre, e il Vangelo di Giovanni lo trovo uno dei pezzi italiani più belli del decennio.
8. Album (Ghali) – Ghali per me è la sorpresa hip hop italiana dell’anno. L’ho amato molto e trovo che abbia il flow e la presenza più interessante di tutta la scena (t)rap.
9. Utopia (Bjork) – Da quando Bjork collabora con ARCA è diventata un po’ difficile da ascoltare, ma con un po’ di concentrazione si scoprono molte cose piacevoli (ed è meno cupo di Vulnicura).
10. Heaven Upside Down (Marilyn Manson) – Oh, niente, io ci provo a non farmelo piacere. Ma mi è troppo simpatico. Sogno sempre un duetto tra lui e Peter Murphy.

Ce ne sono tanti altri che cito a caso e che ascolto spesso come Sleep Well Beast (The Nationals), Villains (Queens of the Stone Age), Concrete and Gold (Foo Fighters), Flower Boy (Tyler, the Creator), Mental Illness (Aimee Mann), Mia Maestà (Bassi Maestro), Everything Now (Arcade Fire), A casa tutto bene (Brunori Sas), Spirit (Depeche Mode), Fenomeno (Fabri Fibra), Carpaccio ghiacciato (Myss Keta), Torno domani (Priestess), qualunque cosa di Liberato.

SERIE TV

1. Mindhunter (Joe Penhall / David Fincher) – Parte lenta ma cresce in fascino: sostanzialmente non succede nulla, ma il bello è nelle interviste ai serial killer. In pratica un meta-thriller.
2. Bojack Horseman (Raphael-Bob Waksberg) – Full immersion nelle quattro stagioni disponibili, per una serie di animazione che esplora meglio di ogni altra le profondità un po’ oscure dell’animo, depressione, autolesionismo, etc. Non potrei più farne a meno.
3. Stranger Things 2 (Duffer Bros.) – Ai Duffer piace vincere facile, anche quest’anno. Adorabile, come il cucciolo di demogorgon nelle prime puntate. Per certi versi anche se è mancato l’effetto sorpresa, anche meglio della prima stagione. Godibilissimi anche gli speciali condotti da Jim Rash.
4. American Gods (Bryan Fuller / Michael Green) – Una grandissima sorpresa, una festa visiva per la trasposizione di uno dei migliori romanzi di Gaiman. Aspetto con ansia la seconda stagione.
5. Black Mirror 3 (Charlie Brooker) – Chevvelodicoaffà. Poi sta arrivando la 4.
6. Master of None 2 (Aziz Ansari) – Tra le comedy, quella che ho preferito. Sta sempre in bilico tra lo stand-up e le tentazioni alla Woody Allen, ma si fa seguire. Poi le prime due puntate si svolgono a Modena, e allora!
7. Dark (Baran Bo Odar) – Piacevole variazione sul tema mystery/sci-fi che è stato accostato a Stranger Things ma è in realtà più verso le atmosfere di Twin Peaks (quello classico), Broadchurch o Les revenants. Viaggi nel tempo e tedeschi depressi, cosa volere di più?
8. Atypical (Robia Rashid) – Interessante comedy sulla neurodiversità e su come un giovane che vive nello “spettro” dell’autismo possa/voglia rapportarsi col gentil sesso. Tra Apatow e Sundance.
9. Glow (Liz Flahive / Jenji Kohan) – Donne che fanno wrestling negli anni ’80. Devo aggiungere altro?
10. Broadchurch 3 (Chris Chibnall) – E niente, questa serie ITV con David Tennant ha tenuto botta fino alla terza stagione senza cedimenti. Perfetta.

Piacere colpevole: 13 Reasons Why, serie in cui avrei voluto vedere tutti morti talmente erano antipatici, ma in fondo mi prendeva.
Asso pigliatutto fuori concorso: Twin Peaks 3, un incubo di videoarte lungo 18 ore, probabilmente la cosa più sconvolgente che ho visto quest’anno tra cinema e TV.
Animazione: certo, c’è già Bojack, ma è talmente “vero” che se fosse live action farebbe malissimo (l’animazione è una scelta per distanziare emotivamente). Le serie animate veramente top del 2017 per me sono tre: DuckTales nuova versione di Disney XD, una rilettura aggiornata e intelligente delle classiche storie di paperi (meraviglia poi la voce di Tennant per Uncle Scrooge), OK K.O.! Let’s Be Heroes di Cartoon Network che è per certi versi simile a Steven Universe (parte del team è lo stesso) ma più slapstick, se capite cosa intendo, e infine Rick e Morty 3 di Adult Swim, che prosegue la folle e scorretta cavalcata nella fantascienza dei due protagonisti aggiungendo dettagli e backstory e rendendo più tridimensionali i personaggi.
Serie che vorrei ancora vedere e probabilmente spariglierebbero un po’ la classifica: Godless, Suburra, Young Sheldon, Handmaid’s Tale, Big Little Lies, Mr. Mercedes, She’s Gotta Have It.

FILM

1. Blade Runner 2049 (Denis Villeneuve) – Non era facile. Per me ha vinto la scommessa, ricreando una certa atmosfera, ampliandola e proponendo variazioni sul tema. Non può competere con l’originale, ma non dovrebbe nemmeno.
2. Baby Driver (Edgar Wright) – Il film che mi ha fomentato di più quest’anno, quello che mi ha fatto stare in punta di poltrona, a gesticolare e a battere il piedino a tempo di musica. E non è poco.
3. Get Out (Jordan Peele) – Commedia horror sociale, giocata sul filo del rasoio e quasi perfettamente equilibrata (io un po’ più di sangue ce l’avrei visto bene ma ad ognuno i suoi gusti). Black Lives Matter, a quanto pare.
4. Dunkirk (Christopher Nolan) – Si può dire tutto e niente, comunque un gran pezzo di bravura audiovisiva. Manca un po’ il coinvolgimento e tutto è un po’ concettuale, ma avercene di film così.
5. Atomic Blonde (David Leitch) – Tra i film di menare secondo me spicca parecchio. E anche in assoluto un’esperienza audiovisiva interessante. Poi oh, Charlize Theron che spacca i culi.
6. It (Andres Muschietti) – Non si può non citare It per lo stesso motivo di Stranger Things: andava visto. Ed è molto godibile, se mettiamo da parte l’ossessione per la fedeltà al testo. Viene voglia di essere di nuovo dodicenni per spaventarsi ancora.
7. Logan (James Mangold) – Un “taglio” diverso per Wolverine (haha, il gioco di parole): questo è l’unico film di supereroi che mi è veramente piaciuto quest’anno. Cupo come una ballata di Johnny Cash. Un pezzo di bravura.
8. Arrival (Denis Villeneuve) – Sarebbe del 2016 ma da noi è arrivato nel 2017, tiè. E per la prima volta un regista in lista con due film… Questa è la fantascienza che mi piace (vedi anche sotto nei libri). Una fantascienza… linguistica!
9. Mother! (Darren Aronofsky) – In molti lo hanno odiato. Io me lo sono assolutamente goduto. Merita una seconda visione. Horror spiritual-biblico con interpreti al top. Molto delirante.
10. Guardians of the Galaxy Vol.2 (James Gunn) – Il pop all’ennesima potenza: forse anche meglio del primo. Colonna sonora sempre da urlo, effetti visivi bellissimi, e poi Kurt Russell. Fossero tutti così i film Marvel.

Piaceri colpevoli: Split, John Wick 2.
Non pervenuti: la maggior parte dei cinecomics, che da circa due anni mi hanno un po’ rotto le palle.
Lato animazione potrei citare Despicable Me 3, ma sono sicuro che Coco, che vedrò a breve, sarà il mio cartoon preferito dell’anno.
Film che devo ancora recuperare e che di sicuro sconvolgerebbero tutta la classifica, ma tant’è, prima della fine dell’anno non ci riesco di sicuro): Silence (Martin Scorsese), Toni Erdmann (Maren Ade), Shape of Water (Guillermo del Toro), Detroit (Kathryn Bigelow), The Disaster Artist (James Franco), The Square (Ruben Ostlund), Sicilian Ghost Story (Fabio Grassadonia e Antonio Piazza), Ghost in the Shell (Rupert Sanders), L’altro volto della speranza (Aki Kaurismaki), The Beguiled (Sofia Coppola), La gatta cenerentola (Cappiello/Guarnieri/Rak).

LIBRI

1. Critica portatile al Visual Design (Riccardo Falcinelli) – Sorprendentemente (ma nemmeno poi tanto) il libro più coinvolgente che ho letto quest’anno. Non riuscivo a staccarmi. Avercene.
2. Giorni selvaggi (William Finnegan) – Una vita per il surf, dai ’60 a oggi. Cosa c’entra con me? Poco, ma è una lettura intrigante e rivelatrice. Lo consiglio.
3. Le venti giornate di Torino (Giorgio De Maria) – Piccolo classico underground dei ’70 risalito a galla nel 2017. Un horror/thriller misteriosissimo ambientato in città, con una sorta di precognizione dei social network a venire.
4. La compagnia dell’acqua (Giacomo Papi) – Può passare per un semplice romanzo per ragazzi, certo. In realtà è semplicemente una storia “fantastica” su un bambino che impara come gestire l’ansia. Personalmente, il libro italiano dell’anno.
5. Prisoners of Geography (Tim Marshall) – Un libro di geopolitica in lingua? Ebbene sì, ed è anche molto interessante. Partendo dalle mappe si svela la politica a lungo termine delle maggiori potenze mondiali. Necessario.
6. La lingua geniale (Andrea Marcolongo) – Operazione nostalgia? No, semplicemente un libro scritto molto bene che trasmette il giusto amore per una lingua ingiustamente temuta.
7. Stories of your life and others (Ted Chiang) – Da uno di questi racconti è tratto il film Arrival. Impossibile non leggere questa raccolta, una delle migliori “cose” di fantascienza scoperte ultimamente.
8. The Princess Diarist (Carrie Fisher) – La Fisher racconta il backstage di un momento cruciale della sua vita con uno stile molto diretto. Magari è per appassionati, ma il libro si fa leggere molto bene e procura una fitta di nostalgia per la recente perdita di una persona così brillante.
9. Patience (Daniel Clowes) – Un graphic novel denso e ricco di soluzioni interessanti, dedicato ad una storia di amore e viaggi nel tempo. Per me un capolavoro.
10. Tre uomini in barca (Jerome K. Jerome) – La rilettura di un classico, almeno una volta all’anno, va fatta. Le vacanze hanno assunto tutto un altro sapore con questo capolavoro dell’umorismo inglese.

La cosa curiosa della mia esperienza con i libri, ora che leggo metà “fisico” e metà “digitale”, è che mi sento meno in colpa a leggere 10 cose contemporaneamente e non finirne neanche una. Due terzi dei libri della lista sono ancora in lettura. Ma mi stanno piacendo assai.
E per chi ne lamentasse l’assenza, Macerie prime di Zerocalcare è ovviamente fuori concorso, tanto di solito è la mia lettura di fine anno e rientrerebbe comunque di default in una top ten.
Sempre sul fronte comics, parlando di serie da edicola il mio plauso va ai primi numeri di Mercurio Loi di Bilotta e di Dragonero Adventures (la versione young adult del personaggio di Enoch).

Vi ho dato abbastanza suggerimenti per le sante feste? Spero di sì.
Almeno con tutte queste cose da leggere, ascoltare, guardare non penserete alle brutture del mondo.
E a Salvini.

GALLEGGIANO TUTTI

IT 2017

Vi devo dire la mia sul capitolo 1 di IT.
Non si tratta di una recensione, quanto di una raccolta di impressioni da persona “informata sui fatti” (credenziali: fan di King da quando avevo 12 anni, IT è stato ed è tuttora il mio romanzo preferito tra quelli scritti da lui anche se in età adulta se l’è giocata molto con 22.11.63). E vi devo dire la mia con spoiler, se di spoiler si può parlare per una storia che è nota anche ai sassi da circa 30 anni. Ve la devo dire perché sono rimasto abbastanza colpito da alcune cose, impossibili da sintetizzare in due righe di post.

Questo IT 2017 è un film da vedere per diversi motivi. Primo tra tutti quello dell’effetto nostalgia e del confronto ozioso ma divertente tra libro, miniserie anni ’90 e film attuale (per quanto siamo solo alla prima parte di un dittico).
IT non è né più né meno di quello che mi aspettavo: un film ben realizzato (i brutti film sono altri, diciamocelo), che tradisce molti dei passaggi del romanzo e reinventa alcune cose. Nessun problema per me, sono mezzi diversi, ci sta che racconti storie leggermente diverse: non tutti i bambini protagonisti hanno gli stessi “traumi” che hanno nel romanzo, ci sono alcune aggiunte, certamente anche molte omissioni – prima fra tutte la famigerata scena del rito sessuale nelle fogne – ma se non è rispettata la lettera kinghiana, c’è comunque lo spirito (anche se tutta la parte più “magica”, la tartaruga, le deadlights sono solo accennate con una strizzata d’occhio allo spettatore nerd) .

Hanno voluto evitare di edulcorare la narrazione mettendo in scena tutto quello che potevano permettersi di mettere in scena (nulla di più di un horror mediamente splatter, comunque) e il film “funziona”, anche se allo spettatore attuale può mancare il montaggio alternato tra le storie dei bambini e quelle degli adulti. La scelta di assegnare a due film diversi le due linee temporali fa sì che questo capitolo 1 si inserisca perfettamente nel revival anni ’80 che nuovamente sta prendendo piede (sì, c’è anche l’attore di Stranger Things, sì, questo IT è quello che Super 8 di Abrams non è riuscito ad essere qualche anno fa). Suppongo che il capitolo 2, al netto delle scelte di casting, sarà invece un film molto triste e dolente (laddove questo dipinge molto bene la meraviglia del passaggio da infanzia a adolescenza).

Quello che certamente contraddistingue questo IT è che… non fa paura. Intendiamoci, il lavoro di Bill Skarsgård su Pennywise è ammirevole, ma chi si mangia la scena sono i bambini (contrariamente alla miniserie dove i bambini e gli adulti erano abbastanza insignificanti mentre Tim Curry dominava incontrastato). Ma, c’è un ma. IT è un romanzo degli anni ’80 ambientato negli anni ’50: la nuova versione modernizza e riambienta negli ’80 mimando (come fa anche Stranger Things) non solo mode, ambienti e storia ma anche il modo di raccontare. Perciò la paura che suscita IT 2017 è quel tipo di paura cosiddetta jump scare che fa subito vecchio. Cioè, va benissimo intendiamoci, colonna sonora di tensione, bambino che si guarda intorno nel buio e TA-DAAAN! il pagliaccio maniaco è dietro le sue spalle. Un meccanismo che però temo non spaventi più nemmeno i tredicenni.

IT non ti rimane dentro per la paura che fa, insomma. Pennywise è reso bene, visivamente tutto il film è “oscuro” il giusto, c’è un ottimo lavoro su scenografie e sound design (bellissima la tana di IT dove “galleggiano tutti”), ci sono dei picchi di humor nero molto divertenti, c’è una colonna sonora che almeno in un paio di momenti (i Cult, i Cure…) mi ha positivamente sorpreso. Ma quello che resta è un’altra cosa.

Dicevo, i bambini.
IT (sempre come Stranger Things che poi è un superomaggio al mondo di King incrociato con quello di Spielberg) vale soprattutto per l’alchimia che si crea nel gruppo dei bambini, i “Perdenti”. E quindi va a toccare più che altro quelle corde lì. È un ottimo film di coming-of-age. Sophia Lillis, che emerge più degli altri nel cast corale, è la bambina di cui tutti ci siamo innamorati da piccoli. E – insieme a Millie Bobby Brown di Stranger Things – può diventare la nuova “fidanzatina d’america”.

A margine, questo può presentare dei problemi nella misura in cui entrambe le attrici minorenni stanno un po’ patendo quella che è la sessualizzazione tipica dell’industria dell’intrattenimento (media che tendono a farle apparire più “forzatamente sexy” di quanto non siano in realtà). Nel caso di Sophia Lillis è ancora andata bene che non si sia insistito, come dicevo all’inizio, su quanto seguiva al primo rito di Chüd. Sul suo ruolo di motore della narrazione esclusivamente in quanto portatrice di “effetto puffetta” e oggetto del desiderio di tutti, se ne può parlare, ma in fondo era così anche nel romanzo.

Ecco, direi che al netto di alcune scelte di sceneggiatura (tagli, cambiamenti rispetto al romanzo originale), quello che un po’ mi ha deluso nel nuovo IT è che poteva essere un po’ più sgradevole. Non voglio dire che un bambino di quattro anni con un braccio strappato da un clown fognario, uno scarico di lavandino che manda fuori più sangue di un geyser o una donna deforme che mangia la faccia a un dodicenne non siano sgradevoli. Ma ci sono alcuni aspetti sui quali avrei usato una mano più pesante. Sgradevole per me è Henry Bowers che incide col coltello la trippa di Ben (e lasciatemi dire, nel film Henry fa più paura di Pennywise). Sgradevole è il padre di Beverly. Sgradevole è la vecchia che si gira dall’altra parte mentre Georgie viene ucciso.

Derry è marcia nel midollo, ecco – mi sarebbe piaciuto se questo fosse venuto un po’ più fuori.

 

GRAVITY FALLS, E L’ESTATE FINISCE

Tutte le cose hanno questa disgraziata tendenza a finire, prima o poi.
L’estate, l’infanzia, le belle serie televisive.

A questo proposito, non posso fare a meno di parlarvi di Gravity Falls, una serie animata di quelle che ti fanno pensare (e a volte anche esclamare a voce alta) “ma com’è possibile che non l’abbia mai guardata prima?!?”. Quindi sedetevi, rilassatevi qualche minuto, e leggete perché questo è il momento giusto per spararvi tutti gli episodi di Gravity Falls in un colpo solo.

Cominciamo subito con un po’ di sano namedropping. Alex Hirsch, il creatore della serie, è ovviamente ossessionato da David Lynch. Questo per dire che i fan di Twin Peaks (più la serie originale che non il seguito del 2017) non potranno non amare Gravity Falls. Negli episodi della serie, però, traspare molto di più: un distillato di mistero, avventura e horror tipici della cultura pop a cavallo tra i ’70 e gli anni zero. Tutti i luoghi comuni del fantastico, dell’horror e dell’avventura vengono frullati e restituiti con un sapore agrodolce, mai scontato: da Carpenter a Raimi, da Craven a Spielberg e Shyamalan fino addirittura a Cronenberg, l’appassionato può trovare spunti e rimandi.

Gravity Falls è una cittadina dell’Oregon in cui i gemelli Dipper e Mabel Pines passano l’estate dal prozio Stan, proprietario di un’improbabile attrazione locale stile Ripley’s Believe It Or Not Museum dal programmatico nome di Mystery Shack. Siamo proiettati fin dalla sigla in un’atmosfera di mistero a metà fra il dark e il demenziale (siamo pur sempre in una serie Disney) in cui vediamo i personaggi principali in azione: Dipper, il gemello precisino e ansioso di risolvere qualche “vero mistero”; Mabel, la sorella caotica ma di gran cuore; Stan, presentato subito come un maestro della truffa. E poi ci sono i personaggi di contorno, mai banali, a partire dal tuttofare del Mystery Shack, il mai cresciuto Soos, e da Wendy, la cassiera adolescente oggetto delle attenzioni e dei sogni puberali di Dipper.

Tutto ruota intorno a due piani narrativi: da un lato la routine della vita di provincia in compagnia di una “famiglia” più bizzarra che disfunzionale, tra la gestione del Mystery Shack, le prime cotte preadolescenziali, il rapporto con gli altri ragazzi del luogo come Pacifica Northwest (la nemesi di Mabel, la ragazza più popolare della città), Grenda e Candy (le amiche nerd di Mabel), Robbie (il rivale emo di Dipper) e soprattutto Gideon Gleeful (il villain della prima stagione, nonché pretendente al cuore di Mabel). Dall’altro il “vero” mistero di Gravity Falls, sorta di centro di attrazione di tutte le stranezze possibili (mostri, non-morti, gnomi, fantasmi, creature fantastiche di ogni sorta) accuratamente catalogate in tre diari vergati in uno stile a metà tra il Necronomicon di Evil Dead e il Codex Seraphinianus, di cui uno in possesso di Dipper (gli altri due… dovete vedere la serie per scoprirlo). Con l’aiuto del diario e dei suoi amici — e in spregio allo scetticismo del prozio Stan — Dipper riesce (quasi) sempre a risolvere misteri e a scongiurare catastrofi cosmiche.

Detta così, potrebbe sembrare una variante un po’ più raffinata sul tema di Scooby Doo. Nulla di più lontano. La serie ha una continuity molto stretta, e l’evoluzione dei personaggi, anche di quelli secondari, è molto ben delineata. Nel pre-finale della seconda stagione, nell’episodio Dipper & Mabel vs. the Future, i due gemelli si trovano a dover passare la famosa linea d’ombra, per loro rappresentata dal tredicesimo compleanno. Non troverete facilmente nelle serie animate rivolte a un pubblico di ragazzini una descrizione così incisiva del passaggio all’età adulta e della realizzazione che tutte le cose finiscono. Ma non sono solo i protagonisti ad avere sorprendenti evoluzioni (una su tutte la rivelazione della backstory del prozio Stan, nell’episodio cruciale A Tale of Two Stans): ogni singolo personaggio di contorno è ben delineato e ha un suo arco specifico, concluso in modo soddisfacente nel corso della seconda stagione (non vi ho detto che sono solo due stagioni? Questo favorisce il binge watching, no?).

Un esempio di come Alex Hirsch gioca con lo spettatore più attento è il personaggio di Blendin Blandin, il viaggiatore del tempo. Blendin appare nel nono episodio della prima stagione, The Time Travelers’ Pig. Al di là del gustoso riferimento nel titolo al romanzo culto di Audrey Niffenegger, e del fatto che in questo episodio appare per la prima volta anche l’adorabile maialino Waddles, è la struttura stessa del racconto a far drizzare le antenne. Blendin viaggia nel tempo andando a visitare scene e situazioni di precedenti episodi della serie. Fino qui tutto bene, è un gioco “meta” abbastanza godibile. Ma se andate a rivedere gli episodi specifici in cui si svolgevano quelle scene e quelle situazioni (nella fattispecie Tourist Trapped, The Legend of the Gobblewonker, e Headhunters) potrete vedere Blendin Blandin apparire in qualche inquadratura… e ancora non sapevate chi fosse! Questa è la cura che Hirsch mette nella scrittura degli episodi.

Questo, e ovviamente i crittogrammi. Probabilmente è una cosa da veri nerd/enigmisti, e altrettanto probabilmente un pubblico di preadolescenti non ci fa nemmeno caso. Ma al termine di ogni episodio Hirsch inserisce frasi in codice (crittogrammi in chiave tipo cifrario di Cesare, Atbash o Vigenère) che — una volta risolti — rivelano semplici battute o più spesso dettagli importanti per capire cosa sta per succedere negli episodi successivi. Nemmeno a dirlo, i crittogrammi diventano di episodio in episodio più difficili, e la chiave va trovata in qualche parola o immagine buttata lì ad arte all’interno della puntata (esiste comunque un Wiki che li risolve tutti, per i più pigri come me).

Sempre a Hirsch va dato il merito di aver immaginato — e doppiato magistralmente — il villain più inquietante di tutti, Bill Cipher. Rappresentato come un triangolo con un’occhio, decisamente “altro” come character design rispetto al resto dei personaggi, Cipher (in inglese, guarda un po’, “cifrario”) è per Dipper e Mabel quello che il Joker è per Batman: una nemesi folle, con un senso dell’umorismo molto particolare e che può risultare buffa o agghiacciante a seconda dei momenti. È lui che, nei tre episodi finali della serie, scatena il cosiddetto Weirdmageddon (non dico altro per non spoilerare) che la famiglia Pines al completo, con l’aiuto degli abitanti di Gravity Falls, dovrà contrastare.

Quindi: avete una grossa fortuna, quella di non dover aspettare più di un anno tra il cliffhanger del finale della prima stagione e la seconda (più dark e apocalittica) e di poter godere anche di una manciata di “corti” intermedi come quelli delle miniserie Dipper’s Guide to the Unexplained, Mabel’s Guide to Life o Fixin’ It with Soos (un tripudio di finti effetti digitali anni ‘90).

Cosa state aspettando? KLK MBOABQBSBIL!