C25K FOR DUMMIES

Correre. Si può fare. Nel mio caso ci è voluto un enorme sforzo, soprattutto mentale. E un cartellino giallo da parte del medico di base che non mi ha detto proprio “o corri o muori”, ma insomma. Io almeno l’ho intesa così. Sono fortunato perché ho molti amici runner, di cui segretamente ho sempre pensato che fossero dei pazzi monomaniaci, ma che sono tornati molto utili al momento decisivo (si scherza, voi sapete chi siete e siete stati preziosi). Dopo un esordio a dir poco disastroso, ho preso a seguire il famosissimo metodo C25K (Couch to 5 km) che in teoria dovrebbe portare i patatoni da divano come me a correre 5 km in mezz’ora. Mi è sembrato un obiettivo fattibile, e lo è, senza dubbio. Vedremo se sarà altrettanto facile perseverare. Per i fanatici, attrezzatura Decathlon tranne le scarpe che dopo le prime uscite ho cambiato con un paio di scarpe da running serie (nel mio caso le Hoka One da iperpronatore obeso). In tutto questo percorso ho anche perso 5 kg, ma non era quello l’obiettivo. Molti corrono per allenarsi alle maratone, altri per farsi i muscoli, altri per dimagrire. Io corro esclusivamente perché è funzionale al mio sistema cardiovascolare e perché a parte dodici anni di yoga non ho mai fatto altre attività. La palestra e gli sport strutturati non fanno per me, e tutto sommato il mio obiettivo in queste settimane è stato costruirmi il fiato e le gambe. E perché no, trovare un nuovo spazio tutto per me, in cui ascoltare il mio corpo e se possibile zittire la mia mente. Vi racconto qui com’è andata giorno per giorno (tre uscite a settimana nell’estate 2018, tra giugno e settembre, raddoppiando la quarta settimana del C25K che è quella più difficile), raccogliendo le impressioni a caldo di una serie di post su Facebook. Enjoy.

[A scanso di equivoci, quello nella foto ovviamente NON sono io. Non sono (ancora) così in forma].

Giorno 1. Dire che l’ho odiato non sarebbe giusto, no. Ci ho provato.
Sei cicli da 3 minuti di corsa e due di camminata veloce (che al ritorno, causa spompamento, si sono invertiti). Ora dovrò stare orizzontale tre giorni. C’entra forse anche il fatto che incautamente ho scelto un percorso in leggera ma costante salita (strada per Bussana vecchia, ndr). Perché sono un idiota.

Giorno 2. Invece di inventarmi dei cicli a cazzo di cane, da oggi seguo questo metodo (C25K, ndr) suggerito a gran voce per i “runner principianti” (eufemismo per “cozze”) che dovrebbe traumatizzarmi un po’ meno gli alveoli. Sono un po’ agitato, mi sveglio prima della sveglia, mi preparo con un po’ di stretching (non si sa mai) e con la vestizione, che nella mia testa è una sequenza a montaggio girata da Aronofsky in cui si vedono solo dettagli di lacci di scarpe, fasce antisudore e slippini traspiranti. Poi esco e inizio il mio percorso, accuratamente studiato per evitare quel punto in salita che mi aveva devastato il primo giorno. Incredibilmente, in effetti, mi sento meno affaticato (spoiler: dopo mezz’ora mi sento affaticato eccome). Dice ascolta la musica electroclash, dice senti un audiolibro… ma io mi devo concentrare sui passi e sul tempo che passa. E poi sto così leggero che portarmi anche qualcosa nelle orecchie mi dà fastidio. Ecco quindi la grandiosa idea. Correrò dicendo mentalmente un rosario. Al quarto mistero doloroso comincio a perdere colpi. Dopo il quinto ricomincio dal primo, fino al terzo, forte dei miei ricordi d’infanzia fatti di corone di spine e flagellazioni. Poi stretching e una doccia tiepida (a un’ora in cui normalmente devo ancora scendere dal letto). Mi resta solo un dubbio. Tutti quelli che corrono dicono sempre “Ah, le endorfine… non ne puoi più fare a meno”. Io, boh. Mi sento come quelle persone che sanno che esiste una cosa chiamata orgasmo ma non hanno ancora capito cos’è. Magari arriva poi. Proseguo con fiducia.

Giorno 3. Oggi vi racconto com’è uscire a correre con una sorta di attacco di panico. Occhi spalancati mezz’ora prima della sveglia ma non tanto perché sai che poi esci e ti prendi del tempo per te. Quegli occhi spalancati per via che improvvisamente nel dormiveglia ti vengono in mente i conti da pagare gli avvocati le cause le banche quella cosa che non hai ancora fatto quella che dovrai fare tra un mese e come incastrare tutto con il fatto che hai anche un lavoro e una famiglia. Vabbè. Vestizione un po’ rallentata, poi esco e comincio, sto ancora nella prima settimana quindi in sostanza un minuto di corsa e un minuto e mezzo di camminata veloce. Quindi come va, al netto del fatto che mi sento già meno spompo e le gambe non sono più di legno? Beh, nei minuti di corsa corro. E nei minuti e mezzo di camminata veloce il cervello mi dice “Tanto guarda che prima di arrivare al porto ti prende un infarto e ti trovano lì riverso per strada”, “Tanto guarda che hai presente quell’asperità del terreno che c’è là, ora ci inciampi dentro mentre corri e cadi e ti spacchi la testa”, “Corri, corri, che tanto i problemi sono lì dietro l’angolo che ti aspettano”… In definitiva una tachicardia che riconosci benissimo che non è dovuta tanto alla corsa quanto ai pensieri. L’effetto positivo è che invece nei minuti in cui corri questi pensieri svaniscono e resta solo una roba tipo “Dài su… ancora 20 secondi… 15… 5…” (perché è nella mia natura che dopo 40-45 secondi di corsa già ogni mia fibra si chiede “Sì vabbè, ma COSA stiamo facendo?!?”). E niente. Doccia tiepida e colazione, vedremo che succede la prossima settimana.

Giorno 4. Seconda settimana, cambio ritmo (immaginatevi dalla conga alla cumbia). Il fatto che si corra un po’ più di prima non è mortale come mi figuravo, più che altro lo shock della diversità sta nel contesto urbano affrontato per la prima volta. Di buono c’è che la mia zona offre percorsi abbastanza verdi e/o battuti da varie tipologie di runner (del tipo che trovi gli invasati ma anche quelli messi peggio di te). La transizione è buona per il fatto che è ancora domenica, la città alle 7 è ancora deserta e dalle 7.30 in poi ho relativamente poco da fare. Sale invece un pochino l’inquietudine per la corsa in settimana lavorativa. Ce la farò a non sbroccare? God only knows.

Giorno 5. La prova del nove. Uscire alle 7 di un giorno feriale è un po’ peggio di quanto mi immaginassi. A parte il mal di pancia devastante dovuto alla torta di una festicciola di cinquenni ieri sera, incredibilmente alle 7 c’è già gente che va a lavoro fa casino suona il clacson urla. Al terzo giro di corsa mi vola un piccione in bocca. Al quinto giro incrocio un anziano clochard che mi urla TOGLIATTI È MORTO, L’EREDITÀ DI TOGLIATTI È MORTA, GAME OVER! Al sesto giro vorrei vomitare. Forse dovrei smetterla. Ma sono qua, ancora vivo. E tra poco vado in ufficio.

Giorno 6. Dopo una tempesta notturna c’è meno gente in giro. Il problema sono le maledette pozzanghere-lago ovunque e i maledetti rami secchi. Per strada è pieno di rami puntuti che correndo concentrato sul respiro tendo a pestare, facendoli schioccare con le punte in direzione delle mie caviglie. Bestemmie a mezzo fiato ogni 10-15 secondi. Per il resto ho scoperto una bellissima latrina art nouveau e il barbone togliattiano dell’altro giorno, vedendomi, mi ha puntato l’indice addosso. Temevo urlasse muto contro di me stile ultracorpo, invece mi ha fatto solo un cenno sghembo del capo come a dire “Già sai”. Doccia e ufficio.

Giorno 7. La grande svolta. Vorrei dire che è passata veloce e non mi sono nemmeno accorto di arrivare a 4,7 km ma non è vero. Ancora una volta la mia brama di paesaggio bucolico mi ha fottuto perché da casa mia se tu corri verso il fiume il fiume corre verso di te, ma se tu corri via dal fiume ti attendono insidiose e bastardissime pendenze. Di oggi comunque, concentrato com’ero sul mio respiro, posso raccontarvi una piccola odissea olfattiva: si comincia con odore di asfalto bagnato, poi croissant infornati, piscio umano stantio, gingko biloba o qualche mefitica pianta analoga, cacca di nutria, odore di Po (odore indefinibile che solo il Torinese sa riconoscere), benzina spillata, disinfettante industriale, cassonetti dell’umido, minestrina, casa. C’è un po’ di indolenzimento a una parte del corpo che non sapevo di avere (la “zampa d’oca”, si chiama), ma a parte quello tutto mi sorride.

Giorno 8. Umidità al 99%. Zampa d’oca al 3%. La muerte.

Giorno 9. Siamo io, la mia zampa d’oca e la nube di umidità che ci troviamo alle 7 e ci diamo il cinque. Hey ho let’s go e per l’ultima volta giuro andiamo giù dal Valentino che poi a risalire è la devastazione. La nube di umidità mi dice vedi? Non sembra neanche luglio. Sembra novembre. Ma con il caldo di luglio. Sei contentone? Sì, in effetti la visibilità è parecchio ridotta. La zampa d’oca si fa sentire al km 3. Dice ciao volevo solo dirti che siamo in salita. Poco, eh. Ma mi sto rompendo il cazzo e come sempre protesterò fino a dopodomani. Sei contentone? Moltissimo. Devo procurarmi l’arnica veterinaria per cavalli di cui mi hanno parlato.

Contenuto speciale / easter egg .
Ciao, sono Pietro e sono un iperpronatore. Tipo che quando cammino (e a maggior ragione quando corro) storco il piede in una maniera che se non l’avessi visto alla moviola non ci crederei. Stamattina sono andato in uno di quei negozi sportivi che ti filmano i piedi mentre ti dai da fare sul tapirulant e niente, il commesso continuava a scuotere la testa e mormorare “Minchia”. Poi mi dice “Ci credo che ti fa male la zampa d’oca e magari anche tutta la schiena, guarda come corri”. Avete presente quando sentite la vostra voce registrata e vi fa cagare e vi vergognate tantissimo? Peggio. E va beh. Volevo comprarmi una scarpa da corsa e sono uscito con una specie di scarpa ortopedica che però era l’unica – filmati alla mano – che non mi faceva storcere il piede come un piciu. Meno male che c’erano i saldi. E poi comunque vorrei che qualcuno mi spiegasse perché le scarpe da corsa devono essere tutte così fottutamente anni ’80.

Giorno 10. Oggi doveva essere un giorno decisivo. Il giorno in cui avrei corso 5 minuti di fila (e poi 3 e poi di nuovo 5 e via dicendo). Insomma un cambio di passo notevole (da cui il bonus scarpe ieri). Rischia invece di essere il giorno in cui mi fermo. No, scherzo dài, lo so che fate il tifo. Diciamo il giorno in cui, colmo di zen e accettazione dei miei limiti strutturali torno a corricchiare al massimo per 3 minuti di fila e mai di più. Parto garrulo ma un filo impacciato, ché le scarpe nuove son belle ma mi fanno stare un po’ concentrato a vedere i piedi. Poi mentre affronto i primi 5 minuti mi dico vedi come si va più leggeri, l’amica zampa d’oca non si fa sentire. Inutile dire che al secondo giro di 5 minuti mi sono trasformato in un anziano paralitico che tenta di correre. E dire che ho anche cambiato totalmente zona per correre solo in piano. Talmente sono entrato in una dimensione parallela di dolore e sofferenza (“Tu hai aperto la scatola e noi siamo venuti”) che ho corso anche in una via di Torino che in realtà non esiste (Corso Parigi, ndr). E adesso, ghiaccio.

Giorno 11. Ancora in piedi. Esco e dopo 400 metri un barboncino mordace mi rincorre. Appena riesco a sfuggirgli, un volpino incazzoso mi si infila tra le caviglie. Dopo altri 200 metri devo scappare da un pastore tedesco ringhiante e bavoso. Non capisco, forse emano aroma di bacon. Comunque capirete anche voi che l’inseguimento urbano è una forte motivazione a correre. Cani a parte, la zampa d’oca si è pressoché tacitata, lo prendo come un buon segno. O forse si è suicidata.

Giorno 12. Come tutti i multipli di tre, questo è uno di quei giorni che fila liscio, in totale concentrazione su come respirare abbastanza lungo da fare 6 passi di corsa in un inspiro e 6 in un espiro. Ho trovato la chiave per farmi piacere un po’ di più queste corsette. Sono una versione sudata della meditazione yoga. Invece di star lì e respirare vai dal punto A al punto B respirando, una questione di pura esistenza. Poi per carità, qualche pensiero disturbatore arriva, ma sono tutti legati alla corsa. Tipo: ma se a uno scappa fortissimo la cacca mentre corre, cosa deve fare? Oppure: ma come funziona esattamente il tessuto traspirante dell’abbigliamento tecnico da corsa? Due cose che devo assolutamente guglare prima di andare in ufficio.

Giorno 13. Pausa forzata. Qui (Andrate, ndr) ci sono troppe pendenze, troppo sterrato, troppo fango scivoloso. Il solo inerpicarsi per i sentieri boscosi già esaurisce tutta l’attività fisica possibile. Decido di allungare la quarta settimana di C25K a un paio di prossime uscite in più. Intanto mi hanno prestato “L’arte di correre”, probabilmente l’unico libro di Murakami che non ho mai letto (non era evidentemente mai il momento adatto). Dopo poche pagine mi stupisco di come al 90% stia parlando di me. Ma forse non dovrei stupirmi, in fondo è Murakami.

Giorno 14. Io e i semafori. Correre in città, se proprio non vai in un parco, ci sono i semafori. E io e i semafori abbiamo un rapporto strano. Li vedo a 50 metri di distanza che diventano gialli e proprio quando dovrei passare io con il mio ritmo hop hop hop somarello diventano rossi. Allora lì, in quella frazione di secondo, devi decidere fra tre opzioni, fermarti da bravo cittadino e stoppare il tuo cronometro altrimenti ti giochi tutto il conteggio mentale tre minuti corro due minuti cammino cinque minuti corro tre minuti cammino; fermarti ma correre sul posto da bravo sportivo sentendoti però un cretino; attraversare lo stesso tanto non sono nemmeno le 7 e non passa quasi nessuno. Io di solito scelgo la terza opzione. Certo, ti spinge a correre più velocemente se arriva qualcuno. Oggi cielo a pecorelle, comunque. Evaporazione, doccia, porta Creatura a scuola, ufficio.

Giorno 15. Correre nell’archeologia industriale. Mi piace forse anche più di correre nella natura. Basta non far caso ai vetri rotti, eh. Settimana prossima cambio passo, cambio percorso, cambio ritmo. Penso che se supero quello scoglio lì, potrò dire veramente che “ce la sto facendo”. Vedremo.

Giorno 16. Oggi svoltona con più corsa del solito. Mi ero preparato dei percorsi a raggera da casa mia per la settimana entrante. Il primo, quello di oggi, era la Sansa Run (nel senso di San Salvario). Solo che arrivato al dunque ho sbagliato qualcosa e – orrore – ho corso ancora più di quanto prevedeva il programma. Mi sono subito sentito poco bene. Una pura suggestione? Io credo di no. Comunque alle 7.30 di domenica a Sansa ci sono solo cingalesi che fanno videotelefonate per strada col cellulare fronte viso e nigeriani che mandano messaggi vocali col cellulare di taglio verso la bocca. Mi sono chiesto se questa differenza nell’uso del mezzo avesse una qualche giustificazione antropologica. Sulla via del ritorno, riecco il barbone marxista di un mesetto fa che mi viene incontro mentre attraverso il Valentino. Non mi dice nulla, ma ci siamo capiti. Togliatti resta morto.

Giorno 17. Zona militare, limite invalicabile. Una metafora quasi perfetta per la mia prima volta con 8 minuti consecutivi di corsa. Subito sembra tutto OK, tant’è vero che azzardo una sortita fino a Piazza d’Armi. Poi un po’ di camminata veloce e poi gli altri 8 minuti. Che diventano 7 e mezzo perché a un certo punto mi pare stia scoppiando qualcosa dentro. Un’onta di 30 secondi compensata però da un percorso inedito e una doccia gelata. Che in realtà non so se ho proprio fatto bene a farla gelata, che sia quello o gli 8 minuti mi pare che il battito non si stia normalizzando…

Giorno 18. Questa settimana, come vi avevo detto, ho diviso le uscite a raggera. Prima la Sansa Run, poi la Piazza d’Armi Run e oggi toccava alla Hospital Run (anche perché erano previsti 20 minuti di corsa senza sosta e ho pensato MEGLIO AVERE L’OSPEDALE A DUE PASSI). Comunque sia, fino a qui tutto bene. Parto trullo trullo e mi faccio i primi 13 minuti tranquillo, Molinette, S. Lazzaro, S. Anna, Regina Margherita, CTO. Poi si torna e comincio ad accusare. Però mi dico dài, fino al ponte Balbis. E niente, al diciottesimo minuto arriva la milza e mi dice tu fai come credi ma io ora scoppio. Al ponte ci arrivo, ma da lì in poi cammino, sudo copiosamente e rantolo. Sotto casa, uno spazzino di una certa età mi rincorre e mi dice mi scusi, sono anni che mi chiedo una cosa ma perché molte biciclette hanno una targhetta con scritto NO OIL? Glielo spiego, lui mi ringrazia come se gli avessi offerto la colazione, torno su. Una nuova rutilante giornata di lavoro.

Giorno 19. Ce la sto facendo, sì, ma neanche tanto. Oggi ho ceduto alla sirena dello snooze e alla fine sono uscito mezz’ora dopo il solito. Il che, la domenica, può anche andar bene, ma ora di tornare a casa ed è veramente CALDO. Comunque, oggi ho optato per la FFSS Run che consiste nel costeggiare la ferrovia da Corso Turati / Via Sacchi, fare Rocky Balboa di fronte a Porta Nuova e tornare su da Via Nizza. È molto educativa. In via Sacchi alle 7.40 dormono ancora tutti. Sui cartoni sotto i portici. Alla stazione è strapieno di gente che prende il treno per il mare. In via Nizza c’è già un fermento multiculturale che lévati. Tipo che alle 7.45 stanno già tutti pasteggiando a Moretti e kebab. Arrivo quasi al traguardo alle 8, in tempo per incrociare tre anzianissime madamine davanti al Sacro Cuore di Gesù. Una dice alle altre due “Arvdse, vado a casa che alle 8 comincia il rosario di padre Pio da Pietralcina in TV, buna duminica”. Le altre due la lasciano allontanare e poi “Ma chi cazzo glielo fa fare, siamo già state in chiesa alle sette, ma vai al bar come tutti i cristiani, no?”… Vecchietta dai capelli turchini del Sacro Cuore, you made my day.

Giorno 20. Correre in Camargue. Tutto in piano (bene), in mezzo agli stagni di sale (bene ma non benissimo) a un’ora in cui sono svegli solo i fenicotteri e i camionisti, che non si capisce il motivo ma fanno la spola avanti e indietro verso il mare (il mare è la fine della strada, non capisco cosa ci vadano a fare). Il camion che ti passa vicino mentre corri e ti spara un po’ di fine ghiaietta sui polpacci è un’esperienza inquietante. Come prevedevo il programma di oggi mi ha stroncato tre minuti prima del traguardo, ma va bene così. Il sudore qui è ancora diverso, ti si appiccica addosso anche la salsedine al cubo. Oggi dicono che pioverà, perché gli uccelli volano basso. Speriamo che il cielo non ci cada sulla testa.

Giorno 21. Perdersi in un villaggio di 3.000 anime a pianta quadrata: check. È bastata una svolta mancata e bum! Mi sono trovato in Texas Chainsaw Massacre (o, come dicono qui, Massacre à la tronçonneuse, un titolo fantastico). Niente di vivo a parte gli onnipresenti chupacabra (in famiglia chiamiamo così gli uccelli che fanno hu-huuu-hu) e l’occasionale vecchina provenzale con la scopa di saggina che ti segue con lo sguardo di ghiaccio fino a che non sparisci dietro la curva. Oggi dovevo fare 25 minuti di corsa. Ne ho fatti 24.30, a posto così. Ho dovuto controllare Runtastic se non altro per capire dove cazzo ero finito sulla mappa, ho visto che stavo a 22 minuti di corsa e niente, il mio cervello ha cominciato a cedere “daiiiii potresti anche smettereeehhh” e dopo poco anche il cuore ha detto “sì, vabbè, però anche basta”. Il problema non sono stati questi 4.3 km di corsa. Il problema vero sono stati i successivi 3.2 km di camminata per tornare al campeggio dal posto in culo a Giove dove mi ero andato a ficcare. E adesso ho ridefinito il concetto di “gambe di legno”.

Giorno 22. È dalle 4 che c’è il nubifragio. Ma alle 6.20 è finito, quindi yeee mezz’ora di corsa. Tanto yeee no perché rimarrei anche a letto volentieri, ma la Creatura si è svegliata anche lei tutta ringalluzzita (veramente ha dormito solo dalle 23 alle 4, quindi è stracarico) perciò meglio uscire che tentare inutilmente di dormire. Freddino, umidino, nebbiolino, almeno non mi sono perso nel villaggio e ho fatto i miei 24 minuti di ordinanza (25 proprio non riesco, c’est plus fort que moi). Torno devastato alle 7 e lui vuole giocare a carte. Ciao.

Giorno 23. Correre controvento è un po’ come pisciare controvento, ci perdi soltanto. Ma andiamo con ordine. La mia aspirazione a correre nel totale deserto mi ha spinto oggi ad affrontare la “Saline Run” ossia un percorso quadrangolare di circa 4 km in mezzo al paesaggio lunare delle saline dove il massimo dell’essere vivente che puoi incontrare è una libellula gigante e intorno alla stretta striscia di terra dove passi correndo c’è solo acqua rosa ad altissimo contenuto salino. Ma non avevo tenuto conto delle peculiarità del terreno. Primo tratto: sterrato. Dopo due minuti di corsa inciampo su una pietra sporgente, riesco a non cadere ma il contraccolpo arriva all’anca. Inciampare correndo è una roba terribile. Il secondo tratto mi pare buono, tengo il fiato, tengo la velocità, il terreno è più regolare, mi guardo un po’ intorno e godo del deserto e del silenzio. Nel terzo tratto realizzo che c’è un rovescio della medaglia a correre nel nulla: il sole che sta sorgendo punta direttamente sulla mia faccia. Per un lungo tratto corro guardando solo la punta delle mie scarpe. Finalmente la svolta e il quarto ed ultimo tratto: tra poco arrivo. Ma c’è un altro problema legato al paesaggio: non essendoci nulla, nemmeno un albero, nel raggio di chilometri il vento fortissimo della Camargue soffia senza ostacoli. O meglio, l’unico ostacolo sono io che mi ostino a correre perdendo velocità e facendo il doppio degli sforzi. Forse è meglio tornare a percorsi più battuti…

Giorno 24. Almeno credo. Non sarei sincero se non dicessi che stamattina ho odiato svegliarmi per correre. Dormivo saporitamente e non avevo nessuna intenzione di interrompere il mio sogno in cui il mio vecchio professore di semiotica mi inseguiva brandendo un cric. Poi però ho visto l’alba, e il cielo mi ha presentato una X di scie chimiche. Ho pensato di fare una “corsa rettiliana” ed eccomi qua, ho finalmente bucato il muro dei 25 minuti (naturalmente con gli ultimi 5 minuti di resistenza mentale totale tipo un “Bastaaaaaaaa” prolungatissimo e vibrante). Ora però devo dirlo, io tornerei a dormire. Vorrei vedere come va a finire il sogno. O forse è meglio di no.

Giorno 25. Ultima corsa in Camargue. Decido che sarebbe bello correre nei sentieri del parco naturale subito fuori dal villaggio. E così sperimento un altro tipo di terreno, ossia erba più pozze di fango più ghiaia di dimensioni epiche. Il problema però non è tanto quello, quanto l’onnipresente merda di cavallo che ora dovrò scrostare dalle suole. Altro valore aggiunto del parco naturale: i rovi che si protendono da entrambi i lati e accarezzano con le loro dolcissime spine i miei avambracci e i miei polpacci. Decido quindi di terminare i miei (ipotetici) 28 minuti su asfalto, non prima di aver ingoiato un’intera ragnatela durante un inspiro a bocca aperta. Mai respirare con la bocca, soprattutto in un parco naturale. Ricordàtelo sempre.

Giorno 26. Si torna a un contesto urbano. Dante-Raffaello-Marconi-Vittorio e ritorno. La città tutto sommato è deserta, non c’è nemmeno il mio amico barbone a Torino Esposizioni. Tempo fa mi chiedevo cosa si fa se mentre si corre arriva un forte desiderio di fare la cacca. Un’urgenza, diciamo. Ecco, ora non me lo chiedo più. Diciamo che continui a correre e basta, fino a tornare alla tua preziosa casa e annoti mentalmente che non è bello correre se la sera prima ti sei fatto pizzabbirradolce con gli amici. Che detto tra noi già immediatamente dopo la pizza un po’ di disagio c’era. Comunque dai, ce la sto facendo sul serio, sto a 4.6 km. Ancora quattro uscite e finisco l’allenamento C25K.

Giorno 27. Fervent scarpae, fervent animi.
– Anf… anf…
– Sei un coglione, lo sai, no?
– Anf… anf…
– Come tutti questi altri coglioni che corrono alle 7 di domenica mattina invece di dormire… Coglioni!
– Anf… non l’hai detto ad alta voce, vero?
– Certo che no, coglione, sono nella tua testa cosa credi? E comunque non hai fiato per parlare ad alta voce.
– Punto per te.
– Smettila ti prego. Un bel giorno ti troveranno steso a terra mezzo mangiato da questi cazzo di scoiattoli.
– È proprio per quello che corro in zona ospedali, ci avevi pensato?
– Ma figurati, corri solo per i like di quei venticinque lettori che hai su Facebook.
– In realtà corro solo per i like del mio medico di base. E comunque non fare il manzoniano che ti viene male.
– Guarda, ridendo e ansimando siamo arrivati fin qua, puoi anche fermarti, no?
– No… ogni andata presuppone il ritorno.
– Ma io sto male e poi guarda, è tutto in salita.
– Dove?
– Lì, non vedi? La salitina. La buca. I rami tra i piedi. Fa freddino. Gli scoiattoli ti possono mordere. Trasmettono malattie, lo sapevi?
– Eh, oh. Le gambe tengono, il fiato anche. Facciamo sti 28 minuti, dai. Dalla prossima sono 30.
– Ti odio.
– Non mi odi, ti do solo fastidio.
– Ah sì?
– Sì.
– Domattina ricominci a lavorare e queste sono le ultime ore di vacanza che hai.
– …
– …
– Vai un po’ affanculo, va’.

Giorno 28. Gente di fiume. In pratica gli operatori Amiat, gli scoiattoli e i corvi. A differenza dei più timidi piccioni, gli operatori Amiat, gli scoiattoli e i corvi non fuggono dal passo cadenzato del vostro affezionato runner di quartiere. Ed ecco quindi il rischio di travolgerli. A un’andatura però moderata. Perché oggi ho finalmente bucato il tetto di cristallo dei 5 km, ma per farlo ho dovuto ridurre un pelo la velocità, tipo che su Runtastic, l’app che mi fa vedere quanti km ho fatto come dove perché, l’anello del percorso è tutto giallo con tratti arancioni e non è mai di quel bel rosso vivo delle altre volte – bisogna pur sopravvivere. Comunque qualche runner più esperto dovrebbe spiegarmi perché qualunque percorso faccia intorno al Valentino mi sembra sempre quasi tutto in salita. Ma proprio l’illusione ottica di essere in un quadro di Escher, dove comunque ti muovi, anche se torni indietro sulla parallela della strada che hai fatto all’andata, è tutto comunque in salita. Mah.

Giorno 29. È settembre. Guardando l’alba mi rendo conto che ormai è più freddino. Decido di inaugurare la giacchetta smanicata traspirante. Nel buio della vestizione silenziosa, però, dimentico la mia fedele fascia per capelli davidfosterwallace (che non porto i capelli lunghi dal 2010, ma mi serve perché la fronte è la mia parte del corpo più sudata e detesto il sudore negli occhi). Tant’è. Corro senza fascia. Dopo dieci minuti non vedo più un cazzo tanto gli occhiali sono appannati, dal sudore dentro e dal vapore del mio respiro fuori (sì, c’è già il vapore). Vado avanti in automatico, con quegli strani meccanismi mentali che scattano quando sei in stato di meditazione (oggi ad esempio ogni inspiro era “ferragni” e ogni espiro “fedez” per cui immaginatevi una serie infinita di ferragnifedez ferragnifedez ferragnifedez finché i nomi perdono di significato e diventano un mantra, stat ferragni pristina nomine, nomina nuda tenemus, ma vabbè, non divaghiamo). Ci avviciniamo alla fine di questo allenamento, e sono piacevolmente sorpreso dal fatto che forse (ferragnifedez) anche la mia mente si è allenata quanto le gambe e il fiato. Per lei è molto più difficile. La mia mente è come un grosso storione preso all’amo. Si dibatte, continuamente. Ma a volte basta poco per fregarla. Ferragnifedez.

Giorno 30. L’ho già detto più volte, io non sono competitivo, nemmeno con me stesso. Anzi, a volte baro, persino con me stesso. Spesso, baro. Come ad esempio, è vero che corro 5 km adesso, ma c’è sempre quella mini fermata per un sorsino alla fontanella o una foto di sfuggita. Quest’estate è stata un po’ faticosa, se mi guardo indietro ho corso (sì vabbè, all’inizio corso e camminato) 120 km. Idealmente è una cosa che non avrei mai pensato di fare nella vita, è tipo da qui a Milano. Sono scioccato. Oltre a questo, oggi che è l’ultimo giorno di C25K (sì, l’ho allungato di una settimana, mi piaceva la cifra tonda), cosa posso ancora dirvi? Vi dirò le cinque cose più importanti che mi porto a casa:
– Mai senza scarpe da corsa antipronazione
– Mai senza sospensorio traspirante
– Mai bere più di un sorsino mentre si corre
– Mai buttarsi sotto la doccia appena finito
– Mai guardare quanti km mancano mentre corri col fiatone
Per il resto, buona vita.

Ora… da quando ho concluso il programma C25K, molti mi chiedono “ma come, basta così?” – per non dire degli amici runner monomaniaci che tanto supporto hanno offerto che mi dicono “bene, e adesso vai con il B210K (Bridge to 10 km)”. Ecco, a tutti io rispondo ovviamente no, non è finita qui. Semplicemente mi godo il fatto di aver raggiunto questo obiettivo e continuerò se posso a correre anche nei mesi invernali (vedrò come, perché i tapirulant dentro le palestre per me sono un sinonimo di alienazione totale).
L’estate prossima, perché no. Si può valutare. Vedremo.

DIARIO DEL DISAGIO

Negli ultimi mesi – facciamo pure nell’ultimo anno – una situazione nuova e vagamente spiacevole ha preso piede nella mia esistenza: il disagio.

Il disagio è difficilmente esprimibile a parole, è un misto di ansia, noia, peso delle responsabilità, angoscia, tristezza per qualcosa di poco definibile, con pennellate di reazioni fisiche come rigidità, gelo, scarsissima energia. Come se corpo e mente volessero tantissimo un letargo infinito ma tu devi procedere nelle cose della tua vita, e quindi tutto diventa molto difficile.

Scriverne mi aiuta molto a focalizzare qualcosa che altrimenti è sfuggente per natura, e infatti da mesi tengo un “diario del disagio” che descrive minuziosamente il caos calmo dei miei pensieri, le più piccole sfumature delle mie emozioni e il loro riverbero in manifestazioni corporee. Si tratta di un diario tutto sommato noioso, in cui di tanto in tanto qualcosa rompe la routine e spicca, ma che di norma è fatto di ansie, e di strategie per contenerle.

Ecco, le strategie. Di decennio in decennio le strategie non possono evidentemente essere le stesse. Perché le cose che mi procurano ansia non sono le stesse di tanti anni fa. Oggi come ieri cerco equilibrio, centratura, leggerezza. Ma è sempre più difficile trovarli.

In questi mesi, con l’aiuto di una terapeuta, ho capito alcune cose.

1 – Mettere barriere aiuta a proteggersi ma c’è un prezzo da pagare. Tanti anni fa, alla morte di mio padre, avevo deciso che – fragile com’ero – avrei tirato su una barriera protettiva contro gli infausti eventi del destino. Lo so, sembra assurdo dire che “ho deciso”, ma ricordo perfettamente di averlo pensato in questi termini. Per dieci anni ho tirato avanti egregiamente, protetto da una sorta di intonaco esteriore impermeabile alle avversità che oggi si sta sgretolando. Lo sto sgretolando io. Perché le barriere proteggono, ma tolgono l’aria.

2 – Occorre liberarsi dalle cianfrusaglie emotive. Il problema è un problema di spazio. Non c’è spazio. Ci sono troppi oggetti, situazioni, ricordi, legati ad emozioni più o meno spiacevoli, che affollano l’orizzonte. Non c’è spazio e c’è invece peso, fisico ed emotivo.  Ma liberarsi di questi oggetti, di queste emozioni, è molto difficile. Può essere difficile iniziare a farlo e può essere difficile continuare dopo che si è iniziato (io, per la cronaca, ho quantomeno iniziato). Per quanto sembri comodo procrastinare e/o spazzare tutto sotto un metaforico tappeto, questo non aggiunge che ulteriore peso e sensazione di soffocamento.

3 – Occorre capire cosa vuol dire spazio “per sé”.  Ingenuamente si è portati a credere che lo spazio “per sé” voglia dire avere dei momenti liberi, del tempo da impiegare secondo i propri desideri del momento. E in una minima parte, lo spazio è anche questo. Ma lo spazio per sé è soprattutto uno spazio per ascoltare l’ansia. Inutile tergiversare, se ti tira per la giacchetta, magari facendoti anche venire attacchi di panico, rash cutanei o pianti immotivati, è perché c’è bisogno di fermarsi, ascoltarsi, comprendersi, darsi il permesso di essere così come si è senza giudicare. Vedo la mia ansia come una versione infantile e lagnosa (ma molto potente) di me stesso. Contenerla è stancante, ma se lo fai se ne va contenta.

4 – C’è qualcosa di nuovo nell’aria. Anzi di antico, direbbe il mio amato Pascoli. Questo qualcosa di nuovo sta lottando per venir fuori dalla barriera. Ha aperto delle crepe, ha messo in moto delle cose, sta lavorando per tornare alla luce. Non so cosa sia, ma sento che viene da lontano. Probabilmente c’è sempre stato, c’era “prima”. Per proseguire sulla china pascoliana, sono stanco di “vivere altrove”.

Tutto questo processo è estremamente faticoso, perciò l’unica cosa che mi viene in mente per concludere il ragionamento è ringraziare chi condivide parte della fatica quotidiana con me.
Ogni persona è preziosa a suo modo. E senza condivisione non ce la si fa.

L’UOMO CHE ORIGLIAVA GLI ADOLESCENTI

Capiamoci. Gli adolescenti non dovrebbero essere una mandria di zombie catatonici immersi nel loro smartphone?
Io così sapevo. E invece no.
Complice il fatto che ultimamente mi trovo più spesso immerso nel cosiddetto mondo reale, quello dove intorno a te ci sono altre persone, ho scoperto che non è necessariamente così. (Non è che di norma io stia in una bolla di vetro, ma sapete com’è, vai a lavorare in macchina, entri in ufficio, poi esci dall’ufficio e torni a casa in macchina, vedi sempre le stesse dieci persone ogni giorno).

Quindi, treni, bus, anche ristoranti. E io che cerco di vivere nel presente, disperatamente, e di concentrarmi sul qui ed ora non posso fare a meno di origliare come un agente della Stasi tutto quello che viene detto intorno a me.
Alcune cose, in particolare, mi hanno colpito.

Conversazione su un bus elettrico che percorre il centro di Torino. Ora di pranzo, uscita dalle scuole, due ragazzi che non vedo (sono dietro di me) discutono animatamente. I termini della questione li ho solo intuiti, perciò chi è molto più nerd di me potrebbe farmi le pulci; io riporto solo le parole che hanno catturato la mia immaginazione.

— Scusa ma l’hai trovata quando?
— Stanotte, ti dico, infatti sono devastato!
— Ma dove, cazzo, che la cerco da mesi?!
— Nella foresta di Valenwood, sai, no?
— Eh.
— Nascosta tipo dentro il tronco cavo di un albero.
— Ma orchesca o elfica?
— Orchesca, orchesca.
— No, perché sai che l’ascia elfica da battaglia fa danno 21…
— E vabbè che cazzo, l’orchesca fa danno 19, è comunque una figata.
— Ma con l’inventario come fai, non ti pesa?
— Ho mollato un po’ di roba, in effetti non ce la faccio a portare tutto. Le pozioni comunque adesso me le cucino io.
— Minchia, che voglia.
— Vabbè mica gioco come Bretone a caso, eh.

La voglia di girarmi a guardarli (e felicitarmi con loro per la meravigliosa nerditudine che esprimono) è tanta, ma cerco di fare finta di nulla. Li osservo solo quando mi alzo per scendere e loro ancora stanno discutendo di elfi oscuri e passaggi segreti. Sono sui 15 anni, appena un’ombra di peluria in viso, mi guardano perché io li guardo, gli lancio un mezzo sorriso e scendo.

Conversazione a un tavolo molto vicino al mio in un’osteria del quartiere “bene” di Torino (per molto vicino intendo che praticamente sediamo allo stesso tavolo). Padre e figlio con spiccato accento romano. Hanno l’aria dei protagonisti del film Scialla – il padre, almeno, con un fare molto alla Fabrizio Bentivoglio. Il figlio bello e dannato sui 17 anni, ha più un che del branco di licantropi di Twilight (perdonatemi, i miei riferimenti culturali adolescenziali sono un po’ fermi ai primi anni 2000). Parlano d’amore. Ogni tanto si fermano per perdersi qualche secondo dietro a un flusso sui loro smartphone.

— Ma tu… tu sei anche un po’ una merda, lasciatelo dire.
— Tsk.
— Lei non ti sta facendo del male, tu invece sì. Le stai facendo male, gratuitamente.
— Cazzo dici, è lei che ha fatto la stronza.
— Ma ascolta: nella coppia è normale che si litiga, cazzo, è assolutamente la normalità. Non è quello il metro su cui misuri una storia.
— No scusa, io voglio stare bene. Se non si sta bene, se ci sono gli scazzi, allora vaffanculo.
— Ma non è così, credimi, di scazzi ce ne sono a mille, ma tu li superi, bisogna superarli. E poi guarda che a fare lo stronzo le cattiverie ti tornano indietro tutte.
— Ti ho già detto che la stronza è lei.
— Guarda… Io ci ho parlato e tutto mi pare fuorché stronza. Ci sta male e ci stai male anche tu, e allora…?
— …
— Cioè ti sembra che ne vale la pena? Parlaci, no? Almeno parlaci, cazzo.
— Sì, vabbè, per farmi mandare affanculo un’altra volta.
— Vedi te. Quello che avevate, te lo dico per quel poco di esperienza in più che ho, era una cosa bella. Non ci sputare sopra.
— Posso mettere un po’ della tua grappa nel mio caffé?
— Ma smettila… E chiamala.

Quando si alzano e se ne vanno dopo dopo aver pagato, guardo il ragazzo negli occhi. Vorrei dirgli che sì, conta solo l’amore e se ne accorgerà presto, ma è veloce a seguire il padre, un po’ curvo ma ancora scattoso.

Conversazione su un treno Genova-Torino, probabilmente tra ragazzi che fanno parte di un gruppo più ampio in gita scolastica. Uno dei due, aria da fidanzatino perfetto in scollo a V color panna e una spolverata di acne in viso, tiene un libro di storia dell’arte in grembo. L’altro, capelli biondi lunghi, ciglia lunghissime e una vocetta acuta che per almeno mezz’ora mi ha fatto dubitare del suo gender, ruba di nascosto immagini del compagno di scuola per pubblicare una misteriosa serie di Storie su Instagram.

— Comunque guarda, mi hanno chiesto di allenarmi due pomeriggi a settimana, ma non so se accetto…
— Dài, perché?
— Ma scusa è praticamente un giorno intero a settimana, un giorno che non posso studiare. È tanto, un giorno senza studiare!
— No beh, se la metti così, certo.
— Cioè dài, per dire, dopodomani la cosa di storia dell’arte…
— Eh.
— Che a me poi, questi rinascimentali manco mi piacciono.
— Mmm.
— Leon Battista Alberti, capito.
— No, ma infatti.
— Bah, comunque… è finito anche il carnevale.
— Eh, domani siamo in quaresima.
— Ma tu digiuni? Io ci provo anche, ma non ce la faccio.
— Io sì, digiuno, bevo solo acqua per tutto il mercoledì delle ceneri, ma ti giuro, dopo sto in piedi a malapena, devastante.
— No, ma come cazzo fai, io arrivo al pomeriggio che mi sbrano qualunque roba c’è in casa.
— Eh, dài. Oh, ma senti il compito sull’Apologia di Socrate? Fatto?
— Ma lo sai che io preferisco il Critone.
— Come non lo so, lo hai anche portato al saggio di teatro…
— Comunque sì dai, non è così difficile, due riflessioni sulla morte e sei a posto.
— Certo che cazzo, la cicuta. Ci pensi, bevi una roba e sai che due minuti dopo devi morire. Allucinante.
— Eh, cominci con la paralisi degli arti, poi ti collassano i polmoni… brutta morte, la cicuta.
— Ma tipo che a Socrate gli pizzicavano anche le gambe per vedere se erano già insensibili, capito?
— Eh, oh…

Quando scendono non so se prenderli a calci o ridere o ammirarli. In mezz’ora hanno parlato di arte, di vita, di morte, di digiuno, di teatro, di tutto tranne che di calcio e di figa.

Alla fine gli adolescenti sono belli perché sono vari.