ANIMAZIONE, BESTEMMIE E MAZZATE

Una combo un po’ particolare per la ripresa dopo l’estate della nostra consueta rubrica di visioni. In effetti, durante l’estate ho prevalentemente letto libri e visto meno film, ma alcune chicche me le sono tenute da parte. Si comincia con la più importante uscita di settembre (no, non Tarantino*… il film di Steven Universe) e si prosegue, come promette il titolo, con un paio di anime, un film di bestemmie e uno di mazzate.

STEVEN UNIVERSE THE MOVIE (Rebecca Sugar, 2019)
Partiamo subito con un giudizio secco: Steven Universe The Movie è un film divertente per tutti (fan e profani), coinvolgente, intenso, citazionistico, ben riuscito. Ed è un musical. Ma non un musical tipo che ha cinque o sei canzoni. Il film dura 82 minuti e per 69 minuti cantano. E se siete come me, e tra i vostri generi cinematografici preferiti ci sono il musical e l’animazione, il film di Steven Universe è una manna dal cielo. Cercherò di non fare spoiler sulla trama, che vede in sostanza l’azione spostarsi due anni dopo la conclusione della quinta stagione (Change your mind, lo speciale di 45 minuti che è uscito lo scorso gennaio). Steven adesso ha 16 anni, i Diamanti vorrebbero tenerlo con loro facendogli ereditare il trono che fu di Diamante Rosa, ma lui dice “Bella zie, ho 16 anni, voglio passarmela bene sulla terra, cazzeggiare con gli amici e magari finalmente mettermi con Connie”. Nel frattempo a Beach City le gemme guarite in Change Your Mind stanno costruendo un nuovo quartiere “Little Homeworld” e tutto sembra andare bene fino all’arrivo di un nuovo misterioso cattivo. Nell’antagonista principale del film sta il cuore di tutta l’operazione. Spinel (il nome della gemma avversaria) ha una storia tragica e potente che viene svelata a metà film e non può lasciare indifferenti gli altri personaggi e gli spettatori. Con un’espediente narrativo simpatico, la prima metà del film è anche una buona occasione per ripercorrere (a suon di canzoni) l’evoluzione di tutti i personaggi principali nel corso degli ultimi sei anni. Ma al di là della storia, quello che veramente colpisce è la volontà di Rebecca Sugar di far funzionare il film anche su un piano metacinematografico, di omaggio continuo all’animazione degli anni ’20, ’30 e ’40, con una sequenza di titoli di testa che richiama platealmente i primi Classici Disney ma anche (a livello di musica e illustrazioni geometriche) la visione di Busby Berkeley. La sola presenza dei Diamanti (doppiati da Patti LuPone, Christine Ebersone e Lisa Hannigan) garantisce dei perfetti numeri da età dell’oro del musical hollywoodiano. Spinel stessa è un personaggio animato diversamente dagli altri, in una esplicita citazione dei primi corti di Disney o di Fleischer (il cosiddetto stile di animazione a “tubo di gomma” che è alla base anche del videogame Cuphead). A proposito delle musiche (cui stavolta hanno collaborato Aimee Mann, Chance the Rapper e altri), siamo nel solco di una serie che si è sempre distinta per numeri musicali fuori dalla norma ma che stavolta ha una marcia in più: si fanno ricordare in particolare Independent Together, interpretata tra gli altri da un nuovo personaggio che è la “sorpresa nella sorpresa” del film, Disobedient, il nuovo pezzo pop punk di Sadie Killer & The Suspects, Drift Away, il pezzo strappacuore affidato a Spinel (e scritto da Aimee Mann) e il singolo in giro da un po’ True Kinda Love, la nuova “canzone da battaglia” di Garnet (voce come sempre di Estelle). Alla fine tutto si risolve in una difficile storia di accettazione di sé, di cambiamento e di amicizia – come sempre in Steven Universe – e in un bizzarro ma appropriato epilogo su una scalinata stile Broadway tutti vestiti da Wanda Osiris.
Tanto per ribadire un po’ di queerness.
PS: ci si può solo lamentare del fatto che Lars ha solo una battuta e non canta mai. E non bacia Sadie.
#recensioniflash #stevenuniverse

MODEST HEROES (Studio Ponoc, 2019)
Su Netflix è uscito Modest Heroes, una raccolta di tre corti animati dello Studio Ponoc. E niente, guardatelo subito, chevvelodicoaffà, è assolutamente meraviglioso. Primo episodio: piccolo popolo del fiume alle prese con le correnti e le carpe malvagie. Secondo episodio: la difficile vita di un bimbo con le intolleranze alimentari a Tokyo. Terzo episodio: un tizio invisibile e senza peso cerca di vivere un’esistenza normale. Ribadisco. Sono tre corti eccezionali ognuno a suo modo. 53 minuti ben spesi. #recensioniflash #netflix #anime

MIRAI (Mamoru Hosoda, 2018)
Mamoru Hosoda, già noto per La ragazza che saltava nel tempo, The Boy and the Beast e Wolf Children, ha sfiorato l’Oscar con Mirai no Mirai, il suo ultimo film che rivaleggiava con Spider-Man come miglior film d’animazione del 2019. Credo sia stata una battaglia onorevolissima. Mirai (in italiano il titolo è solo questo, che è poi il nome della sorella del protagonista e vuol dire “futuro”) è uno dei pochi anime realizzato fuori dallo Studio Ghibli che catturi realmente l’essenza dell’infanzia e dell’immaginazione prescolare. Il piccolo Kun vive tranquillo con mamma papà e un cane quando arriva la sorellina Mirai a rompere gli equilibri. Kun passa attraverso diverse fasi di stress, ma le risolve sempre in un misterioso mondo fantastico che si apre nel giardino di casa sua, in cui incontra di volta in volta la sorella in versione adolescente, il suo bisnonno dal passato, lo spirito parlante del suo cane e molti altri personaggi più o meno strani. Come molti film giapponesi che sto vedendo ultimamente, Mirai è un inno alla famiglia e alle relazioni familiari, la storia familiare, le radici e il futuro. Un film per bambini alla scoperta di sé, ma anche un film che – almeno per la mia famiglia – rappresenta uno specchio fedele e realistico delle dinamiche quotidiane. #recensioniflash

LA RAGAZZA DI VIA MILLELIRE (Gianni Serra, 1980)
Ispirato dal fatto che oggi in una bancarella di libri usati ho intercettato la sceneggiatura originale edita nella mitica collana “Il pane e le rose” di Savelli, mi sono rivisto La ragazza di via Millelire, uno di quei cult cinematografici del sottobosco torinese equiparabile solo al successivo (di pochi anni) I ragazzi di Torino sognano Tokyo e vanno a Berlino. Ma se il film di Badolisani era la celebrazione della new wave, qui siamo ancora in pieno punk. Gianni Serra gira il film nel 1979. Al cinema poi si è visto pochissimo (io stesso lo vidi nei primi ’90 a qualche proiezione con dibbbbbattito). All’epoca io ero piccolo e vivevo in periferia nord – il film invece è girato tra via Artom, piazza Bengasi, Nichelino e Ivrea – ma posso certificare che la meglio gioventù era esattamente così. Tra un minchia, un dioffà, un picio, e mille espressioni gergali tipiche della Torino anni ’80 come “cagabicchieri”, la “shit”, un uso altamente creativo dei condizionali e dei congiuntivi, invocazioni a tua madre, tua sorella quella troia, ti alzo le mani in faccia, mettiti le mani in culo e via dicendo. Rivista oggi, la storia malatissima di Betty che a 13 anni inizia a prostituirsi tra un ingresso e un’uscita da diversi centri di accoglienza, totalmente ignorata dalla sua famiglia “terrona”, violentata dagli amici del “fidanzato” e sempre alla ricerca del prossimo buco, ha la stessa forza. Un ritmo e un montaggio che mancano a molti film italiani del periodo. La curiosità di personaggi che si perdono nelle nebbie del tempo (i tamarri che fanno le penne in moto, per dire). Credo sia anche il film italiano con il record assoluto di bestemmie pronunciate. Si capisce perché il comitato di quartiere di via Artom avesse raccolto firme per impedire qualsiasi proiezione del film. Oggi, questa gemma nascosta che anticipa sia Amore Tossico, sia Cristiana F., sia Mery per sempre – i primi riferimenti che mi vengono in mente a paragone, la trovate tutta su YouTube (link nel primo commento), completa anche di introduzione vintage di Tullio Kezich. Al termine della visione ho pensato subito ad Andrea Pazienza e Pier Vittorio Tondelli, e poi a Minchia Sabbry, il personaggio d’esordio di Luciana Littizzetto, che esattamente vent’anni dopo, virando al comico, riprendeva quel linguaggio e quegli atteggiamenti. Le radici erano tutte in via Millelire. #recensioniflash

JOHN WICK 3: PARABELLUM (Chad Stahelski, 2019)
Allora, stanotte ho visto John Wick 3: (Sivispacem) Parabellum e devo dirvi che siamo di nuovo di fronte a quei film che sono una bomba e una cagata pazzesca nello stesso tempo. Come è possibile? Ma certo che è possibile: è un film del cazzo™️! Intanto piove sempre, per dare possibilità all’immenso Keanu (che ha studiato l’arte delle mazzate come non mai anche più degli altri due film) di girare sempre con quei bei capelli lunghi appiccicati alle guance scavate e sanguinolente. Poi ci sono tutti i colori notturni del mondo, in un’estetica che da Blade Runner arriva a Nicolas Winding Refn e ritorno, due volte. E poi niente, ci sono le mazzate, tantissime, le pistolettate, un bodycount esagerato, i pastori tedeschi che azzannano gli scroti, i coltelli nei bulbi oculari, le location improbabili (la New York Public Library, dove John nostro uccide un tizio CON UN LIBRO), Anjelica Huston tatuata, Halle Berry tatuata, ed è tutto un caleidoscopio di mazzate perché tutti vogliono ammazzare John Wick che ha tipo 14 milioni di taglia sulla testa. Nessuno sviluppo drammatico, patetici tentativi di spiegare una sorta di potentissima loggia del crimine di cui alla fine non si capisce un cazzo, dialoghi vicini allo zero assoluto ma UNA VALANGA DI CALCINCULO.
Ne consegue che John Wick 3: Parabellum (che dura circa 132 minuti) è il nuovo oggetto cinematografico di culto che non potrete fare a meno di disprezzare (e, di nascosto, di amare). #recensioniflash

*Tarantino lo vedo domani e si meriterà un post a sé, come minimo.

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