CINECLUB (DA GRANDE)
Sapete quando da piccolo ti chiedono cosa vuoi fare da grande. Io ho sempre risposto l’idraulico (perché avevo già capito che è la categoria che guadagna e tromba di più in assoluto) oppure il papa (non chiedetemi) o il gestore di cineclub. Il cineclub è quella cosa che adesso – forse – sopravvive in piccole città di provincia, in qualche sala parrocchiale o in città d’estate quando fanno le rassegne nelle arene. Quando ero piccolo io il cineclub era un’istituzione. A Torino ce n’era uno (il Movie Club) che ho mancato di poco. Ci andavano personaggi che ammiro, come Steve Della Casa o Roberto Turigliatto. Io però ho cominciato ad andare al cinema da solo nel 1983, ed ero in quell’età idiota dove si preferisce un Flashdance con i compagni di scuola ad un Nostalghia da solo.
Che poi detto così sembra che il cineclub sia un luogo palloso. Tutt’altro. A me ad esempio piace molto stare solo in una sala buia. Ammetto che a Nostalghia preferisco sempre L’infanzia di Ivàn, ma non è questo il punto. Mi piace l’idea di un film guardato con uno scopo. Lo scopo può essere capire il testo, capire qualcosa del mondo, capire qualcosa di un autore. O anche solo (la cosa più divertente) capire i rimandi e i parallelismi tra un testo e un altro. Insomma, tutto quanto va al di là del guardare un film “perché voglio spegnere il cervello per un po’”. Che è poi quello che il lavoratore medio (me compreso) tende a fare quasi ogni volta che guarda un film.
Quando studiavo era diverso, guardavo tre o quattro film al giorno, senza contare la pratica del ri-guardare, che metto volentieri in atto ancora adesso (per alcuni film supero quota 10 visioni, non so voi). Oggi ho una considerevole collezione di DVD, con una larga preponderanza di film anteriori al 1983. Al momento credo siano circa 600 film. E a volte mi trastullo con l’idea di organizzare un piccolo cineclub privato a casa mia. Infattibile per più di cinque spettatori, è chiaro. Ma sarebbe bello. Sarebbe bello non doversi svegliare presto la mattina e poter vedere tre film di seguito. Organizzare mini percorsi tematici e/o autoriali.
Ad esempio: la serata “iper-realismo americano” con triple feature Paris, Texas / Un sogno lungo un giorno / Un bacio romantico. Oppure la serata “video nasties italiani” con L’aldilà / Cannibal Holocaust / Démoni. E che dire della serata “visual gag” con Playtime / Hollywood Party / Mr. Bean’s Holiday. Di percorsi ce ne sarebbero molti. Si comincia alle 21 e si tira avanti fino alle 3. O, nel caso di “saghe tolkieniane” fino alle 9 del mattino successivo, perché la maratona non sarebbe tale senza i director’s cut dei film di Peter Jackson.
Poi, va beh, non lo faccio. Al limite mi esercito con la mia vittima predestinata propinandole oscuri film ungheresi quando è stanca. Di norma scatta il fermo immagine e la mia esclamazione di giubilo per l’inquadratura ben costruita alla quale Stefi risponde con un russo più pronunciato degli altri. Ma spero di poter contagiare con la mia malattia almeno un erede. Fargli/farle vedere Bergman a cinque anni, come il sottoscritto… Un piccolo trauma che auguro a tutti :-)
CI PROVO (EFFETTO VELOCITÀ)
Volevo scrivere uno di quei bei post di una volta. Quelli un po’ frammentari, un po’ involuti che non si capisce una mazza. Quelli là, no? Avete capito.
Ci provo. Che poi è anche il titolo del post.
C’è da dire che di cose ne stanno succedendo parecchie. Che se uno si ferma a pensare che il blog funziona come un “diario on line” delle proprie esperienze di vita (nasce per questo, cari lettori, non ve la prendete con me), sembra che nella mia vita non succeda mai un cazzo. Vi assicuro che non è così. Il punto è che la mia vita è nel pieno di quello che Abatantuono – in tempi non sospetti – definiva “l’effetto velocità” (aggiungendo quel simpatico rumore onomatopeico di “vuvuvuvuvu” – purtroppo non trovo il video su YouTube se no ve lo linkavo ma comunque è un pezzo di Turné). Nel discorso del film era inteso come un effetto positivo (“Uno passa la vita a farsi dire che prima è troppo giovane, poi dopo diventa troppo vecchio… Ci sarà una fase centrale in cui uno deve correre, no? L’effetto velocità!”). Io devo dire che lo prendo abbastanza male.
Comunque. Lavorativamente parlando sono a posto, ma negli ultimi mesi sono stato proiettato nel caos di un “periodo di prova” da miniboss. Che dovrebbe farmi capire quanto io non sia assolutamente tagliato per fare il miniboss (nemmeno il maxi, se è quello che stavate pensando… bastardi!). Tutto quanto fa “effetto velocità” nel lavoro non fa che riconfermarmi un semplice concetto, quello di part time verticale. Basta solo che si mettano a posto altri tasselli della vita e poi vedremo. In fondo si tratta di focalizzare su qualcos’altro e ridimensionare un po’ i propri desideri. E poi del resto, con una moglie che guadagna molto più di me, converrete che il part time spetta a me, ci perdo di meno, no?… Ma sto divagando sul futuro prossimo.
Per quanto riguarda gli affetti, tutto a posto, grazie. Siamo sempre lì che tentiamo di riprodurci (non che la cosa non sia divertente) barcamenandoci tra un problema e l’altro. Speriamo che lo stress non affligga troppo le nostre gonadi, per dire. Che qui tra poco rimaniamo gli unici senza un degno erede, senza la nostra personale macchinetta sparamerda. Dà da pensare. Diversi traslochi in vista, case e mobili da spostare come nel gioco del quindici e senso di attesa e di sospensione, come se il mondo dovesse crollarci sulla testa.
Io possiedo una casa sola, quella di mia nonna. Pensavo di venderla, ma poi ho ragionato che una casa al mare fa sempre comodo, la posizione è buona e c’è anche Makkox come vicino di casa (cosa volere di più?)… Tra poco torno giù, contatto una ditta di traslochi, faccio portar via qualcosa e comincio a ristrutturarla. Decisione presa in teoria, ma… nella pratica? Ho avuto bisogno che un amico mi indicasse una ditta di traslochi con possibilità di preventivo on line, probabilmente perché io non avevo il coraggio di fare il primo passo. Velocità, sì… intorno a me. Io sono sempre il solito vigliacco immobilista. Eppure so bene che basta iniziare da qualcosa e tutto il resto va da sé. La paura è proprio quella di iniziare.
Una madre anziana, nevrotica e depressa. Che poi uno dice nevrotica e depressa cosa vuoi che sia siam tutti un po’ nevrotici, siam tutti un po’ depressi. No. Veramente. Vi mando mia madre per un periodo di prova di 12 ore. Vedrete che sclerate. Comunque, io alle sue stramberie ci sono abituato. Vorrei solo che strambeggiasse più vicino a casa mia, e non a un’ora di macchina da me. Perché in questa situazione, avere una madre da portare da un qualsiasi dottore (oltre che nevrotica e depressa è anche ipocondriaca, ovviamente) diventa un’impresa di minimo due giorni lavorativi.
E poi, dai, nulla… ci sono anche i momenti belli, quelli “per me”. Un giro in moto da solo, una canna ogni tanto, qualche bel film, una pila di buoni libri sul comodino, nel cesso e ovunque si possa leggere in pace, tanta musica appresso (a proposito, maledetti di Last.fm, adesso volete i miei soldi, eh?) e soprattutto gli amici.
A voi, più o meno amici, più o meno lettori, più o meno umani va tutto il mio affetto.
Grazie, ho finito.
CHE SCHIFO
che schifo
fa tutto schifo
tutto è schifoso
ti muovi
e c’è lo schifo
stai fermo
e lo schifo ti si appiccica
lo schifo
non si stacca più
è come la cingomma
tu provi a toglierlo
ma ti resta sulle dita
nei capelli
sugli occhiali
(se porti gli occhiali)
sul blackberry
(se hai un blackberry)*
e la cosa più schifosa
è che a volte arriva dentro
per osmosi
lo schifo
e allora
sono cazzi
*se hai un iPhone, è più probabile che tu abbia uno scudo antischifo di serie
TUTTI AL LITCAMP
Troppo tempo che non scrivo. Né per lavoro, né per diletto. I progetti restano fermi a metà. Per dirne una, non vi ho nemmeno ancora parlato del mio Marocco. Ma nel logorio della vita moderna, c’è una piccola oasi di acume, riflessione e cazzeggio insieme: il Litcamp. Quello del 2009 è il terzo Litcamp, ma invece di risentire degli anni, qui si tira fuori dal cilindro un tema particolarmente stuzzicante. Cosa NON fare per scrivere. O cosa fare per NON scrivere. O cosa fare per scrivere “NON”. Va beh, guardate sul blog del Litcamp per maggiori dettagli e poi magari iscrivetevi sul wiki.
C’è già un intervento interessante che ho sgamato: si ipotizza che per scrivere, una cosa da NON fare è leggere. Boh, io sapevo il contrario. Certo, se stai leggendo non stai scrivendo. Io adesso sto scrivendo e quindi non ho modo di leggere, ma di norma leggo molto e alla fine scrivo poco. Adesso, per esempio, sto cercando un modo elegante di chiuderla qua e dedicarmi (di nascosto) alla lettura di “Wolverine: Nemico pubblico” (mica pizza e fichi).
Comunque, dài. Ci sono alcuni scrittori, alcuni editori, si parla di letteratura tra l’analogico e il digitale, ci si incontra con quelli di aNobii (oh, fico aNobii, l’avete mai provato? No? E che aspettate?), poi c’è gente che scrive su riviste e fanzine, e tanti blogger (ma non così tanti da farvi venire la crisi di rigetto). Ci si trova venerdì pomeriggio e sabato tutto il dì al Circolo dei Lettori, che val già solo la pena vedere quello. Io ci sono il sabato (che val già solo la pena venire per vedere me).
Si beve una cosa, ci si scambia un libro, si snobba allegramente il Salone. Perché no.
FACCIO SOGNI
faccio sogni
sempre più strani
brevi e convulsi
c’è gente che non conosco nei miei sogni
che gli dico
ma io ti conosco?
no sono un sogno
ah ecco
poi mi sveglio e ho mal di testa
devo pisciare
lavarmi i denti
mi scopro a bimblanare*
tra il cesso e la camera
che maglia metto
ma forse le scarpe van legate meglio
potrei usare un po’ il filo intermentale
poi di colpo
è tardi
scatto accelero sgommo
e allo stop
mi accosto a un’auto ferma
dentro c’è uno del sogno
mi guarda
mi sorride strano
come a dire
“stanotte ero dentro di te”
che detto così
è anche equivoco
mi mordo le guance
come per vedere se è ancora un sogno
e infatti
era proprio un sogno
e mi restano solo 14 minuti
prima di timbrare
il cartellino
*bimblanare = perdere tempo in modo confuso con qualcosa che non ha nulla a che vedere con l’obiettivo del momento
